sabato 23 aprile 2016

sull'Etna

la strada da Catania all'Etna era tutta punteggiata di ginestre in fiore che spiccavano con il loro giallo intenso contro il nero della montagna. Siamo arrivati al rifugio da cui parte la funivia molto presto: sembrava un luogo abbandonato, ma era solo perché mancavano ancora i pullman dei turisti. In funivia una guida alpina ci ha raccontato l'eruzione del 2000, quando gli era toccato smantellare il rifugio, portando via anche i gabinetti, perché erano convinti che la lava l'avrebbe spazzato via e invece alla fine si era fermata a pochi metri dalla costruzione. Quest'anno lui non aveva potuto sciare per la scarsezza di neve; si sentiva che con il vulcano aveva un rapporto molto stretto, come con una persona che si ama e da cui non si sa cosa aspettarsi. In cima siamo saliti ancora con jeep giganti e scendendo da queste siamo stati investiti da un vento gelato. Nino, la guida, pretendeva di raccontare l'Etna in inglese, francese e italiano; avevamo tutti talmente freddo che, dopo la prima spiegazione, lo precedevano nel percorso tra i crateri. Al ritorno in funivia eravamo noi due soli, mezzi congelati con i piedi e gli occhi pieni di polvere nera. Ogni tanto la cabina si arrestava e penzolavamo nel vuoto, bella metafora del nostro stato attuale. Taormina ci ha accolto con un piccolo meraviglioso albergo affacciato sul golfo: un trionfo di verde e di blu con l'Etna sullo sfondo. Il teatro greco è bello da mozzare il fiato: ci sono dei posti che ti chiedi come hai fatto a non esserci venuta prima. Domani mare e ritmi più rilassati.

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