martedì 8 marzo 2016

Gli ultimi ragazzi del secolo

due amici in vacanza a Hvar decidono all'improvviso di andare a Sarajevo; è il 1996, la guerra è appena finita. Attraversare le montagne bosniache devastate dal conflitto, vedere il ponte di Mostar abbattuto dai bombardamenti, parlare con chi è rimasto per anni nella città sotto assedio assume per l’io narrante il significato di ingresso nella maturità. Ai capitoli dedicati al viaggio si alternano i capitoli sulla propria storia nel tentativo di delineare il ritratto della generazione nata alla fine degli anni sessanta. Sono arrivata con fatica in fondo al libro di Alessandro Bertante pubblicato da Giunti. Primo problema la lingua: aggettivi a pioggia (alcuni di una bruttezza agghiacciante come il performativo che compare nella frase “il piede arcuato è troppo performativo”: sta parlando di una donna intravista al bar ), superlativi, espressioni virgolettate, tutto quello che non si vorrebbe incontrare in un romanzo. Secondo problema: invece di far parlare i fatti, di mettere il lettore di fronte allo sgomento del protagonista, Bertante dichiara, spiega, sottolinea: “è impossibile che io capisca, che riesca a cogliere anche una piccola parte di quello che è successo, della tragica enormità della guerra che si mostra ora davanti a miei occhi nella sua crudezza”; “i cittadini di Sarajevo erano persone come me, ci dividevano pochissime cose. E si fa presto a dimenticare ogni regola, scoppia la guerra e la civiltà arretra” . Terzo problema: le imprese di Alessandro bambino con i suoi genitori prima alternativi, poi spalmati davanti al televisore, di Alessandro ragazzo tra musica, droga e centri sociali fanno l’effetto di un album fotografico privato, lo sfogli se sei amico del soggetto, se no perché soffermarsi su istantanee scattate alla meno peggio? Bello il titolo Gli ultimi ragazzi del secolo e bella la copertina. 

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