lunedì 8 febbraio 2016

The Hateful Eight

più che un film di Tarantino, The Hateful Eight è una tarantinata: un concentrato dei temi, dei personaggi, delle battute, delle inquadrature che hanno caratterizzato il suo cinema finora. Il che per lo spettatore medio non è il massimo: sei lì inchiodato alla tua poltrona e ti chiedi quanto tempo ancora ci vorrà perché quegli otto detestabili personaggi si facciano fuori a vicenda, esaurendo il gusto del regista per la citazione cinematografica, il capovolgimento di ruoli e i fiumi di violenza . In un emporio del Wyoming, mentre fuori infuria una terribile bufera, due cacciatori di taglie, un’assassina che adora provocare, un sedicente sceriffo, un boia, un cowboy silenzioso, un messicano e un vecchio generale si scontrano prima a parole e poi a colpi di pistola e di veleno (non manca neppure un’impiccagione improvvisata). L’impianto teatrale non giova a Tarantino, che è uomo da battute fulminanti e non da lunghi dialoghi. Magari avesse girato il seguito di Django.

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