domenica 6 marzo 2016

Room

più che un film sulla prigionia, Room è un film sulla maternità: sulla forza che una ragazza può trovare dentro di sé per proteggere l’essere che le è più caro al mondo. Joy vive da sette anni chiusa in una stanza. Old Nick, l’uomo che l’ha rapita, le porta cibo e vestiti e la violenta ogni sera. Nella stanza c’è anche Jack, il bambino che le è nato lì dentro. Jack ama sua madre e il piccolo spazio che divide con lei, tra ginnastica, disegni, racconti, letture e televisione. Quando Jack compie cinque anni, Joy decide che non può più andare avanti cosí, chiudendolo nell’armadio quando entra il loro carceriere e offrendogli una visione fantastica della realtà. Gli spiega tutto (provocando in lui una reazione di rifiuto) ed elabora un ardito piano per farlo uscire dalla stanza e cercare aiuto. Il film dell’irlandese Lenny Abrahamson scatena nello spettatore un fortissimo senso di immedesimazione: siamo lì con Joy e Jack quando sono chiusi insieme, siamo con il bambino quando riesce a salvarsi e siamo con la madre quando lo riabbraccia per la prima volta all’aperto. La seconda parte di Room, dedicata al difficilissimo ritorno alla normalità, non è meno bella della prima. Qui i cattivi (ma non c’è nessuno schematismo nella sceneggiatura scritta da Emma Donoghue, l’autrice del libro da cui è tratto il film) sono il padre di Joy, che non riesce a guardare in faccia il bambino, e la conduttrice televisiva che con le sue disgustose domande fa crollare il fragile equilibrio della ragazza. Brie Larson è magnifica nel ruolo di Joy (ed è stata giustamente pluripremiata per questo); altrettanto vale per Jacob Tremblay, attore fatto e finito a soli nove anni. In lingua originale, per forza.

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