giovedì 31 marzo 2016

Teulada di notte

peggio di Teulada di notte c'è solo Saxa Rubra di notte (al Salario di notte non ho mai messo piede e spero di non doverlo fare mai). La sede si svuota di donne, e gli uomini che ci sono ti guardano attraverso, facendoti sentire invisibile (non è poi così brutto). Il montatore triste (di Ariosto non gli importa proprio niente, di fronte alle riprese di Ferroni, a cui luccicavano gli occhi parlando delle ascendenze dantesche dell'incipit dell'Orlando furioso, stava per tentare il suicidio) è andato a recuperare le chiavi di casa. Sono sola in saletta. Tagliare la puntata non mi dispiace, anche se si tratta di materiali pensati e girati da altri. Il turno di notte ti regala una giornata: prima di venire qui ho fatto palestra, fissato gli appuntamenti bolognesi, visitato Santa Maria Antiqua con Francesco e Carlo che facevano il servizio per Rai arte, mangiato a pranzo con il figlio... Chissà se riuscirò a restare lucida fino a mezzanotte, a trovare la macchina e la forza di guidare fino a casa.

mercoledì 30 marzo 2016

tornare a Bologna

l'ultima volta che sono stata alla fiera del libro per ragazzi lavoravo per Fahrenheit e con il telefono facevo dei collegamenti in diretta. Martedì ci torno con il valido Alessandro che mi fa da videomaker, intervisteremo mezza fiera e sono qui che riprendo a navigare nella letteratura per ragazzi, frequentata per anni come lettrice per varie case editrici e come madre desiderosa di scovare qualcosa di bello per i suoi figli (gli effetti sono che una su due legge, in qualche modo i miei sforzi sono stati ripagati). C'è spesso nei libri italiani per ragazzi un tono fastidioso, una voce in falsetto, un prendere per mano, una cosa che non trovi mai nei classici della letteratura. Che parli di un bambino, di un cane, di un ragazzo o di un adulto, un romanzo deve guardarti negli occhi, sfidarti con il suo linguaggio e i suoi contenuti, non infilartisi sotto braccio, non ammannirti parole giudiziose. Gratta gratta del buono troverò.

Il condominio dei cuori infranti

nel palazzone che si staglia in una periferia anonima di una città si incrociano diverse solitudini. La prima coppia è formata da un’accogliente signora marocchina e dall’astronauta americano che atterra sul tetto del palazzo: non hanno una lingua comune, ma lei non vede l’ora di cucinare il cuscus a qualcuno (suo figlio è in carcere e non è affatto gentile) e lui, dopo essere stato nello spazio, gode di essere al centro di tante premure. La seconda la compongono un’attrice in disarmo (Isabelle Huppert, intensa e autoironica) e un ragazzo solitario: guardano insieme i vecchi film di lei e lui prova ad aiutarla a ottenere una parte. E infine ci sono un misantropo scapigliato che si finge fotografo per attirare l’attenzione di un’infermiera triste (Valeria Bruni Tedeschi più trasognata del solito). Sono entrata al cinema con il cuore oppresso senza motivo, Il condominio dei cuori infranti di Samuel Benchetrit  mi ha sollevato il morale. Il regista, nato nel 1973, ha tratto il film dalla sua autobiografia; ha un modo davvero bello e inconsueto di raccontare la possibilità che abbiamo di riconoscerci in altri apparentemente diversi da noi.

lunedì 28 marzo 2016

La scuola cattolica


romanzo autobiografico/diario intimo in pubblico, ritratto di un quartiere e di una città, antropologia del maschio italiano, anatomia della religione cattolica, riflessione sulla scuola e sui suoi effetti, sociologia di un’epoca e della classe borghese… Mentre cerco di enumerare i generi attraversati dalle 1294 di La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli) mi accorgo di aver saltato quello principale: la riscrittura di un fattaccio di cronaca, il rapimento e le sevizie subite da due ragazze nel settembre del 1975 per mano di tre psicopatici in una villa al Circeo, culminata con la morte di una di loro e l’annichilimento dell’altra, ritrovata abbracciata al cadavere dell’amica dentro una macchina parcheggiata dagli assassini sotto casa loro. Albinati quei tre li conosceva perché avevano frequentato il suo stesso istituto cattolico, il San Leone Magno, uno dei pilastri del quartiere Trieste di Roma. È dalla scuola e dai criminali che sono stati generati da questa che si dipana il racconto di Albinati e non è un caso che tutta la vita dello scrittore abbia continuato a ruotare intorno a questi due poli (per vent’anni ha insegnato in carcere). I compagni di classe (il geniale Arbus, il bellissimo Jervis, il generoso Rummo, e poi Lodoli e gli altri), i professori (l’omosessuale represso, il brillantissimo italianista, il crudele insegnante di nuoto, il temuto preside) sono rievocati attraverso vari episodi, entrano e escono dalla storia in tempi diversi, diventano paradigmi di diverse tipi umani. Ma l’argomento principale intorno a cui ruota il libro è il sesso visto dal maschio e da un particolare tipo di maschio, quello che negli anni della sua formazione è stato separato dalle femmine, si è formato sulla pornografia e sulla competizione con gli altri maschi. Partendo non dai massacratori del Circeo ma da se stesso, Albinati descrive un’educazione in cui il giovane uomo deve prima di tutto dimostrare ai suoi pari di non avere inclinazioni omossessuali, di essere un predatore. La liberazione sessuale degli anni settanta complica il ruolo maschile, il moltiplicarsi dell’offerta lo disorienta e questo può portare a cercare delle scorciatoie: invece di sforzarsi di piacere alle donne, il maschio sogna di sottometterle e lo stupro suggella un patto di virilità. Quanto alla religione cattolica che è l’altro grande polo del libro, Albinati, a differenza del Carrère del Regno, a cui ogni tanto fa pensare, non racconta un’evoluzione nel proprio rapporto con la fede, che resta qualcosa di estraneo al suo sentire; della religione respirata negli anni scolastici lo interessa l’armamentario ideologico e le sue ricadute pratiche (la castità dei preti, l’esempio dei martiri, i toni della predicazione, il masochismo del porgi l’altra guancia). Fin qui i grandi meriti della Scuola cattolica, romanzo per molti versi necessario (il maschilismo di cui grondano la società italiana e la letteratura italiana, soprattutto quella di oggi, trova qui la sua spiegazione più esauriente e sincera). E il demerito? A mio parere consiste nella sovrabbondanza e io non sono una che si spaventa per il numero di pagine, anzi adoro i libri lunghi, soprattutto quelli autobiografici (a uno come il norvegese Knausgard non toglierei una riga). Nel suo desiderio di mettersi a nudo, Albinati non ci risparmia niente: ci racconta come ha fatto o non ha fatto sesso con tutte o quasi le donne della sua vita, cosa gli piace in un corpo femminile (le tette, credo che questa sia una delle parole che ricorrono più spesso con tutti i loro sinonimi), i ragazzi per cui ha provato più di un brivido, le madri dei suoi compagni che l’hanno fatto sognare… La sua prosa accoglie tutto: barzellette, pubblicità, modi di dire triviali, canzoni napoletane, l’analisi degli eufemismi, la riflessione sociologica spiccia. E non è sciatteria la sua, è solo una forma di presunzione: dovete prendermi così come sono, i miei difetti (esistenziali) li conosco a perfezione, li elenco ripetutamente, al massimo, se vi siete stancati delle mie digressioni ogni tanto vi segnalo i capitoli da saltare (che invece sono tra i più interessanti), di editing non se ne parla. Non ho mai provato un desiderio così intenso di mettere le mani su un libro per farlo risplendere in tutta la sua bellezza (non sto tanto bene neanche io).

domenica 27 marzo 2016

addio alla barca

tanto l'ha desiderata quando era ancora in costruzione e partiva da Roma per andare fino a Itri per vedere lo stato di avanzamento dei lavori, tanto ora il marito ha fretta di sbarazzarsi della sua barca. Ieri mi ha portato a Gaeta a svuotarla delle nostre cose; pare che finalmente sia apparso un acquirente che se la prenderà. Mentre mi aggiravo sull'imbarcazione tirata a secco ho provato un intenso mal di mare, quello che non avevo mai provato nel mare in tempesta. Raccoglievo piatti, posate, bottiglie d'acqua, asciugamani e mi veniva un nodo alla gola pensando al senso di libertà e di distacco da tutto che  associavo alla barca. Poi certo i figli non si riusciva mai a portarli, quando potevamo noi era brutto tempo, quando non potevamo era bellissimo, i motori si rompevano, io non sapevo guidare ed era pericoloso andare in giro solo noi due... Piangi, mi ha detto il marito meravigliato, ma se non l'hai mai voluta la barca... Due lacrime legate a quel pezzo di me che in mezzo al mare ha vissuto bei momenti di puro abbandono. Oggi la spiaggia è piena di gente vestita, di bambini che giocano a calcio o scavano buche; non si sta male, siamo ancora abbastanza lontani gli uni dagli altri.

sabato 26 marzo 2016

dopo il pranzo

i nostri amici avevamo provato a invitarli a raggiungerci al mare; chi per un motivo chi per l'altro avevano tutti da fare. Ci siamo trovati in balia degli amici dei figli. Ieri sera a cena fuori il figlio ha portato Manfredi, la figlia il suo Paolo. Oggi per il pranzo in giardino sono comparsi altri tre ragazzi; se ci fosse stato mio padre avrei saputo tutto di loro, studi, luogo di abitazione, genitori. Invece, occupata com'ero con la pasta alle vongole, ho sentito brandelli di conversazione, uno che aveva fatto il corso da chef, uno impegnato con gli esami non so di che. Pranzo allegro e informale, tutto in un piatto, le vongole, la tiella con dentro la bieta, le alici, la mozzarella. In un attimo hanno sparecchiato e sono spariti lasciando il tavolo sporco e i cuscini sulle panche di pietra. Ho messo la lavastoviglie, senza stare tanto a pulire, il mio kindle mi aspetta, alla spiaggia ventosa preferisco ora il prato e il suo cinguettio.

venerdì 25 marzo 2016

Truth


in Truth Cate Blanchett è Mary Mapes, produttrice del programma televisivo "60 minutes", specializzata in scoop. Dopo aver denunciato lo scandalo di Abu Agraib, Mary con l’appoggio della sua rete, la Cbs, cerca di gettare luce sull’esperienza da pilota di George W.Bush (siamo in piena campagna elettorale) con l’aiuto di tre giornalisti e contando sulla visibilità che le darà il suo amico conduttore Dan Rather (un Robert Redford perfetto per la parte). Come Spotlight, Truth racconta un’indagine giornalistica e la reazione che questa suscita; rispetto al film di Tom McCarthy questo di James Vanderbilt ha un ritmo meno serrato, un andamento più didascalico e finisce peggio. Mai mettersi contro un presidente degli Stati Uniti: Mary fa dire a Dan in tv che Bush si era fatto raccomandare per non andare in Vietnam e la carriera di entrambi finisce lì. Basato sul libro autobiografico di Mary Mapes; leggermente soporifero ma valido.

giovedì 24 marzo 2016

intossicata

completamente intossicata dalla lettura della Scuola cattolica di Edoardo Albinati. Mancano ancora dieci ore alla fine (mi pare che all'inizio fossero diciassette) e ho l'inquietante sensazione di conoscere lui, lo scrittore che ho visto solo una volta di sfuggita, meglio dell'uomo che ho accanto da una trentina d'anni.

mercoledì 23 marzo 2016

La corte

un processo raccontato nella sua normalità (presidente della corte preoccupato per la sua salute, giudici popolari desiderosi di conoscersi tra di loro, avvocati difensori impegnati su più piani e quindi distratti, testimoni confusi) e una storia d’amore raccontata nella sua normalità (lui e lei si sono conosciuti in ospedale dove lui era il paziente e lei era l’anestesista; lui l’ha corteggiata, lei si è tirata indietro; si rivedono nell’aula presieduta da lui, che si ritrova più innamorato di prima). La corte, il film di Christian Vincent è interpretato benissimo: lui è Fabrice Luchini, la barbetta e gli occhi più popolari del cinema francese, lei l’affascinante  danese Sidse Babett Knudsen. Non succede niente o meglio succede come nella vita: il processo si conclude (il giovane accusato di aver ucciso la sua bambina di sette mesi viene assolto perché non ci sono prove schiaccianti) e ne parte un altro; lui spera che stavolta lei gli dia una possibilità; la figlia di lei prende in giro la madre per questo corteggiatore buffo e incalzante. Io e Giulia siamo uscite dal cinema frastornate dall’eccesso di normalità.

lunedì 21 marzo 2016

la partita del Napoli

ieri ho intervistato lo scrittore nigeriano sul peso della superstizione nel suo paese e nella sua narrativa. Stamattina mio padre mi ha raccontato di aver assistito alla partita del Napoli con una speciale trepidazione: aveva affidato ai calciatori l'esito del suo imminente viaggio in America. Se vinceva il Napoli, la partenza sarebbe stata sotto i migliori auspici, se perdeva... Altro che Nigeria, abbiamo rischiato che annullasse volo e permanenza.

domenica 20 marzo 2016

la calata dei vecchi

alle due del pomeriggio, quando ho intervistato nella cavea Atticus Lish, l'auditorium era pressoché deserto: i visitatori della mattina si dirigevano pigramente verso il loro pranzo e quelli del pomeriggio ancora latitavano. Lui, Atticus, saliva e scendeva con uno zaino sulle spalle i gradoni che portavano alla terrazza sopraelevata; le signore dell'ufficio stampa hanno avuto difficoltà a farlo smettere (nel romanzo Preparativi per la prossima vita la descrizione dell'attaccamento spasmodico dei due protagonisti alla ginnastica non ha nulla di casuale). Più tranquillo il nigeriano Chigozie Obioma, preoccupato per una macchia che si era fatta sul vestito sbrodolandosi a tavola. Obioma è uno di quegli uomini che staresti a sentire per ore per come parla e per quello che dice. Beatrice Masini con la sua grazia dimessa ha stregato il mio videomaker Alessandro che, dopo averla sentita, voleva comprarsi il suo libro. Irritantissima per il rumore della sala in cui aveva fatto la sua presentazione, Rosa Matteucci all'inizio sembrava non volerla proprio fare l'intervista; man mano che si rendeva conto che Costellazione familiare l'avevo letto con attenzione si placava a e alla fine ci ha fatto anche un mezzo sorriso. Ma la vera attrazione del pomeriggio a Libri Come è stata la calata dei vecchi. Poco prima che cominciasse l'incontro di Camilleri una folla di vecchi vestiti a festa è sciamata verso la sala preposta. Vecchi ovunque. Edoardo Abbinati intanto firmava copie del suo volumone nella libreria dell'Auditorium (la voce ricorrente è che sia il vincitore designato del prossimo Strega). Chissà se poi gli acquirenti arriveranno fino in fondo alla Scuola cattolica. Io l'ho comprato su kindle e da domani comincio.

sabato 19 marzo 2016

Muti o non Muti

del libro di Romana Petri mi è piaciuto tutto tranne l'accenno finale a Riccardo Muti. A un certo punto delle Serenate del ciclone, il protagonista Mario Petri, il padre di Romana, dopo aver inaugurato il maggio fiorentino viene messo da parte dal maestro, che non lo chiama più e non risponde alle sue lettere. Petri si offende a morte e decide addirittura di ritirarsi dalle scene. Romana Petri racconta l'episodio e fin qui tutto bene. Nelle ultime pagine del romanzo Mario sessantatreenne viene colpito da un'aneurisma e muore. Il dottore chiede ai familiari, era rabbioso, covava un grande rancore? La mamma fa sì con la testa e io lì mi sarei fermata. Invece Romana Petri aggiunge queste righe: "dov'era Muti, mi chiesi mentre guidavo nella notte con l'inferno che mi entrava dentro. In qualche parte del mondo, certo, a fare il grande direttore d'orchestra. E senza sapere che l'aveva ucciso!". Oggi dopo l'intervista che ho fatto all'Auditorium a Romana Petri non sono riuscita a trattenermi e le ho detto, ma il secondo Muti no! Lei mi ha guardato con gli occhi tondi dallo stupore. Poi mi ha ribadito che lei ci teneva molto a dire a quella frase e che aveva persino spedito una copia del libro a Muti nella speranza che lo leggesse. Forse la mia non è tanto un'obiezione di carattere letterario (per quanto il commovente finale del romanzo ci avrebbe guadagnato senza quel riferimento) quanto di carattere esistenziale: sono convinta che a ognuno di noi nel corso della vita lavorativa è capitato di incontrare uno piú muti che ci hanno messo i bastoni tra le ruote, ci hanno impedito di sfruttare il nostro talento, ci hanno eliminato dalla scena. Lo sforzo è quello di mantenere l'equilibrio nonostante i rovesci di fortuna; se poi uno non ci riesce, non sarà stato il muti di turno a ucciderlo, ma un'intrinseca debolezza, e dare la colpa a un tizio con un nome e un cognome non serve a nulla. Intervista più predicozza: potrei inaugurare un nuovo genere.

venerdì 18 marzo 2016

ho perso la faccia


faccia d'agave


Brooklyn

raccontare una storia di emigrazione dall’Irlanda agli Stati Uniti senza drammi, giocando tutto sul sentimento della nostalgia, sulla sensazione di stare in bilico tra due mondi è la sfida vinta dal regista John Crowley che si avvale di una splendida interprete, Saoirse Ronan e della sceneggiatura a levare di Nick Hornby basata sul romanzo di Colm Tóibín. In Irlanda Eilis fa la commessa in una panetteria: lavora un giorno a settimana e la sua padrona è una donna insopportabile. Sua sorella Rose la manda a New York dove conosce un prete che trova lavoro e casa agli irlandesi. Mai uscita dal suo paesino, Eilis si sente sola a Brooklyn e non socializza con le altre commesse del grande magazzino né con le ragazze più scafate che stanno come lei a pensione. Ma al ballo domenicale conosce Tony, un idraulico italoamericano carino gentile e pazzo di lei. In breve la vita americana da incubo si trasforma in sogno: Eilis scopre il cinema, la spiaggia, gli spaghetti… L’amata Rose muore all’improvviso e Eilis deve tornare a trovare la vecchia madre. Tony le chiede di sposarlo prima di partire e lei accetta di andare in municipio con lui senza dire niente a nessuno. A casa, con sua grande sorpresa, la ragazza sarà accolta benissimo e la tentazione di non tornare in America sarà molto forte. Non succede praticamente nulla in Brooklyn (solo una dolorosa morte per cause naturali), non c’è un cattivo (solo qualche donna con la lingua lunga), non c’è miseria (solo l’aspirazione a un’esistenza migliore) ma come tutti i bei film commuove e coinvolge.

giovedì 17 marzo 2016

Costellazione familiare

i propri familiari sono l’ossessione e il punto di partenza della narrativa di Rosa Matteucci, che da sempre ha scelto la chiave del grottesco per metterli in scena e forse per esorcizzarli. In Costellazione familiare, pubblicato da Adelphi il tema è quello della morte dei genitori: accennata appena la morte del padre in un incidente stradale, descritta in ogni dettaglio quella della madre, afflitta da una lunga e penosa malattia. La cornice del libro è quella della scoperta casuale di un centro dove si pratica la psicoterapia di gruppo e si fanno interpretare a sconosciuti i ruoli dei parenti con cui si è avuto un rapporto conflittuale. Mentre Rosa affronta questa prova, tra scetticismo e ironia sui partecipanti e sul facilitatore (“un hobbit praticone”, così viene descritto), di capitolo in capitolo affiorano i ricordi. La madre, contessina cinofila, rea di non aver mai veramente voluto la figlia e quindi di non averla mai abbracciata, baciata e nutrita, ha sempre comunicato con lei attraverso due canali: i libri e i cani. (A un certo punto Rosa cerca di imparare dal suo cane a cambiare razza, a diventare come lui: chissà che la madre non la prenda in considerazione.) Dicevamo la morte dei genitori: prima che questa avvenga Rosa se la immagina (“Fin dall’anno in cui Margaret Thatcher divenne primo ministro cominciai a pregare che i miei genitori morissero in un incidente stradale. Ero terrorizzata dall’eventuale malattia-agonia-morte dei congiunti. Da allora non ho mai smesso”). È come se Matteucci in questo libro volesse dar voce ai pensieri che normalmente seppelliamo dentro di noi: non solo  considerazioni alte, anzi soprattutto considerazione basse, quelle che facciamo mentre siamo seduti sul gabinetto, mentre portiamo a spasso il cane, mentre laviamo la testa a nostra madre agonizzante. La conclusione del romanzo apre uno squarcio di consapevolezza: attraverso l’ignota signora che nello squallido appartamento rappresenta la sua genitrice, Rosa intuisce una cosa che fino ad allora le era sfuggita “per quante delusioni abbia mai patito a causa di una figura materna molto diversa dall’archetipo socialmente accettato, per le merende che non ho mai ricevuto insieme ai baci della mamma, e nonostante la solitudine della mia fanciullezza disagiata, in verità non sono mai stata privata di niente: perché nella mia famiglia c’era l’amore.” Tutti dal facilitatore, che importa se ha i capelli unti, le pingui guanciotte e il mento sporco di briciole.

mercoledì 16 marzo 2016

impestati e viaggiatori

ha cominciato la figlia: alle tre di mattina è venuta nella nostra stanza a lamentarsi per il mal di pancia e a raccontarci che aveva vomitato l'anima. Il giorno dopo (ieri) è toccato al figlio con l'aggravante della febbre alta. In tutto questo il cugino Tommaso è partito all'alba per il Nicaragua e ancora non sappiamo se è stato contagiato oppure no dal terribile virus. E la figlia, provata dalla malattia, domani va con il fidanzato a Parigi. Io resisto. Ci mancherebbe solo saltare sabato e domenica Libri Come dopo la grande abbuffata di libri.

Le serenate del Ciclone

di romanzi sui padri e sulle madri ce ne sono tanti. Di solito si parte dalla morte del genitore per poi ripercorre i momenti fondamentali della sua vita e fare i conti con una figura che è risultata in qualche modo ingombrante. Le serenate del Ciclone, il libro di Romana Petri pubblicato da Neri Pozza,  comincia dalla nascita di Mario, avvenuta nella casa dei nonni nella campagna umbra, e poi racconta con una lingua concreta, ricca di aperture al dialetto, le gesta di questo personaggio straordinario, cantante lirico, pugile, attore, padre dolcissimo per la figlia maggiore, modello irraggiungibile e terrorizzante per il figlio minore. La prima parte racconta l’ascesa inarrestabile di Mario prima della nascita di Romana: è una narrazione così dettagliata che ci si chiede come sia possibile che una figlia sappia tanto sul proprio padre. La risposta è nella seconda parte: per far addormentare la sua bambina Mario la sera racconta di sé (e di tante altro, come i fatti dell’Iliade e dell’Odissea). La bravura di Romana Petri sta da una parte nel non idealizzare la figura paterna (ne sottolinea la bellezza, il coraggio ai limiti della spavalderia, la grande curiosità intellettuale, il fascino esercitato sulle donne, le doti canore, la fedeltà agli amici, ma anche l’eccessiva prodigalità, l’insofferenza verso i mali altrui, la debolezza con cui cede alle lusinghe femminili, l’incapacità di stabilire un contatto con il proprio figlio, il precoce ritiro da tutto e da tutti) e dall’altra nell’allargare la sua visione a molti altri personaggi, ognuno dotato di una ricca fisionomia. Ci sono il nonno Damino, che condivide con il bambino la cena a base di cipolle per poter essere cacciato dal letto della moglie e dormire con lui in soffitta; il padre Attilio, venditore di carbone, manesco e ubriacone, roso dall’incapacità di gioire dei successi del figlio; il fratello Paolo, inconcludente e bisognoso; l’amico Kid che colleziona per tutta la vita ritagli di giornale su Mario; la moglie Lena, innamorata e brava a non entrare in competizione con la propria figlia. C’è la Roma colta degli anni sessanta che  frequenta casa Petri: Sergio Leone che dichiara di volersi dare al western, Walter Chiari, Maria Callas… Quando Mario muore all’improvviso a sessantré  anni Romana si chiede:  “Come avrei fatto a sopravvivergli? Quale menzogne mi sarei dovuta raccontare ogni giorno a cominciare da domani? Mi sarei messa a credere alla vita dopo la morte?”. A un certo punto nel libro Mario va a casa di Tatiana Tolstoj , la figlia dello scrittore e lei accenna con molto pudore alla rovina della sua vita sentimentale, “nessun uomo ha mai retto al suo confronto” . Chissà se lo stesso è successo a Romana Petri, che su suo padre ha scritto un bellissimo libro. 

martedì 15 marzo 2016

Il grande futuro

in Non dirmi che hai paura Giuseppe Catozzella aveva raccontato in prima persona la storia di una vittima delle guerre africane, una ragazza animata dal sogno di una vita migliore; nel Grande futuro  sceglie il punto di vista di “un guerriero di luce” e descrive tutto il percorso che l’ha reso tale.  Il punto di partenza è, come nel romanzo precedente una storia vera, raccolta dall’autore nel corso dei suoi viaggi tra Somalia e Kenya; lo stile è quello di una fiaba antica, in cui un eroe deve superare una serie di prove dolorose prima di poter ritrovare se stesso e tornare dove tutto era cominciato. Alì nasce in un’isola in Africa; suo padre, l’anziano Hassim è pescatore; sua madre, la bellissima Fatima fabbrica profumi. L’esplosione di una bomba cambia il corso della vita di Alì: una scheggia gli entra nel cuore e deve subire un trapianto. A pagare le cure è il padrone del padre; in cambio di cosa il ragazzo lo scoprirà molto tempo dopo. Sull'infanzia di Alì rinominato Amal, incombe l’ombra dei Neri, che spadroneggiano, rapiscono e uccidono. L’amico Ahmed si arruola nell’esercito regolare e scompare; Amal lascia l’isola dopo la separazione dei suoi genitori e l’invecchiamento precoce della madre. Attraversa il deserto, conosce i beduini, arriva alla Grande Moschea e diventa uno studioso del Corano, poi aderisce alla guerra santa. La parte meno credibile del racconto è quella riservata all'amore dello spietato guerriero Amal verso Marya, la ragazzina presa come moglie: il giovane non ha rapporti con lei fino a quando tra loro non nasce un sentimento profondo e accetta anche che sia cristiana; il finale del libro mi è parso eccessivamente consolatorio. Catozzella ha il pregio di usare una lingua semplice che echeggia quella dei narratori orali, i suoi libri sono adattissimi a un pubblico giovane che si voglia accostare a temi come le migrazioni o l’Isis andando alla radice dei fenomeni.  

lunedì 14 marzo 2016

Ave, Cesare!

è un gran bel film sul cinema e sull’amore per il cinema Hail, Ceasar! di  Ethan Coen e  Joel Coen. Al centro c’è la figura di Eddie Manix, un cattolicissimo produttore che in confessionale si tormenta per piccole bugie e per il vizio per il fumo. Siamo nella Hollywood degli anni cinquanta e la Lockeed, famigerata industria d’aerei, vorrebbe che Manix mollasse il suo mestiere per un business dal futuro più certo. Manix fa finta di riflettere sulla generosa offerta ricevuta per tutta la durata del film, innamorato com’è di quello che fa e abile nello sbrogliare i problemi che gli si pongono dall’alba a notte fonda (l’attrice che passa da uno scandalo all’altro,  il divo dei western  incapace di pronunciare la più semplice delle battute, l’altro divo rapito dai comunisti,  i religiosi che devono approvare il film su Gesù, le gemelle giornaliste a caccia di scoop.). Il film dei Cohen ricostruisce il clima frenetico e un po’ folle degli inizi del cinema offrendo meravigliosi spaccati sui vari generi allora di moda, dal western al musical. E’ ironico, intelligente e si avvale di attori fantastici, da Josh Brolin a Ralph Fiennes, Scarlett Johansson, Tilda Swinton,  George Clooney (che gigioneggia un po' troppo) Alden Ehrenreich (il geniale bovaro promosso attore), Channing Tatum (che balla in modo divino) fino a Frances McDormand, la più buffa montatrice mai vista.

domenica 13 marzo 2016

verso il Centro America

intorno al passaggio di Tommaso da Roma si è aggregata una piccola folla di parenti. Tommaso è il più piccolo dei miei nipoti svizzeri e mercoledì prende un volo per il Nicaragua. Il suo piano è quello di fermarsi circa un mese nel piccolo paese da cui proviene la loro donna delle pulizie: insegnerà inglese ai bambini e imparerà lo spagnolo. Poi comincerà il suo tour solitario dell'America centrale che si concluderà a fine luglio. A tavola eravamo in dodici: mio padre, mia suocera, mia zia, una cugina con figlio, un cugino con fidanzata, noi quattro e lui. C'era una certa animazione, favorita dal buon cibo (con le lasagne di mia suocera si va sul sicuro). Ognuno parlava con il suo vicino, poi mia suocera alzava la voce dalla parte opposta del tavolo e faceva una domanda a Tommaso sulla sua imminente impresa, da lei giudicata molto azzardata per un diciottenne. Alla terza domanda c'è venuto da ridere a tutti. Tommaso continuava a spiegare di sentirsi tranquillissimo all'idea di partire. E' un ragazzo d'oro, mi ha persino aiutato a caricare la lavastoviglie.

La moglie perfetta


non conoscevo il commissario Balistreri di Roberto Costantini. Sono partita dalla sua ultima avventura, La moglie perfetta, pubblicato da Marsilio. Avevo sentito l’autore parlare alla radio e m’incuriosiva il tema della stanchezza delle coppie sposate affrontata attraverso il personaggio di Nanni, uno psicologo specializzato in terapia matrimoniale. Il romanzo ha un’architettura complessa: si svolge a Roma in due tempi 2001 e 2011 (la seconda parte, molto più breve della prima, ribalta la prospettiva della prima). Ma a colpirmi in questo libro sono state soprattutto due cose: il largo ricorso a luoghi  comuni (nei dialoghi, nell’intreccio) e la raffigurazione della donna. I personaggi femminili sono tre: c’è Bianca, la moglie perfetta del titolo, “la persona che tutti vorrebbero accanto”, quella che sostiene il marito, lo indirizza, lo comprende, lo giustifica, ma sotto sotto lo soffoca; c’è Nicole “la principessa” bellissima, impeccabile, apparentemente inarrivabile e c’è “la zoccola”, la sorella di Nicole, Scarlett, un tipo da fumetto, con i suoi completini gialli o verdi, le sue tette e cosce esibite (a proposito di stereotipi, quando lei viene convocata in commissariato e contornata da poliziotti, non poteva mancare l’evocazione di Sharon Stone in Basic Instinct). Le donne, sostiene Costantini, si dividono in quelle che vogliono stare sotto e quelle che vogliono stare sopra e via con disquisizioni varie. Vabbe’, parliamo di chiacchiere tra maschi in un ambientino come una stazione di polizia, ma in ogni momento in questo libro il femminile è sinonimo di oggetto sessuale. Poi ci sono il killer Puncicone, il Sordomuto, il professore dalla doppia vita, lo psicologo irresponsabile, l’americano diabolico, c’è Balistreri con le sue sigarette, la sua malinconia, la sua misantropia e i suoi fedeli scudieri… Con Costantini mi fermo qui, la Trilogia del male non mi avrà.