sabato 30 aprile 2016

Borderlife

Liat sta passando l’aspirapolvere in casa e ascoltando i Nirvana quando si trova alla porta due agenti dell’Fbi. Scopre così che al bar dove va spesso è stata segnalata come possibile terrorista: siamo nella New York post 11 settembre e avere la pelle olivastra, i capelli neri e un computer portatile bastano per sollevare sospetti. Per farsi consolare chiama il suo amico Andrew: questo viene bloccato da un problema familiare, non riesce ad avvertirla, e manda Hilmi al suo posto. Comincia così, sotto l’ombra cupa di un interrogatorio, la storia tra la ventinovenne israeliana (da Tel Aviv negli Stati Uniti per un dottorato in glottologia) e il ventisette arabo (che fa il pittore e vive a Brooklyn). Fbi o no, il loro è un amore a prima vista, anche se lui è super sbadato e passano il primo pomeriggio insieme a cercare le chiavi di casa che gli sono cadute dallo zaino. Liat racconta a Hilmi che da bambina girava con una spilla per difendersi da un eventuale attacco degli operai arabi, Hilmi racconta a Liat che lui e i suoi amici avevano incontrato dei coetanei israeliani e questi erano fuggiti come se avessero visto un branco di lupi; Liat ha fatto due anni di servizio militare, Hilmi quattro mesi di prigione per un graffito con i colori della bandiera palestinese. Lei va da lui e resta colpita dalla bellezza dei suoi dipinti e dalla sporcizia della stanza e del bagno: passano la notte insieme e non vorrebbero staccarsi mai più. Liat parla di Hilmi alla sorella che approva l’idea di una relazione focosa, ma s’innervosisce di fronte al fatto che non è una cosa passeggera; il fratello di Hilmi passa per New York e la serata insieme al ristorante finisce con un clamoroso litigio sulla questione dei due stati o dello stato binazionale. L’inverno a New York è gelido e prolungato: entrambi sentono la mancanza della loro terra; Ramallah e Tel Aviv non sono molto distanti geograficamente eppure lo sono in un modo invalicabile. In Borderlife (tradotto in italiano da Elena Lowenthal per Longanesi) Dorit Rabinyan aggiorna in stile realistico la storia di Romeo e Giulietta, ci fa conoscere intimamente i due personaggi, le loro ragioni, i loro condizionamenti, i loro sogni. È un libro molto bello; che follia da parte del ministro dell’istruzione israeliana vietarne l'adozione nelle scuole.

Una moglie giovane e bella


quella raccontata dallo scrittore olandese Tommy Wieringa potrebbe essere la solita storia del quarantenne che sposa una ventenne per rivitalizzarsi e invece crolla sentendosi addosso più anni di quelli che ha. Ma Una moglie giovane e bella (tradotto in italiano da Clauda Cozzi e Claudia Di Palermo per Iperborea) è un libro tanto smilzo (appena 115 pagine e in questi giorni di maratona letteraria gliene sono molto grata) quanto stratificato al suo interno e aperto a diverse interpretazioni. Intanto Edward, il protagonista, non è affatto antipatico: è un uomo intelligente e di fascino, uno scienziato che si è sempre dedicato al suo lavoro sui virus e ha avuto con le donne rapporti frequenti, superficiali, sinceri. L’incontro con Ruth, che gli sfreccia davanti con la sua bicicletta e il sedere all’insù, per lui è una folgorazione e quando la rivede per caso deve assolutamente avere il suo numero, uscirci. Ruth ci sta senza farsi pregare e per un po’ la vita dei due è l’idillio a cui Edward aspirava, senza credere che potesse realizzarsi (all’inizio c’è solo una nube: il colloquio con il padre di lei che in modo molto diretto gli dice, la sposi perché vuoi una badante? Vedrai tra dieci anni come sarai ridotto). Da un certo punto in poi tutto crolla: Ruth vuole un bambino e l’ottiene anche se Edward non è tanto convinto e i suoi spermatozoi ancora meno di lui. Il bambino piange e Ruth dice che sente l’ostilità paterna… Di scontri nella coppia fino allora ce c’erano stati ben pochi, nonostante Ruth, animalista convinta, disprezzasse l’attività del marito al servizio delle multinazionali farmaceutiche e fosse convinta che Edward sottovalutasse il dolore degli animali sottoposti a esperimenti. Che cosa vuol dire invecchiare? Esiste un modo per farlo bene, con dignità, senza scordarsi di avere un cuore? Cosa serve a tenere unite due persone che si vogliono bene? Si può basare la propria vita sugli ideali del progresso scientifico e della razionalità senza rinunciare a una parte di sé? Che belli i libri smilzi, con personaggi credibili e tante domande.

venerdì 29 aprile 2016

La figlia sbagliata

un inizio folgorante: una donna lava i piatti guardando la tv e non si accorge che il marito seduto al tavolo con la settimana enigmistica a portata di mano è stato folgorato da un infarto. Ines è troppo presa dai suoi pensieri e dalle immagini che scorrono sullo schermo televisivo (prima un programma su una donna che non riesce a dimagrire, poi una gara di ballo in cui parteggia per un giovane che le ricorda suo figlio) per percepire il dolore che sta squassando Pietro. Gli rivolge persino la parola, lo biasima ancora da morto come lo biasimava da vivo. Il seguito del libro ha ancora momenti di grande intensità, ma registra anche delle cadute. Un esempio nel flash back in cui incontriamo Vittorio, il figlio della coppia, a otto anni al mare. Dai vaneggiamenti di Ines abbiamo saputo che Vittorio fa tutto benissimo: è stato a un passo da diventare campione di nuoto e si è laureato brillantemente in ingegneria. Romagnolo ci mostra Vittorio bambino angustiato dal fatto che non può fare i tuffi con gli altri (solo dallo scoglio basso e solo sorvegliato dal padre) e esaltato, come solo un bambino può essere, dal permesso di mangiare in vacanza le patatine (ne assaggia ogni giorno un tipo diverso per scoprire quali sono le migliori). Questo è un modo efficace di raccontare chi è Vittorio; meno efficace è la parte in cui il bambino registra l’opposizione netta della sorella Riccarda alla madre: qui il punto di vista non è più il suo, è quello della narratrice, e scivoliamo nel già sentito, già detto. Quello che emerge comunque dalla  Figlia sbagliata è un potente ritratto di madre ossessionata dal proprio ruolo e cieca e sorda nei confronti dei bisogni chi la circonda. La società cambia ma la tendenza dei genitori a sfogare le loro frustrazioni sui figli forse non cambierà mai. 

Il grande salto

Yashin è morto, si è fatto esplodere a diciotto anni in un albergo di Casablanca in cui non aveva mai messo piede prima, insieme a suo fratello e ai  suoi migliori amici. Lo scrittore e artista marocchino Mahi Binebine dà voce a Yashin facendogli ripercorrere i momenti salienti della sua vita alla luce della fine che ha scelto. Il grande salto, tradotto in italiano da Manuela Maddamma per Rizzoli, condensa in 160 pagine di straordinaria chiarezza la parabola umana di un ragazzo marocchino, cresciuto in un quartiere cloaca. L’unica religione alla cui ombra cresce Yashin è quella del calcio, non c’è molto altro che il pallone per gli abitanti di Sidi Moumen. Una mamma amorevole che ha messo al mondo quattordici figli, un padre ex minatore rintanato in un angolo della baracca, un fratello maggiore carismatico e violento: questo il contesto familiare di Yashin. Alla sua storia si intrecciano quelle di Nabil, ossessionato dal marchio di essere figlio della prostituta, di Alì a cui è morto il fratellino nel fiume, del lustrascarpe Kahlil, tutti facile prede per Abou Zoubeir, che nel suo garage fornisce disciplina, cibo, indottrinamento e soprattutto un orizzonte a chi si è sempre sentito incatenato al proprio destino. Nel mondo ovattato dell’emiro c’è spazio persino per una vacanza, la prima e l’ultima per Yashin, che viene portato in montagna con gli amici e qui pregusta la bellezza che lo aspetta in paradiso, dopo che avrà compiuto la sua missione suicida. Mahi Binebine riesce a rendere con grande intensità le pulsioni e i turbamenti del giovane marocchino, pulsioni e turbamenti non molto diversi da quelli dei suoi coetanei di ogni paese, solo che di fronte a Yashin si è spalancato un abisso da cui è impossibile uscire. Nelle scuole, subito.

da Amsterdam a Barcellona

da Amsterdam è tornato martedì sera, completamente fuso, tanto che il giorno dopo non c'è stato verso di mandarlo a scuola. Il figlio ha festeggiato i suoi diciotto anni, ma ora bisogna festeggiare quelli di Mario: alle tre oggi prende il volo per Barcellona. Stavolta sono in dieci a partire, tutti coetanei, tutti maschi. Quando abbiamo detto di sì dovevamo essere molto stanchi o molto distratti.  

giovedì 28 aprile 2016

Una storia russa

nelle 640 pagine di Una storia russa si raccontano i destini di tre uomini nati nel 1940 (tre anni prima dell’autrice Ludmila Ulitskya), che s’incontrano sui banchi di scuola, da bambini sono accomunati dall’amore per la letteratura e dai maltrattamenti che subiscono dai bulli e da grandi dalla persecuzione da parte del regime. A Il’ia, Sanja e Micha capita uno straordinario professore, Viktor, che legge poesia in classe e porta i suoi studenti in giro per Mosca sulle tracce dei grandi scrittori del passato: il legame con lui supera gli anni scolastici e determina il loro indirizzo di vita. La parte relativa alla giovinezza dei protagonisti, ai loro slanci (Il’ia è fissato con la fotografia e rischia la vita più di una volta per documentare quello che succede nel suo paese; Sanja suona il pianoforte e non abbandona la musica anche dopo aver avuto una mano semispezzata dal più crudele dei suoi compagni di classe; l’orfano Micha, gran lettore, stringe un legame fortissimo con la nonna di Sanja) è bellissima. Poi la narrazione si complica: Ulitskya punta la  sua attenzione su Il’ia, ci racconta la movimentata vita che conduce con Ol’ga, la sua seconda moglie; passa a descriverci l’infanzia di questa; ci descrive la fine rovinosa della coppia, con lui che fugge all’estero, lei che non lo segue per non abbandonare il figlio e si consuma in sua assenza; salta nuovamente indietro e parla delle amiche di Ol’ga, poi della prima moglie e del primo figlio di Il’ia… E’ un romanzo ricchissimo di storie Una storia russa, a tratti anche frastornante per questo. La parte di invenzione si mescola con ampi squarci di realtà: leggere scrittori proibiti come Pasternak, Solzenicyn, Brodskij nella Russia del dopo Stalin può rovinare una persona (il mite Micha soccombe all’accanimento che subisce per la sua integrità morale). Lo ha tradotto Emanuela Guercetti per Bompiani. Ludmila Ulitskya sarà a Torino per il Salone e al pensiero di intervistarla già mi emoziono.               

mercoledì 27 aprile 2016

Mrs Bridge


“Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre.” Poi una sera d’estate India decide che Walter Bridge, un giovane e ambizioso avvocato dai capelli rossi, fa al caso suo, lo sposa e diventa la signora Bridge (nome che lei sente più suo dell’esotico e inappropriato India). La storia che racconta Evan S. Connell in Mrs Bridge (tradotto da Giulia Boringhieri per Einaudi e uscito la prima volta in America nel 1959) è la storia di un lungo e placido matrimonio visto dalla parte di lei: una donna per certi versi straordinariamente passiva (cerca di non prendere mai una posizione, anche quando la maestra della figlia si fa pettinare dai bambini in classe, o il figlio è vittima dei bulli) e fissata con le apparenze (quando una sua amica si suicida lei parla di un avvelenamento da tonno), per altri agitata dalla consapevolezza di star buttando la vita. La tragedia di Mrs Bridge consiste tutta nel non sapere cosa fare di sé: uno dei momenti più tristi di questo tristissimo romanzo è quando lei si rianima al pensiero di avere un compito, di dover lavare la macchina del marito e la cameriera le dice che non ce n’è bisogno, che questa è già stata pulita e lucidata. Mrs Bridge cerca di imparare lo spagnolo con i dischi, fa volontariato, viaggia per l’Europa con il marito (non vedendo l’ora di tornare indietro a Kansas City): di capitolo in capitolo Connell inchioda la sua protagonista a un destino di superfluità e il lettore soffre con lei, perché hai voglia a pensare io non sono Mrs Bridge, lo sei eccome, siamo tutti Mrs Bridge.

messaggi in codice

se il giorno dopo il viaggio il marito manda prima un messaggio, ho ancora la polvere dell'Etna negli occhi, poi chiama per parlare della lavastoviglie rotta, poi richiama dispiaciuto perché il tizio dell'albergo di Catania si è rammaricato della recensione negativa da lui lasciata sul sito, tutto ciò si può tradurre in, è stato bello partire con te, mi manchi?

lunedì 25 aprile 2016

di ritorno

sarò capace di non disperdere subito l'energia accumulata in questi giorni di sole, passeggiate, buon cibo? Scivolare nella modalità autocompatimento per me è un attimo, ma vista da questo angolo di Sicilia la mia vita mi è parsa per nulla disprezzabile. Devo solo smetterla di oppormi a ogni tipo di cambiamento, di aver paura dei miei stessi desideri. Ecco mi sono fatta l'oroscopo da me, sarà un effetto dell'aereo, per fortuna tra poco si scende.

domenica 24 aprile 2016

Nessuno torna indietro

la settimana prima della partenza avevo riempito il Kindle come se, invece di star fuori quattro giorni, prevedessi un viaggio intorno al mondo: Franzen, Coe, Gimenéz Bartlett... Mentre preparavo la valigia mi sono resa conto di aver lasciato il Kindle in ufficio. Ero così disperata che stavo per mettermi in macchina e tornare alla Dear di notte, con il rischio di non poter entrare, quando ho visto di traverso sullo scaffale il meridiano di Alba de Céspedes che mi ero comprata pensando all'estate. Oggi sulla spiaggia di Isola Bella a Taormina facevo una strana figura in costume con in mano il mio volumetto blu con le scritte dorate. Nessuno torna indietro mi ha fatto una gran compagnia in queste giornate siciliane.

Romanzo giovanile, pubblicato nel 1938, Nessuno torna indietro mette in scena otto ragazze che studiano Lettere e alloggiano in un convento vicino Villa Borghese. Le accomuna la tensione verso il futuro: per il resto non potrebbero essere più diverse per provenienza geografica, classe sociale, carattere. Una si perde per strada, facendo prima la commessa e poi la mantenuta; una muore; una ottiene la cattedra a Pisa; una torna in campagna e si sposa; una rinuncia al fidanzato rivelandogli la verità su di sé; una si ostina a scrivere romanzi che nessuno leggerà; una viene lasciata; un'altra si dispone tristemente a insegnare. Non c'è nulla di moralistico nel modo in cui Alba de Céspedes tratteggia il profilo delle sue protagoniste, mentre compiono le scelte che determineranno le loro vite: la scrittrice si limita a illustrarci le loro ragioni e le loro oscillazioni. Sullo sfondo il personaggio di suor Lorenza, madre badessa suo malgrado, consumata dal desiderio di non essere abbandonata dalle giovani che escono dal collegio. Un romanzo invecchiato bene; che assurdità che non sia ristampato né disponibile in formato elettronico.



sabato 23 aprile 2016

sull'Etna

la strada da Catania all'Etna era tutta punteggiata di ginestre in fiore che spiccavano con il loro giallo intenso contro il nero della montagna. Siamo arrivati al rifugio da cui parte la funivia molto presto: sembrava un luogo abbandonato, ma era solo perché mancavano ancora i pullman dei turisti. In funivia una guida alpina ci ha raccontato l'eruzione del 2000, quando gli era toccato smantellare il rifugio, portando via anche i gabinetti, perché erano convinti che la lava l'avrebbe spazzato via e invece alla fine si era fermata a pochi metri dalla costruzione. Quest'anno lui non aveva potuto sciare per la scarsezza di neve; si sentiva che con il vulcano aveva un rapporto molto stretto, come con una persona che si ama e da cui non si sa cosa aspettarsi. In cima siamo saliti ancora con jeep giganti e scendendo da queste siamo stati investiti da un vento gelato. Nino, la guida, pretendeva di raccontare l'Etna in inglese, francese e italiano; avevamo tutti talmente freddo che, dopo la prima spiegazione, lo precedevano nel percorso tra i crateri. Al ritorno in funivia eravamo noi due soli, mezzi congelati con i piedi e gli occhi pieni di polvere nera. Ogni tanto la cabina si arrestava e penzolavamo nel vuoto, bella metafora del nostro stato attuale. Taormina ci ha accolto con un piccolo meraviglioso albergo affacciato sul golfo: un trionfo di verde e di blu con l'Etna sullo sfondo. Il teatro greco è bello da mozzare il fiato: ci sono dei posti che ti chiedi come hai fatto a non esserci venuta prima. Domani mare e ritmi più rilassati.

venerdì 22 aprile 2016

a Catania

la Sicilia ci ha accolto con un sole pallido e l'aria fresca. All'aeroporto abbiamo preso una strana macchina francese che si chiama cactus ed è imbottita di gomma ai lati. L'albergo è appena fuori Catania, su un lungotevere tristanzuolo e trafficato; volevamo andare subito in città, ma la ragazza alla reception ci ha spedito ad Acitrezza, dicendo che non dovevamo assolutamente saltarla. E in effetti la cittadina ha il suo fascino, soprattutto ora, senza turisti e con poche barche di pescatori. Uno di questi ci ha offerto di portarci tra gli scogli per dieci euro. Mi ha visto un po' riluttante e cercava di rassicurarmi sul fatto che non c'era pericolo (io pensavo al freddo, lui mi pensava poco avvezza al mare). Arancino, granita con brioche per ambientarci, poi le chiese di Acireale. Catania non me l'aspettavo così bella e con così tanta atmosfera: uno splendido barocco, arioso e cupo insieme. A piazza Duomo seduto al bar c'era il governatore Crocetta, siamo entrati a prenderci un cannolo sicuri di non sbagliare. Non ho visto né il mercato del pesce, né la casa di Verga; era troppo tardi per entrambi. In compenso a Castel Ursino una bella mostra sulla follia curata da Sgarbi, lo splendido teatro greco che si apre a sorpresa dentro un cortile e il monastero dei Benedettini dove c'è l'università (altro che la Sapienza). Non sembriamo la coppia fredda e litigiosa delle ultime settimane. Sembriamo noi. Speriamo che duri.

giovedì 21 aprile 2016

sulla soglia dei diciotto

questa settimana il figlio si è chiuso in casa a studiare, non è andato neppure in palestra. Ha preso otto in matematica e sette e mezzo in Dante (inutile dire che è stato soprattutto questo secondo voto a rallegrarmi, considerata quanta fatica gli costa la divina commedia). Sabato all'alba parte con sei amici per Amsterdam per festeggiare i suoi diciotto anni. Mi vengono i brividi. Già mi pare di sentire la telefonata di un commissario olandese (mentre sono sull'Etna e il telefono non prende bene) che mi dice che i fantastici sette sono stati trovati in stato catatonico ai margini di qualche canale. Poi mi dico, va bene a scuola, è riuscito a recuperare i mesi in Australia, è un ragazzo sveglio, perché dovrebbe finire nel canale? Forse è più facile che finisca io nel vulcano, come minaccia il marito, non si sa quanto scherzando.  

mercoledì 20 aprile 2016

l'entusiasta e lo scettico

pomeriggio di interviste a casa mia. Prima ho parlato di Shepard con Sara Antonelli poi con Simona Vinci del suo ultimo libro. Al secondo dialogo era presente anche il mio amico Francesco che adora Simona dai tempi in cui lavorava con lei alla radio. Francesco è un entusiasta e non fa nulla per nasconderlo: a Vinci ha subito detto, guarda che bello il posto in cui ti accogliamo e non sai lei che quanto è brava. Io sarei voluta sprofondare, ma Vinci era divertita da tanto slancio. Finito di lavorare dovevo andare dall'oculista con il figlio. Abbiamo dato un passaggio in macchina a Francesco, che non ha smesso un attimo di magnificare me davanti allo scettico ragazzo. Quando Francesco è sceso, il figlio mi guardava perplesso. Ha scoperto che esiste una misteriosa se pur parecchio ristretta categoria: i fan della sua mamma.

martedì 19 aprile 2016

Diario di lavorazione

Diario di lavorazione di Sam Shepard (scrittore, attore, commediografo), tradotto in italiano da Sara Antonelli per Playground, è una raccolta di testi dalla lunghezza variabile e di genere vario (racconti in prima e in terza persona, poesie, dialoghi) . La prima cosa che suggerisce il libro è un senso di movimento, la maggior parte delle storie si svolge sulle autostrade americane; la seconda è un senso di solitudine (quasi tutti i personaggi più che parlare con gli altri si ascoltano). Una famiglia di quattro persone parte per una vacanza in Messico. Mentre si dirigono in albergo la moglie chiede al marito se abbia un amante. Lui nega e cerca di abbassare la voce per non farsi sentire dai figli già grandi che dormono in macchina. La vacanza scorre tranquilla a parte un uomo malato, accompagnato da una moglie angosciata, che muore al ritorno in aereo. Una volta a casa il marito trova il suo cellulare che lampeggia. Non una frase di commento:  il ritratto di una coppia di cui non sappiamo nulla se non che si amava e di un’altra che forse non si è amata mai. Prima ancora c’è il tizio che si ferma in un motel per la neve, e mentre aspetta che si liberi una camera rivede una donna con cui era stato insieme da ragazzo tanti anni prima. Lei è felice di averlo incontrato, lui no, vorrebbe riprendere il viaggio; la neve lo ricaccia in quel motel dove per dormire è costretto a farsi ospitare da lei. E c’è una testa mozzata (qui siamo nella vena surreale di Shepard) che implora un uomo di buttarla nel lago: la testa appare e scompare nel libro, afflitta da mille pensieri. Un’America desolata e violenta fissata in ritratti ironici dall’intensità quasi dolorosa. 

lunedì 18 aprile 2016

il blog e i miei familiari

marito e figli, che vengono citati spesso, il blog lo neutralizzano facendo finta che non esista (capita solo talvolta che il figlio o la figlia passino a darci un’occhiata nel timore che abbia messo in piazza un fatto che li riguardava). A mio padre, per il quale il magico mondo di internet si esaurisce nell’uso della posta elettronica, quello che scrivo arriva per via indiretta e non manca mai di farmelo pesare. Stanotte non mi hai fatto dormire: pensavo ai tuoi problemi coniugali, mi ha detto stamattina. Lungi da me la volontà di turbare i sonni del vecchio genitore, ma se non posso esporre i dubbi che ho sulla tenuta del mio matrimonio che gusto c’è a scrivere il blog? 

domenica 17 aprile 2016

La prima verità


è un libro spiazzante La prima verità di Simona Vinci (Einaudi): pensi che ti stia raccontando una storia, ne identifichi il perimetro, i personaggi, empatizzi con loro, vorresti saperne di più, volti pagina e sei in un altro scenario, in un tempo diverso, devi ripartire insieme all’autrice. Poi quando arrivi alla fine del romanzo tutto torna e Vinci lo dichiara il suo metodo: “ogni volta che una presenza bussa alla mia porta, mi faccio da parte per accoglierla e ascoltare ciò che ha da dirmi. La scrittura in fondo è questo: lasciare entrare le voci di quelli che hanno qualcosa da dire, non importa da dove vengano e da quando vengono.” Il tema sono i matti, o quelli che sono e sono stati considerati tali. Sull’isola di Leros, in Grecia, nel 1992 arriva Angela, una ventenne che si occupa di abuso dei diritti umani. Insieme a diversi volontari da tutt’Europa vuole contribuire allo smantellamento dell’istituto psichiatrico, in cui negli anni sono confluiti non solo malati di mente da tutta la Grecia, ma anche prigionieri politici. Con orrore Angela scopre che esistono gli “ingovernabili”, persone separate dalle altre da un muro, nutrite attraverso il lancio del cibo e lavate con una pompa dall’alto. In una stanza chiusa a chiave, Angela trova un sacchetto con dentro un sasso e delle poesie: tornerà sull’isola diciassette anni dopo per ridare il suo tesoro al legittimo proprietario. Intanto vive una breve storia d’amore con Lina, una coetanea che è lì soprattutto per cercare tracce del padre Stefanos, perseguitato dal regime e internato sull’isola. E siamo al presente di Stefanos, separato nel ’69 dalla sua compagna e da sua figlia, sbattuto a Leros, torturato perché faccia i nomi degli altri. Tra i dannati, Stefanos conosce Teresa, messa incinta dal fratello e costretta ad abortire in modo violento, e conosce Nikolaos, un bambino che ha smesso di parlare e ha sempre un sasso in bocca. I tre condividono il segreto delle poesie: Stefanos le scrive, Teresa le impara a memoria, Nikolaos le conserva nel suo sacchetto. I primi due finiranno malissimo.  Dopo il ritorno sull’isola di Angela e l’incontro con Nikolaos nel 2009, Vinci ci trasporta nei luoghi della sua infanzia, a Budrio, in provincia di Bologna. Qui è pieno di “matucchini”, ex internati nei due istituti psichiatrici; dopo aver descritto il circondario, Vinci ci conduce all’interno della sua famiglia, accanto a una madre soffocata dall’infelicità, oppressa da una pazzia che come un’ombra scivola sulla figlia (“sono stata una bambina ineducabile” aveva dichiarato nel prologo “ sono stata una bambina pericolosa per sé e per gli altri. Mi è andata bene.”). L’ultima tappa di questo viaggio nella malattia mentale e nei modi violenti in cui la si è fronteggiata si svolge in Sierra Leone. Vinci va a visitare un istituto psichiatrico di Freetown per vedere cosa doveva essere un posto così prima della riforma Basaglia. Trova il degrado e trova una bambina Awa, di cui cerca di prendersi cura. Un confine molto sottile separa chi è pazzo da chi non lo è e forse la crudeltà che si è sempre scatenata contro chi mostrava segni di squilibrio è dovuta alla paura dei “sani” di cadere a loro volta dentro l’abisso. La scrittura, una scrittura forte e determinata come quella di Vinci, può calarsi in quell’abisso, può restituirci le storie di quelli che si volevano cancellare.