domenica 28 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot


nella sequenza iniziale di Lo chiamavano Jeeg Robot, Claudio Santamaria alias Enzo Ciccotti scappa per il centro di Roma, inseguito da una macchina della polizia. Per sfuggire a due poliziotti, Enzo si tuffa nel Tevere sotto Castel Sant’Angelo e finisce dentro un bidone di roba nera. Tornato a fatica nella sua tana di Tor Bella Monaca (tra cassette porno e vasetti di yogurt giallo), il suonatissimo Enzo (Claudio Santamaria dota il suo personaggio di uno sguardo perennemente assente e abbattuto) scopre di essere forte e immune agli spari. Sempre a Tor Bella Monaca, lo Zingaro (un crudelissimo e sempre più bravo Luca Marinelli) vuole fare il salto di qualità e passare dalle rapine a un accordo con i camorristi napoletani per lo spaccio di droga. Dei poteri di Enzo si accorge lo Zingaro che vorrebbe sfruttarli per i suoi scopi criminali e si accorge Alessia (Ilenia Pastorelli: grande interpretazione), sciroccatissima figlia di un complice dello Zingaro, sicura di aver incontrato lo Jeeg Robot di cui vede e rivede il video. Il film di Gabriele Mainetti (trentanove anni, romano) mette in scena in modo fumettistico e registicamente molto efficace la Roma di oggi, tra criminali di ogni tipo e minaccia di attentati; Enzo e Alessia sono due persone sole e ferite, lui chiuso in se stesso, lei nelle sue fantasie, e il loro amore impossibile riesce a essere romantico a dispetto di tutto. Lo chiamavano Jeeg Robot non ha il rigore e la compattezza della sceneggiatura di Non essere cattivo, ma come il film di Claudio Caligari ha il merito di uscire dagli stereotipi dei film sulla delinquenza romana. Mi sono divertita e commossa.

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