sabato 5 marzo 2016

I nomi che diamo alle cose


Beatrice Masini, esperta di letteratura per l’infanzia, traduttrice di libri per ragazzi (tra l’altro Harry Potter), giornalista, ambienta il suo secondo romanzo per adulti all’ombra di una scrittrice per bambini che i bambini non li sopportava proprio, a partire dal suo. Irene Bandini ha vissuto isolata in una grande villa vicino al Lago di Garda. Alla sua morte ha dato un’ultima mazzata al figlio Gregorio: la villa cadente l’ha lasciato a lui, mentre la portineria, che il giovane avrebbe volentieri restaurato e abitato, l’ha assegnata nel testamento ad Anna, una editor, solo perché le scriveva con la penna stilografica e usava carta da lettere. I nomi che diamo alle cose (uscito da Bompiani) racconta il trasloco di Anna da Milano alla casetta di campagna e i suoi rapporti con gli abitanti del luogo (un muratore premuroso e colto, l’ex dama di compagnia della scrittrice, un produttore di vini, una famiglia di olandesi un po’ hippy, una specie di fascinoso sceicco). È un libro un po’ troppo milanese per i miei gusti: tutto un indulgere su dettagli da rivista patinata (la cena informale all’aperto con le posate d’argento, i tovaglioli di stoffa, il freddo da golfino, il caffè versato nel bricco, il parquet quasi bianco). E mi è parso macchinoso il flash back sui due figli dell’uomo che tradiva la moglie con due donne diverse nello stesso tempo. Peccato, l’idea della scrittrice “cattiva” e consapevole di esserlo non è male per niente.

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