domenica 17 aprile 2016

La prima verità


è un libro spiazzante La prima verità di Simona Vinci (Einaudi): pensi che ti stia raccontando una storia, ne identifichi il perimetro, i personaggi, empatizzi con loro, vorresti saperne di più, volti pagina e sei in un altro scenario, in un tempo diverso, devi ripartire insieme all’autrice. Poi quando arrivi alla fine del romanzo tutto torna e Vinci lo dichiara il suo metodo: “ogni volta che una presenza bussa alla mia porta, mi faccio da parte per accoglierla e ascoltare ciò che ha da dirmi. La scrittura in fondo è questo: lasciare entrare le voci di quelli che hanno qualcosa da dire, non importa da dove vengano e da quando vengono.” Il tema sono i matti, o quelli che sono e sono stati considerati tali. Sull’isola di Leros, in Grecia, nel 1992 arriva Angela, una ventenne che si occupa di abuso dei diritti umani. Insieme a diversi volontari da tutt’Europa vuole contribuire allo smantellamento dell’istituto psichiatrico, in cui negli anni sono confluiti non solo malati di mente da tutta la Grecia, ma anche prigionieri politici. Con orrore Angela scopre che esistono gli “ingovernabili”, persone separate dalle altre da un muro, nutrite attraverso il lancio del cibo e lavate con una pompa dall’alto. In una stanza chiusa a chiave, Angela trova un sacchetto con dentro un sasso e delle poesie: tornerà sull’isola diciassette anni dopo per ridare il suo tesoro al legittimo proprietario. Intanto vive una breve storia d’amore con Lina, una coetanea che è lì soprattutto per cercare tracce del padre Stefanos, perseguitato dal regime e internato sull’isola. E siamo al presente di Stefanos, separato nel ’69 dalla sua compagna e da sua figlia, sbattuto a Leros, torturato perché faccia i nomi degli altri. Tra i dannati, Stefanos conosce Teresa, messa incinta dal fratello e costretta ad abortire in modo violento, e conosce Nikolaos, un bambino che ha smesso di parlare e ha sempre un sasso in bocca. I tre condividono il segreto delle poesie: Stefanos le scrive, Teresa le impara a memoria, Nikolaos le conserva nel suo sacchetto. I primi due finiranno malissimo.  Dopo il ritorno sull’isola di Angela e l’incontro con Nikolaos nel 2009, Vinci ci trasporta nei luoghi della sua infanzia, a Budrio, in provincia di Bologna. Qui è pieno di “matucchini”, ex internati nei due istituti psichiatrici; dopo aver descritto il circondario, Vinci ci conduce all’interno della sua famiglia, accanto a una madre soffocata dall’infelicità, oppressa da una pazzia che come un’ombra scivola sulla figlia (“sono stata una bambina ineducabile” aveva dichiarato nel prologo “ sono stata una bambina pericolosa per sé e per gli altri. Mi è andata bene.”). L’ultima tappa di questo viaggio nella malattia mentale e nei modi violenti in cui la si è fronteggiata si svolge in Sierra Leone. Vinci va a visitare un istituto psichiatrico di Freetown per vedere cosa doveva essere un posto così prima della riforma Basaglia. Trova il degrado e trova una bambina Awa, di cui cerca di prendersi cura. Un confine molto sottile separa chi è pazzo da chi non lo è e forse la crudeltà che si è sempre scatenata contro chi mostrava segni di squilibrio è dovuta alla paura dei “sani” di cadere a loro volta dentro l’abisso. La scrittura, una scrittura forte e determinata come quella di Vinci, può calarsi in quell’abisso, può restituirci le storie di quelli che si volevano cancellare.

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