mercoledì 27 aprile 2016

Mrs Bridge


“Da ragazza le era capitato spesso di pensare che se la sarebbe cavata benissimo anche senza marito, e terminati gli studi questa convinzione aveva prevalso per alcuni anni, con grande pena di suo padre e sua madre.” Poi una sera d’estate India decide che Walter Bridge, un giovane e ambizioso avvocato dai capelli rossi, fa al caso suo, lo sposa e diventa la signora Bridge (nome che lei sente più suo dell’esotico e inappropriato India). La storia che racconta Evan S. Connell in Mrs Bridge (tradotto da Giulia Boringhieri per Einaudi e uscito la prima volta in America nel 1959) è la storia di un lungo e placido matrimonio visto dalla parte di lei: una donna per certi versi straordinariamente passiva (cerca di non prendere mai una posizione, anche quando la maestra della figlia si fa pettinare dai bambini in classe, o il figlio è vittima dei bulli) e fissata con le apparenze (quando una sua amica si suicida lei parla di un avvelenamento da tonno), per altri agitata dalla consapevolezza di star buttando la vita. La tragedia di Mrs Bridge consiste tutta nel non sapere cosa fare di sé: uno dei momenti più tristi di questo tristissimo romanzo è quando lei si rianima al pensiero di avere un compito, di dover lavare la macchina del marito e la cameriera le dice che non ce n’è bisogno, che questa è già stata pulita e lucidata. Mrs Bridge cerca di imparare lo spagnolo con i dischi, fa volontariato, viaggia per l’Europa con il marito (non vedendo l’ora di tornare indietro a Kansas City): di capitolo in capitolo Connell inchioda la sua protagonista a un destino di superfluità e il lettore soffre con lei, perché hai voglia a pensare io non sono Mrs Bridge, lo sei eccome, siamo tutti Mrs Bridge.

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