giovedì 17 marzo 2016

Costellazione familiare

i propri familiari sono l’ossessione e il punto di partenza della narrativa di Rosa Matteucci, che da sempre ha scelto la chiave del grottesco per metterli in scena e forse per esorcizzarli. In Costellazione familiare, pubblicato da Adelphi il tema è quello della morte dei genitori: accennata appena la morte del padre in un incidente stradale, descritta in ogni dettaglio quella della madre, afflitta da una lunga e penosa malattia. La cornice del libro è quella della scoperta casuale di un centro dove si pratica la psicoterapia di gruppo e si fanno interpretare a sconosciuti i ruoli dei parenti con cui si è avuto un rapporto conflittuale. Mentre Rosa affronta questa prova, tra scetticismo e ironia sui partecipanti e sul facilitatore (“un hobbit praticone”, così viene descritto), di capitolo in capitolo affiorano i ricordi. La madre, contessina cinofila, rea di non aver mai veramente voluto la figlia e quindi di non averla mai abbracciata, baciata e nutrita, ha sempre comunicato con lei attraverso due canali: i libri e i cani. (A un certo punto Rosa cerca di imparare dal suo cane a cambiare razza, a diventare come lui: chissà che la madre non la prenda in considerazione.) Dicevamo la morte dei genitori: prima che questa avvenga Rosa se la immagina (“Fin dall’anno in cui Margaret Thatcher divenne primo ministro cominciai a pregare che i miei genitori morissero in un incidente stradale. Ero terrorizzata dall’eventuale malattia-agonia-morte dei congiunti. Da allora non ho mai smesso”). È come se Matteucci in questo libro volesse dar voce ai pensieri che normalmente seppelliamo dentro di noi: non solo  considerazioni alte, anzi soprattutto considerazione basse, quelle che facciamo mentre siamo seduti sul gabinetto, mentre portiamo a spasso il cane, mentre laviamo la testa a nostra madre agonizzante. La conclusione del romanzo apre uno squarcio di consapevolezza: attraverso l’ignota signora che nello squallido appartamento rappresenta la sua genitrice, Rosa intuisce una cosa che fino ad allora le era sfuggita “per quante delusioni abbia mai patito a causa di una figura materna molto diversa dall’archetipo socialmente accettato, per le merende che non ho mai ricevuto insieme ai baci della mamma, e nonostante la solitudine della mia fanciullezza disagiata, in verità non sono mai stata privata di niente: perché nella mia famiglia c’era l’amore.” Tutti dal facilitatore, che importa se ha i capelli unti, le pingui guanciotte e il mento sporco di briciole.

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