martedì 8 marzo 2016

I pescatori

1996, Akure, Nigeria. Ben e i suoi tre fratelli maggiori godono di un periodo di insperata libertà. Il severo padre che li vorrebbe sempre chini sui libri e ha già in mente un futuro da professionisti per ognuno di loro,  viene trasferito a Nord dalla sua banca, la madre ha il lavoro al mercato e i due figli piccoli a cui badare. I quattro ragazzi s’improvvisano pescatori e passano i pomeriggi sul vietatissimo fiume Omi-Ala trafficando con canne e ami da pesca. Comincia con un tono scanzonato il romanzo di Chigozie Obioma, ma l’ombra della tragedia non tarda a manifestarsi. Sul fiume i quattro incontrano Abulu, il pazzo del paese, l’uomo le cui oscure profezie diventano realtà, e Ikeanna, il maggiore, resta tramortito quando questo gli dice che sarà ucciso da uno dei suoi fratelli. S’innesca così un meccanismo atroce che porta Ikeanna, fino ad allora un quindicenne sereno e responsabile, a sfogare la sua rabbia sul quattordicenne Boja; la madre prova a intervenire; il secondo figlio uccide il primo per difendersi e poi si getta nel pozzo. Più che la vicenda, colpisce lo stile di Obioma (il libro è tradotto con grande maestria da Beatrice Masini per Bompiani): “Padre era un’aquila. L’uccello potente che fa il nido in alto sopra i suoi simili, che volteggiando veglia i suoi aquilotti, come un re fa la guardia al trono”; “Ikenna era un pitone. Un serpente selvaggio che diventò un drago mostruoso che abita sugli alberi, molto più in alto degli altri serpenti.”; “Madre era un falconiere. Quello che sta sulle colline e veglia, cercando di prevenire qualunque male senta calare sui suoi piccoli”; “L’odio è una sanguisuga: la cosa che si appiccica alla pelle di una persona; che se ne nutre e prosciuga la linfa dallo spirito”. Inoltrandosi nella lettura di Pescatori, il lettore sprofonda in un mondo extraumano, fatto di superstizione e follia. L’effetto è tanto più straniante perché la famiglia descritta all’inizio è una famiglia come tutte le altre. Ben e i suoi sono la Nigeria, un paese sospeso tra la più devastante e incomprensibile delle violenze fratricide e l’aspirazione alla normalità. La bravura di Obioma sta nel costruire un racconto il cui forte valore simbolico non appanna la potenza della narrazione.  

1 commento:

babalatalpa ha detto...

Non ho letto il libro ma il personaggio mi sembra interessante. Mi sa che andrò ad ascoltarlo a Libri come…