venerdì 15 aprile 2016

L'arca


due sorelle: quarantaquattro anni Teresa, quaranta Nadia. Da piccole, scrive Ester Armanino, con la fantastica sintesi che la contraddistingue, le separavano solo “quattro anni d’età e sette pioli di scala di un letto a castello giallo”. Da grandi si sono allontanate, hanno smesso di frequentarsi. Teresa fa l’infermiera e ama il suo mestiere quanto lo ama Nadia che fa l’artista; la prima ha due figli, la seconda ne ha uno di sei anni, Pietro. E sono gli occhi di Pietro a condurci dentro un luogo spaventoso e insieme attraente, l’Arca, l’ospedale in cui Teresa lavora e in cui Nadia, che ha una malattia di cui non si dice il nome, passa i suoi ultimi giorni. Centellinando le informazioni sui personaggi (il libro è come un puzzle che il lettore deve costruire poco a poco) Armanino si sposta da Teresa (a cui si rivolge con un tu che l’avvolge), agli altri descritti in terza persona: Pietro che in ospedale fa amicizia con un vecchio paziente; Mario, il marito di Nadia; Alberto, il marito di Teresa. Racconta Armanino l’amore per la propria sorella, la propria mamma, la propria compagna, la propria cognata, e lo fa senza alcuna retorica (Nadia non è un angelo e le relazioni che ha non sono idilliache) limitandosi a registrare varie quotidianità gravate da un dolore che non si può contrastare. Sullo sfondo il mito dell’Arca (un male devastante è a suo modo un diluvio) e il mistero della moglie di Noè (di cui ignoriamo il nome) che crede nel suo uomo perché si sente da lui riconosciuta. 166 pagine nell’edizione Einaudi, e dentro c’è tutta la vita, il suo bello e il suo brutto.

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