mercoledì 3 febbraio 2016

Joy

di Joy, il film di David O. Russell con Jennifer Lawrence, mi è piaciuto molto il ritratto di famiglia disfunzionale che compare all’inizio. La protagonista, ex bambina prodigio, si ritrova da adulta circondata da una piccola folla di parenti petulanti, che dipende da lei sia economicamente sia psicologicamente. Oltre a doversi occupare dei suoi due bambini, Joy ha una madre che non si alza dal letto e guarda soap opera dalla mattina alla sera, un ex marito che vive nel seminterrato e continua a coltivare il sogno fallimentare di diventare cantante, un padre (Robert De Niro) che ha una dipendenza patologica dalle donne (in particolare dall'ultima delle sue compagne, Isabella Rossellini) e infine una sorellastra invidiosa e molesta. Joy fa fronte a tutto come può, ma non smette di fantasticare su un’invenzione che la liberi dalle ristrettezze economiche che l’affliggono (sostenuta da una simpatica nonna che non hai mai smesso di credere in lei). Il difetto maggiore del film sta nella sua lunghezza: volendo illustrare lo sforzo compiuto da Joy per riuscire a trionfare nel mondo degli affari con il suo mocho per lavare i pavimenti, Russell costruisce una trama fatta di continui su e giù (a ogni piccolo successo corrisponde un grande fallimento e sono sempre i familiari impiccioni a demolire i piani della giovane aspirante imprenditrice). Insomma l’originalità iniziale si perde via via. Complimenti alla bambina che interpreta la corrucciata figlia di Joy. 

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