martedì 31 maggio 2016

Nessuno scompare davvero

“mi sentivo come una scatoletta di cibo per cani finita per sbaglio sullo scaffale della frutta esotica”: lo spaesamento è il tratto distintivo di Elyria, l’io narrante di Nessuno scompare davvero, (e il suo stesso nome viene da una città dell’Ohio in cui sua madre non è mai stata). Catherine Lacey, tradotta da Teresa Ciuffoletti per Sur, scrive un romanzo ipnotico, che sprofonda il lettore nel flusso di pensieri della protagonista impegnata in un’impossibile fuga da sé (“volevo il divorzio dalla mia stessa storia”). Angoscioso ed esilarante insieme, Nessuno scompare davvero, racconta un viaggio in autostop attraverso la Nuova Zelanda deciso d’impulso e senza dirlo a nessuno. Elyria sa bene da cosa fugge: dal suicidio della sorellastra Ruby, dall’uomo che ha sposato (il professore di matematica di Ruby, conosciuto in commissariato il giorno della disgrazia), dalla madre alcolizzata che non fa che rimproverarle il suo matrimonio. Ad attirarla in Nuova Zelanda è stata una chiacchiera occasionale con Werner, un uomo che le ha dato il suo indirizzo e le ha detto di vivere da solo in una fattoria. Prima di raggiungere Werner, Elyria incontra ogni tipo di persone; in molti la caricano in macchina esortandola a non prendere passaggi da sconosciuti e mettendola in guardia da assassini e stupratori. Lei promette di fare attenzione ma non dice di no a nessuno e il peggio che le capita è trovare chi vorrebbe inglobarla, farle posto nella propria vita. Il bufalo impazzito che si porta dentro la spinge a muoversi, a cambiare; Werner dopo averla lasciata tranquilla a curare l’orto e a farsi i fatti suoi, la caccia di casa, non si sa se per il bene di chi. Rimpatriata forzatamente dopo un ricovero in ospedale Elyria rivede New York. Anche noi che ci teniamo stretti la nostra routine non possiamo non riconoscerci nel vortice che lei si porta dentro  e che Lacey riesce così bene a rappresentare.


Julieta

di solito di fronte ai film di Almodóvar mi capita di sospendere l’incredulità, di calarmi nelle sue trame e di palpitare per i suoi personaggi. Con Julieta non ci sono riuscita, dopo un po’ l’alternarsi di disgrazie e compensazioni  ha raffreddato la mia temperatura emotiva e mi ha reso quasi impaziente. Ispirato a diversi racconti di Alice Munro (ma la verità di quella magnifica scrittura si perde nell’esagerazione che è la cifra stilistica del regista), Julieta  è incentrato sul personaggio di una madre cinquantenne che non ha più notizie di sua figlia Antía quando questa a diciotto anni è partita per un ritiro spirituale. Julieta ha provato a sopravvivere a questo abbandono, ma le basta rivedere la migliore amica di Antía, per ricadere nell’abisso della disperazione. Un lungo flash back ci racconta l’incontro in treno tra Julieta giovane e un affascinante pescatore con moglie in coma (ci sono più persone in coma nella filmografia di Almodóvar che in tutti gli ospedali italiani). Sesso selvaggio nel vagone, poi una lettera del pescatore arrivata all’università in cui Julieta insegna dà alla donna la possibilità di raggiungerlo nel suo paese in riva al mare. Qui la accoglie una cameriera ostile dagli occhi storti, che la esorta a ripartire perché la prima moglie è morta ma c’è una rivale (Rossy de Palma è la strega cattiva del film, che annuncia disastri e li fa  accadere). Julieta resta, ha una figlia con il pescatore, ma un giorno in seguito a un banale litigio lui esce con la barca nonostante la tempesta.  Sensi di colpa a go go, bravissime interpreti, fotografia smagliante, ma il risultato è un Almodóvar virato sul melodramma e spogliato della forza della sua ironia.

lunedì 30 maggio 2016

Suso a Lele

scritte tra il dicembre 1945 e il marzo 1947 le lettere di Suso Cecchi D’Amico al marito, raccolte nel volume Suso a Lele, pubblicato da Bompiani e curato da Silvia e Masolino D'Amico, testimoniano l’estrema vitalità del rapporto tra i due, che mal sopportavano di stare divisi. Dopo la partenza di Lele, malato di tubercolosi, per un sanatorio svizzero, la giovane Suso si ritrova a Roma con i due bambini Silvia e Masolino e l’impegnativo lavoro di traduttrice e sceneggiatrice. La sua preoccupazione principale è quella di rassicurare il marito e tenerne alto il morale, rendendolo partecipe della  vita familiare. Sono lettere dense di particolari sulla quotidianità: Suso racconta come si comportano i figli (per lo più bene, sono vispi e collaborativi, pieni di affetto verso il padre lontano), cosa si mangia (non moltissimo), come si veste (c’è un costume da bagno che la fa sognare e alla fine lo riceverà in dono dal marito), quello che legge (per esempio Don Chisciotte che apprezza battuta dopo battuta), quello che scrive insieme agli altri cosceneggiatori, cosa vede a teatro, con chi esce a cena. Cerca di non lamentarsi delle proprie difficoltà, è felice e incredula di venir apprezzata dai registi con cui collabora, spera di poter garantire a Lele una certa agiatezza per farlo dedicare ai suoi studi musicali, ama chi lavora con l’intelligenza e mezzi modesti come Eduardo De Filippo, esalta il valore dell’amicizia (e in effetti è circondata da amici). A conferma della grande intimità tra la scrivente e il destinatario c’è la lingua: un lessico ultrafamiliare fatto di ponci, picci, suoceroni, e tante altre parole deformate o inventate che servono restituire l’immediatezza del rapporto.

Fiore

Daphne è una rapinatrice che in metropolitana punta il coltello alla gola delle sue vittime e si fa consegnare i cellulari per poi venderli a cinquanta euro, ma è anche una ragazzina fragile, con come unico riferimento un padre appena uscito di prigione. Arrestata dopo l’ennesimo furto, Daphne finisce in riformatorio. La telecamera di Claudio Giovannesi non si stacca mai dal primissimo piano della protagonista, costringe lo spettatore a essere Daphne, a provare il suo sconforto, la sua rabbia, i suoi rari momenti di felicità. In carcere Daphne conosce Josh, che sta nell’ala maschile: i due giovani scambiano chiacchiere da una cella all’altra, si mandano biglietti, ballano insieme la notte di Capodanno, si ripromettono di andare ad Ibiza. Ma per gente come Daphne e Josh c’è poco da stare allegri. Il padre di Daphne (Valerio Mastandrea, perfetto nel ruolo di un uomo alla deriva) è finito nelle grinfie di una romena, che lo mantiene, lo comanda, gli fa fare da padre a suo figlio. La ragazza ottiene un permesso per assistere alla comunione del futuro fratellastro e la scena della festa è una delle più tristi di un film costruito sulla tristezza. Il riformatorio non è un posto orrendo: ci sono anche assistenti sociali sensibili, si cuce, si pettina, si fuma, si ascolta musica. Solo che se fuori non c’è nessuno che ti  aiuti, sei destinata a tornarci e a finire di incattivirti. Scritto dallo stesso Giovannesi con Filippo Gravino e Antonella Lattanzi, senza una parola di troppo.

domenica 29 maggio 2016

Dalla parte di lei


mi capita raramente di leggere un libro in tempi dilatati, quasi sempre finisco per consumare le letture tutte d’un fiato. E mi perdo il piacere di fantasticare sulle pagine, di immaginare, negli intervalli in cui faccio altro, cosa potrà accadere e di riflettere su ciò che già è accaduto. Dalla parte di lei di Alba de Céspedes l’avevo cominciato di slancio in Sicilia, deliziandomi di fronte alla prima e alla seconda parte; tornata a Roma sono stata presa da impegni di lavoro e solo ieri ho potuto riprenderlo in mano e finirlo. Si comincia con la descrizione del soffocante nucleo familiare della protagonista Alessandra: la madre pianista, bella e infelice; il padre cupo impiegato; la vecchia serva Sista, e l’ombra del fratello morto a tre anni. E poi il casamento di via Paolo Emilio a Prati: durante il giorno incontrastato regno delle donne, che con i mariti al lavoro, vivono la loro vita segreta, fatta di chiacchiere e di complicità. La madre di Alessandra s’innamora del giovane inglese nella cui villa dà lezioni di piano; vorrebbe andar via con lui; il marito la ricatta usando la figlia; la donna si butta nel Tevere, nel punto in cui era caduto il suo bambino. A questo primo tempo che ricorda la Morante di Menzogna e sortilegio segue un secondo tempo altrettanto suggestivo, anche se ambientato in tutt’altro scenario. Alessandra, sconvolta dalla morte della madre, viene mandata in Abruzzo dalla nonna paterna. È per lei la scoperta di un mondo atavico di cui ignorava l’esistenza; da lei ci si aspetta che prenda marito e si fermi in campagna. Con l’aiuto dello zio e la complicità della nonna, che pur non capendola, apprezza la sua caparbietà, Alessandra riesce a studiare da privatista. Quando rifiuta di sposare Paolo, che le piace e sarebbe anche un buon partito, viene rispedita a Roma. Da Prati suo padre si è trasferito sul Lungotevere Flaminio, Sista li lascia, Alessandra lo deve accudire: vuole continuare a studiare, ma si trova un lavoro perché sono a corto di soldi. Il terzo atto della vicenda, quello che mi mancava e che mi è piaciuto di meno, racconta la storia d’amore della protagonista con Francesco, professore universitario che sposerà. Francesco delude le aspettative amorose della moglie: da fidanzato adorava ascoltarla, passeggiare con lei,  baciarla; da marito si tuffa nell’azione politica (è un convinto antifascista, finisce pure in prigione), non ricorda onomastici e anniversari, non vuole che lei partecipi alla lotta e non è neppure geloso di lei. Come va a finire non lo rivelo. Quando nel 1948 Arnoldo Mondadori, leggendo il manoscritto, provò a contestarne il finale, l’autrice delusa gli scrisse: “Forse, caro Mond, voi trovate ‘illogico’ l’epilogo perché siete un uomo.” Dalla parte di lei ha tanto ancora da dire sul rapporto tra i due sessi, ma su questo travolgente desiderio di romanticismo, io Alba de Céspedes proprio non riesco a seguirla.

sabato 28 maggio 2016

Al di là delle montagne


il film di Jia Zhang-Ke ritrae la Cina dall’inizio di questo secolo al futuro prossimo e lo fa raccontale tappe decisive del destino di una donna. Quando la vediamo la prima volta Tao è una diciottenne che sprizza felicità: si gode il capodanno del 1999 cantando e ballando. Tao è corteggiata dal ricchissimo Zhang e dal poverissimo Lianzi: a lei piacciono entrambi per ragioni diverse; cede al primo solo perché è più determinato, insistente, perché il secondo non le rivela quanto è meschino il suo rivale (lo ha fatto licenziare dalla miniera per toglierselo di torno), perché suo padre si fida troppo di lei per influenzare le sue scelte. All’inizio lo spettatore crede di trovarsi di fronte al classico triangolo amoroso dagli esiti prevedibili: come potrà mai essere felice Tao con un uomo prepotente, sbruffone, violento e pavido insieme? Nasce un figlio e il padre lo chiama Dollar. Intanto Lianzi, che ha dovuto trasferirsi in cerca di lavoro, ha trovato un’altra miniera, e malato di tumore ai polmoni torna distrutto nel paese d’origine con moglie e figlio. Le cure gliele pagherà Tao, che vive sola con una certa agiatezza, dopo aver divorziato dal marito e rinunciato al suo bambino. L’ultimo atto di questo film, esasperante per la sua lentezza ed entusiasmante per la sua profondità, si svolge in Australia, dove il povero Dollar frequenta il liceo, odiando il padre con cui non ha nulla in comune, neppure la lingua. Al collo Dollar porta ancora le chiavi che la madre Tao gli ha donato l’ultima volta che si sono visti, quando lui aveva sette anni. L’incontro con un’insegnante di cinese risveglierà nel ragazzo il desiderio di Cina e di mamma e il rifiuto di tutta l’asettica ricchezza paterna. Come la protagonista, la Cina ha abbandonato i suoi valori secolari, incarnati dal dignitoso pretendente povero e dal padre di Tao, e si è buttata tra le braccia del capitalismo, uscendone devastata da tutti i punti di vista. La metafora non schiaccia i personaggi, anzi ne esalta la tragicità, come succedeva nel teatro greco. Tao è Zhao Tao, la meravigliosa protagonista di Io sono Li di Andrea Segre.

giovedì 26 maggio 2016

addio Costarica

per qualche giorno ho coltivato il proposito di salire in aereo con il figlio a fine giugno e concedermi una settimana di vacanza insieme a lui e al nipote Tommaso in giro per il Costarica (al figlio l'idea era piaciuta). Ieri sera però, parlando con Tommaso, ho capito che, come dicono a Roma, mi stavo "accollando". Tommaso non vede l'ora di avere lì il cugino, ha già fatto tutti i piani su quello che devono vedere, su dove devono andare. In particolare lo vuole portare in Nicaragua, paese di cui è diventato un appassionato sostenitore. Abbiamo cominciato a discutere sulle date di partenza, lui ormai ha preso i ritmi caraibici e non sopporta di stare nei posti meno di quattro, cinque giorni, se no "non si entra nell'atmosfera". Che il figlio si goda il suo mese con il cugino, che vadano dove vogliono. Addio Costarica.

mercoledì 25 maggio 2016

Isole minori

nel romanzo di Lorenza Pieri, Isole minori (e/o), ci sono proprio cascata, per riemergere solo a lettura finita. Mi ha subito conquistata il suo mix di racconto familiare, storia marinara, specchio di un’epoca. Il perno intorno a cui tutto gira è l’isola del Giglio, teatro di un’infanzia avventurosa e nella maturità rifugio nei periodi di crisi. Teresa, l’io narrante, è la figlia “buona”, in contrapposizione alla maggiore Caterina, “la cattiva”, quella che non rinuncia mai a fare polemica; il rapporto tra le due, strettissimo quando sono piccole e la seconda pende dalle labbra della prima è raccontato con un’evidenza fisica, con grande capacità di aderire ai dettagli. I genitori delle due ragazze sono approdati al Giglio per una breve vacanza, se ne sono innamorati e sono rimasti lì a gestire un albergo, anche se Vittorio è di mestiere veterinario e La Rossa, sua moglie, ha una laurea in economia. L’evento con cui si apre la narrazione è la decisione del governo italiano di mandare sull’isola Freda e Ventura, imputati per la strage di Piazza Fontana: Caterina, facendo sua la battaglia materna per rimandarli indietro, li battezza “Freddeventura”, ne fa un mostro adatto a spaventare la sorella e riesce persino a farsi dare uno schiaffo da uno dei due. La Storia entra nel libro varie volte: c’è il passato sconvolgente di Nonnalina, che ancora ragazza ha visto uccidere il marito dai fascisti, e nelle ultime pagine c’è il naufragio della Concordia e lo straordinario sforzo degli isolani per soccorrere i passeggeri. Tra il 1976 e il 2012 Teresa abbandona l’isola con madre e sorella (la causa scatenante è la relazione del padre con la giovane dottoressa, ma il rapporto era in crisi da tempo), frequenta il liceo a Orbetello e l’università a Milano, lavora a Roma; al Giglio e all’amico barcaiolo Pietro, che è stato, sia pure a singhiozzo il suo grande amore, continua a tornare.  Isole minori è una storia di affetti che si intrecciano, si attenuano, si stringono più forti ancora, è l’elogio di un’Italia non omologata che resiste nel tempo.Venerdì incontro l'autrice che passa per Roma.

martedì 24 maggio 2016

La Triomphante


per raccontare la storia della sua vita, Teresa Cremisi sceglie una scansione in cinque macrocapitoli, “Mattina presto” per l’infanzia, “Tarda mattinata” per l’adolescenza, e poi via via fino ad arrivare alla citazione di Kavafis contenuta in “Mezzanotte e mezza”. La Triomphante, uscito da Adelphi nella traduzione di Lorenza di Lella e Francesca Scala, è un libro che riserva al lettore molte belle sorprese. La protagonista nasce ad Alessandria d’Egitto e dal padre imprenditore italiano eredita un amore forte e duraturo per le battaglie navali. Da bambina impara il greco dalla tata, l’arabo dal tuttofare, il ricamo da una sarta, la pesca da un cugino, la danza da una mitomane russa… Ogni anno scappa con la madre scultrice in Europa prima della fine della scuola: la Svizzera, Antibes, ovunque non faccia il caldo appiccicoso che c’è lì. Un’esistenza da privilegiata, ma anche un’esistenza da espatriata che la porta a scegliere il francese come lingua d’elezione, come luogo in cui ritrovarsi. Il 1956 segna la cacciata dal paradiso: Nasser pone fine alla realtà cosmopolita alessandrina e la ragazza si trasferisce a Milano con i suoi genitori. Qui è lei diciassettenne a rimboccarsi le maniche: trova una scuola cattolica che l’accetta anche se è indietro con il programma, diventa in breve la più brava della classe e si dà da fare per scuotere la madre dall’apatia che la distrugge (entrambi i genitori non si riprenderanno più dall’esilio forzato, sarà lei a prendersi cura di loro negli ultimi anni). A un certo punto del libro Teresa Cremisi scrive: “ho fiducia nei testi degli autori che amo”. Qualche esempio: dal Conte Mosca della Certosa di Parma di Stendhal trae il consiglio di non esporsi troppo in Italia, di tacere, di accettare le regole sociali come se fossero le regole del whist; dalla Linea d’ombra di Conrad la spinta a cambiare, a rimettersi in gioco. L’amore per la letteratura, scoperto grazie al secondo canto dell’Iliade con la sua rassegna di popoli, condottieri, luoghi, non la lascerà mai più. Una carriera iniziale di giornalista, l’approdo fortuito al ruolo di direttore di una grande tipografia, il trasferimento a Parigi con uno stratosferico incarico manageriale sono tappe che Cremisi ricostruisce con un certo distacco, con garbata ironia: quanto tutto finisce e lei settantenne si trasferisce nel piccolo paese di Atrani nota “io stessa mi sono stupita della facilità con cui sono passata dall’iperattività all’ozio più totale per un lungo periodo dell’anno.” Anche l’amore per Giacomo, il disegnatore che ha sposato e con cui ha passato gli anni più felici della sua vita a Parigi, è raccontato con garbo e lucidità (“non ho mai saputo cosa significhi essere preda della passione…ho un’idea primitiva dell’amore: possibile o impossibile, felice o tragico. Gli stadi intermedi mi paiono superflui”). Non si dice mai come va a finire un libro, ma una conclusione così intensa come “Questo mondo l’ho guardato molto” come si fa a non citarla?

Una specie di felicità

che Giulio sia un uomo solo ce lo rivela l’episodio iniziale del romanzo: resta fuori casa di notte e va a cercarsi un albergo per non disturbare la madre, l’ex moglie, la sua unica amica. Giulio fa lo psicoterapeuta e gli è capitato come paziente un suo professore, entrato in crisi dopo il suicidio di una giovane che aveva in cura. In Una specie di felicità, uscito da Piemme, Francesco Carofiglio racconta l’emergere del suo protagonista dall’opacità delle sue relazioni: parallelamente ai miglioramenti del professore, Giulio trova una via d’uscita all’isolamento a cui si è condannato. È un libro molto dialogato questo di Carofiglio: alcuni dialoghi funzionano, altri meno (rientrano in quest’ultima categoria quello del protagonista con la preside di sua figlia, che lo convoca dopo aver ricevuto dalle mani del bidello un biglietto in cui la ragazza parla di una sua gravidanza e insulta i genitori, con lui che, inferocito alla fine le dice di non chiamarlo signore ma dottor d’Aprile, “con la d minuscola e la A maiuscola” o quello con la misteriosa Chiara che lo lascia di stucco rivelandogli cosa fa per vivere: che altro poteva fare una che sta di notte nei bar degli alberghi con la parrucca bionda e il tubino nero? ). Il personaggio più credibile è quello della madre del protagonista, Ginevra, una signora di sessantasette anni, ex insegnante di matematica, piena di interessi, sportiva, capace di reagire con compostezza all’abbandono tardivo da parte del marito. Per fortuna ci sono le mamme.  

lunedì 23 maggio 2016

Se avessero

il punto di partenza è un evento traumatico che continua a riaffiorare alla mente del narratore: è il 1945, Vittorio ha quindici anni, si trova a Milano con la sua numerosa famiglia, bussano alla porta, sono tre partigiani con i mitra spianati, cercano suo fratello maggiore, fascista, per giustiziarlo. Il fratello riesce con grande sangue freddo e l’aiuto di un tesserino a rimandarli indietro. Quindi non succede nulla, ma dal dubbio su quello che poteva essere e non è stato nasce il titolo dell’”opera ultima” di Vittorio Sermonti, Se avessero (Garzanti), e la sua lunga digressione in forma di romanzo sull’Italia di oggi e di ieri. Sermonti, classe 1929, racconta di sé, del padre fascista che lo prediligeva rispetto agli altri fratelli (forse per compensarlo del disamore materno), delle proprie passioni (le donne , vorrebbe sposare tutte quelle con cui fa l’amore; il calcio, con Pasolini che non gli passa la palla perché lo considera un borghese; il teatro; la città di Praga) del proprio “transito dalla parte del nemico” (l’iscrizione al Pci nel 1956 proprio in corrispondenza dei fatti d’Ungheria). La scrittura di Sermonti, coltissima e torrenziale, è venata di autoironia: è quella di un grande vecchio che non si è mai preso troppo sul serio, né ha preso sul serio il contraddittorio paese in cui gli è capitato di vivere. Su cosa sia l’italianità è più rivelatoria questa storia familiare che mille trattati.     

a cena con il figlio

lasciata la figlia al mare con l’amica, la domenica sera abbiamo deciso di dedicarci al figlio. Lui era stortissimo per la giornata passata a studiare (considerato che la scuola sta per finire, qualche ora sui libri avrebbe potuto affrontarla più allegramente). Gli abbiamo proposto di portarci a mangiare la pizza, cioè di guidare lui fino alla pizzeria, dato che ha il foglio rosa e tra un mese farà l’esame per la patente. Così è stato, e guidare gli piace, sa già parcheggiare e per me che sono negata il suo è un inesplicabile talento. Più difficile è stato tirargli fuori due parole perché è entrato in modalità ostile: noi non lo capiamo, l’ideale è non averci tra i piedi. Insomma una gran fatica, una pizza e un gelato che fa di tutto per mandarci storti. A cena con lui ieri sera non c’eravamo noi, ma i suoi genitori, quei due tipi ingombranti che non forniscono mai tutto quello che dovrebbero. Ultimi sprazzi di adolescenza. 

Micorbo & Gasolina

Daniel ha quattordici anni, pensa al sesso e alla vita dopo la morte, è piccolo di statura (lo chiamano Microbo per questo), porta i capelli lunghi e viene scambiato per una femmina, disegna benissimo e fa fatica ad addormentarsi. In classe sta per conto suo; ogni tanto parla con Laura, la ragazza di cui è innamorato, ma lei ha già il fisico di una donna, lui quello di un ragazzino. Quando accanto a lui nel banco si siede Théo, fissato con i motori (il suo soprannome è Gasolina), tra i due si accende un’amicizia forte ed esclusiva che si concretizza nel progetto di fuga estiva su un trabiccolo costruito con materiale di risulta. Le due mamme, quella grassa ed ostile di Théo e quella magra, apprensiva e lacrimosa di Daniel, ignorano che i due ragazzi sono in giro per le strade di Francia su una casetta con le ruote, li immaginano uno con la famiglia dell’altro. Microbo e Gasolina affrontano salite impervie, un dentista e sua moglie che vorrebbero adottarli e chiuderli in casa, la mafia cinese, la polizia che distrugge la loro baracca insieme a quelle dei rom… Intanto parlano parlano parlano: Microbo si lamenta di essere influenzabile, ha paura di essere influenzato da Gasolina, si sente accusare da Gasolina di essere un egocentrico… Il film di Michel Gondry mette in scena due adolescenti alla ricerca di sé: è la classica estate che cambia la vita, ma raccontata dal punto di vista avventuroso e deformante dei protagonisti. Bello.  

domenica 22 maggio 2016

come d'estate

dopo il concitato week end tra gli stand del salone e la settimana passata a inserire le interviste, due giorni buttata al mare ci volevano proprio. Il sole è caldo, il mare un po' meno. Alle otto ero già in paese a fare la spesa; la figlia arriva oggi con un'amica, restano qui qualche giorno a preparare un esame. Ora ho la spiaggia tutta per me; ieri due bambine petulanti, che cercavano di smuovere il padre dal lettino in cui si era sdraiato, mi distraevano dalla lettura di Vittorio Sermonti (ma sono riuscita ad arrivare in fondo comunque). Il marito è agitato da foschi pensieri sul suo futuro lavorativo; non sa se resistere, salvare il salvabile o troncare, andar via, inventarsi un ruolo diverso. Mentre ci pensa, distribuisce per casa gli oggetti presi dalla sua barca: siamo pieni di giubbotti di salvataggio, sacchi a pelo, taniche di benzina, corde, persino parabordi. Poteva lasciarli al suo acquirente, ma gli danno l'illusione che riavrà in futuro una barca e poi li ha comprati uno a uno e non aveva voglia di separarsene. Il figlio ieri sera è andato a Fregene per una festa; che raggiunga il cugino in Costa Rica per un mese di surf e vagabondaggio m'inquieta, ma che faccia lo scemo con gli amici di Roma nord mi inquieta di più. Benvenute preoccupazioni estive.

venerdì 20 maggio 2016

La lettrice scomparsa

di lettrici, oltre a quella che scompare all’inizio, nel nuovo libro di Fabio Stassi uscito da Sellerio ce ne sono parecchie: amano la lettura le signore in pena che si rivolgono al protagonista, Vince Corso, un ex insegnante che, stanco del precariato scolastico, si è dato al counseling e prova a curare gli altri attraverso i romanzi (e se stesso attraverso i cantautori francesi). Del potere terapeutico delle storie Fabio Stassi si è a lungo occupato (basti pensare alla sua versione italiana del prontuario di Sellerio, Curarsi con i libri): qui ci torna in chiave ironica, attribuendo al suo Vince oltre a questo inusuale mestiere l’assillo di essere un cialtrone, di spacciare rimedi sbagliati o fallaci. Eppure le conversazioni tra Vince e le sue pazienti sono una più bella dell’altra; è raro trovare uno scrittore italiano così attento alle donne e alle turbe da cui sono afflitte. Metaletterario in tutto e per tutto, La lettrice scomparsa è pieno di echi di altri libri (come gli echi del Pasticciaccio di Gadda richiamato dall’ambientazione, dal giallo, dai ritratti dei condomini), ma non perde mai di vista la forza dell’intreccio (la donna scomparsa è stata uccisa dal marito oppure no? la soluzione arriverà grazie all’intuito investigativo-libresco di Vince) la credibilità dei personaggi (oltre al counselor con la ferita di non sapere chi è suo padre, hanno una precisa fisionomia il generoso amico libraio, il portiere peruviano che non torna a Lima da venticinque anni, l’amica amante bibliotecaria e persino la padrona di casa che compare solo all’inizio e alla fine), il realismo dei luoghi (la Roma intorno a piazza Vittorio vive dei suoi crepuscoli, dei suoi pappagalli, dei suoi misteriosi resti del passato). Si chiude il romanzo con la testa che ronza di storie e si apprezza molto di trovare in appendice i consigli di lettura di Vince (come ho fatto a ignorare l’esistenza di Wakefield di Hawthorne, il racconto su un’uomo che per vent’anni spia dalla casa di fronte la moglie che vive senza sapere che ne è stato di lui?).

La pazza gioia

La pazza gioia l’ho visto in compagnia di mio padre e mia figlia. Io e papà, che al cinema amiamo piangere, siamo usciti con gli occhi lucidi; quelli della figlia erano asciutti, ma era commossa e coinvolta come noi. Il film di Paolo Virzì, scritto con Francesca Archibugi (che compare nel film come Francesca Archibugi mentre è su un set), racconta l’incontro tra Beatrice (una straordinaria Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti) a Villa Biondi, una comunità terapeutica dove ai matti si vuole bene. Le due donne sono una l’opposto dell’altra: tanto è esuberante, sbruffona, chic, Beatrice, che viene da una famiglia ricchissima e ha dilapidato tutto il patrimonio appresso a un truffatore, tanto è ridotta ai minimi termini, chiusa a riccio, Donatella, con il pensiero fisso a suo figlio, adottato dopo che lei ha cercato di morire con lui. La fuga di Beatrice e Donatella ci fa conoscere le loro madri, ci fa vivere il disagio di chi non ha e forse non ha mai avuto qualcuno su cui poter contare. Ci sono momenti buffi e momenti disperati, c’è un bellissimo finale. Un Virzì al suo meglio.   

mercoledì 18 maggio 2016

Money Monster

Money Monster l’ho visto tutta sola in un cinema torinese dove lo davano in lingua originale (e questo mi sembra il modo migliore per apprezzarlo, perché le espressioni e i toni di George Clooney, ancora una volta impegnato nel ruolo di un uomo piccolo piccolo, sono la parte più valida del film diretto da Jodie Foster). Clooney è Jack, un conduttore televisivo molto affermato, gigione e approssimativo che spaccia consigli su investimenti tra un video, una barzelletta e un balletto. Purtroppo c’è chi lo prende sul serio: il fattorino Kyle rischia l’eredità materna comprando delle azioni da lui raccomandate e perde tutto. Esasperato, il giovane fa irruzione in studio in diretta, minaccia Jack con una pistola, gli fa indossare un giubbotto imbottito di esplosivo e pretende di avere una spiegazione sul crollo del suo investimento. Dall’altra parte del vetro c’è Patty (Julia Roberts) che da anni dirige Jack, pur detestandolo, e che ora gli sta vicino attraverso l’interfono e cerca di tenerlo tranquillo. La tensione sale al massimo quando la polizia rintraccia la compagna di Kyle incinta e lei fa il contrario di quello che ci si aspetterebbe. Un cameraman testardo filma tutto fino alla fine. Pieno di spunti interessanti su come funzionano le nostre economie e sul ruolo della televisione, con un buon ritmo e qualche caduta nella sceneggiatura, soprattutto nella parte finale.    

martedì 17 maggio 2016

scontrosa

8.20, spogliatoio della palestra: una ragazza se ne va, augurando ad alta voce una buona giornata a tutti. La bionda accanto a me, commenta, finalmente una persona educata, non come certe che non salutano mai. La sua amica ribatte, magari non lo fanno per maleducazione, sono solo timide. La bionda ribadisce a voce più alta: no, quando ero giovane potevo crederci a questa cosa della timidezza, ora che ho cinquant’anni, dico, sono maleducate. Parlano di me, è chiarissimo. Saluto a mezza bocca, sono sempre di corsa, ma il problema non è tanto questo, è che sono scontrosa, non partecipo al chiacchiericcio su diete, creme, massaggi, figli, scuole, cameriere, viaggi. Ci sono delle persone che mi piacciono in palestra, con loro parlo; con le altre tendenzialmente no. Mio padre a cui ho raccontato il fatto stamattina al telefono (ci sono rimasta male, mi sono sentita aggredita, se pur solo verbalmente e in maniera indiretta) ha detto, tu non sopporti gran parte dell’umanità, fai poche eccezioni. È vero. Ma urge una strategia di difesa, non posso cominciare la giornata accigliata per una cosa così: o cambio palestra o sorrido e saluto.

domenica 15 maggio 2016

Mi chiamo Lucy Barton

in Mi chiamo Lucy Barton, il romanzo di Elizabeth Strout appena pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso, c'é una madre che veglia la figlia malata in un ospedale newyorchese. La figlia, Lucy, sposata con due figli, non vedeva né sentiva la madre da anni; è stato suo marito che non ama gli ospedali ed è molto impegnato sul lavoro a cercarla. Lucy, debolissima, in seguito a un'operazione all'appendice andata male, prova un grande conforto ad avere accanto la madre e ne accetta le regole: non si parla della loro famiglia, degli stenti patiti e della freddezza che dominava in casa; si parla di conoscenti comuni (ma guarda caso tutte le conoscenti di cui racconta la madre sono andate incontro a matrimoni disastrosi: il non detto si esprime anche attraverso quelli che sembrano pettegolezzi innocenti). La degenza di Lucy dura nove settimane; la visita della madre solo cinque giorni. Cinque giorni cruciali in cui Lucy impara a fare i conti con il proprio passato di bambina trascurata, capisce di essere amata, e di esserlo stata, anche se nel più imperfetto dei modi. La nuova consapevolezza aiuta Lucy, una volta ristabilitasi, a mettere fine al suo rapporto di coppia, ma è lei stessa a ribadire, questa non è la storia del mio matrimonio. Strout punta lo sguardo sul groviglio di sentimenti che lega una famiglia malata: qualcuno se ne tira fuori, qualcun altro (il fratello e la sorella di Lucy) non ce la fa. Come riesce questa scrittrice a centrare il bersaglio senza perdere neanche una freccia.

Una sostanza sottile

padre e figlia in Provenza. Lui è stato operato al San Filippo Neri di Roma e il racconto di questa degenza s'intreccia con quello di altri trascorsi ospedalieri, con la rievocazione a tappe della fine dei propri genitori. Oltre alla morte, l'altro tema di Una sostanza sottile, il romanzo di Franco Cordelli pubblicato da Einaudi, è l'eros. Si affacciano nel monologo che il padre rivolge alla figlia (che la figlia riporta ma la voce è inequivocabilmente quella del padre) ricordi di donne e la perduta potenza virile è oggetto di un pacato rimpianto (ma quale padre direbbe alla figlia, anche adulta, delle sue erezioni, e perché?). Ogni forma di realismo è bandita da queste pagine, tutto è filtrato attraverso lo schermo dei propri riferimenti culturali, gli stessi luoghi sono visti attraverso gli occhi degli scrittori che li hanno abitati. Una narrazione che procede per cerchi concentrici, un esasperato esercizio intellettuale; per il lettore una fatica estenuante e non molto remunerativa in termini di emozioni.

sabato 14 maggio 2016

terzo giorno

l'entusiasmo di Dorit Rabinyan, la scrittrice israeliana che ha interrotto l'intervista per dire, you read my book! e l'ha ripetuto dopo, incredula, al suo ufficio stampa; lo sguardo concentrato di Marilynne Robinson mentre rispondeva alle mie domande sui suoi meravigliosi romanzi; la gentilezza di Amitav Gosh, che lasciava che si raffreddasse il suo tè per parlarmi infervorato della sua trilogia; Simonetta Agnello Hornby che fa spuntare sua nonna e sua madre in tutto quello che scrive; il turco Uyurkulak che si accalorava pronunciando parole misteriose (che poi il suo traduttore e interprete Luis Miguel Sevella rendeva un po' meno misteriose); il francese di Mahi Binebine talmente espressivo che mi sembrava di capirlo; e infine i sogni americani di Silvia Pareschi che sono riusciti a tenermi in piedi anche se ero ormai alla dodicesima intervista. Intorno il salone, sempre più frastornante: la gente che s'aggirava stravolta, il rumore, le file ovunque, i libri divenuti una massa indistinta. La soddisfazione di aver incuriosito il ventenne figlio dell'operatore, con noi in veste di fonico: generalmente perso nel suo cellulare, voleva sapere della Robinson, del perché fossi così emozionata all'idea di incontrarla, di cosa scrivesse (e l'aspetto inusuale della scrittrice, con i lunghi capelli grigi e la bella faccia hanno contribuito a imprimergliela nella memoria).

venerdì 13 maggio 2016

secondo giorno

il salone continua a sembrarmi un inutile baraccone; in compenso oggi mi sono goduta delle interviste carine e una strepitosa visita al museo egizio. Saleem Haddad ha un bellissimo sorriso e il mio entusiasmo nei confronti del suo libro Ultimo giro al Guapa lo ha messo di buon umore. Anche con l'olandesone, Tommy Wieringa (è alto due metri), è andata bene; mi ha detto di aver riletto stamattina in hotel il suo Una moglie giovane e bella (che in Olanda è uscito anni fa) e che in effetti gli è parso di essersi accanito troppo sul suo protagonista, come gli obiettavo io. Sarcastico e svogliato Bernard Quiriny, come le sue Storie assassine facevano presagire; la gran delusione è stata Ludmila Ulitskaya. Non c'era un interprete, c'era la sua agente che in tre parole riassumeva quello che lei aveva detto in russo in tre minuti. Mi è rimasto un gran desiderio di intervistarla sul serio. Avevo cominciato in bellezza con Marcello Fois sul suo Manuale di lettura creativa, un invito al lettore a dare spazio  alla buona letteratura e a non inseguire le mode del momento. Dove ho trovato la forza alle cinque e mezza di trascinarmi di fronte a mummie e sarcofagi non lo so, ma dopo tanta umanità un tuffo tra i morti e sepolti ha avuto un effetto rigenerante.

giovedì 12 maggio 2016

primo giorno

non piove mai a Roma; stamattina alle sette c'era il diluvio. Mi sono messa gli scarponi neri, quelli che ci stai bene qualche ora, non un giorno intero, non un giorno al salone. Ho persino rispolverato un orribile impermeabile rosso pensando che la priorità fosse non bagnarmi: a Torino non ha mai piovuto, a metà giornata avevo già i piedi rotti e l'impermeabile non sapevo dove metterlo. Arrivata al salone sono andata allo stand Rai: enorme, scintillante, solo non c'era un buco per me. Per fare le interviste mi sono appoggiata a Rai Eri, ma a loro dava fastidio la telecamera e non era affatto un posto raccolto. All'hotel NH da Boualem Sansal, lo scrittore apocalittico algerino, non è andata molto meglio: musica di sottofondo, gran folla di gente vociante (a un certo punto ho visto persino Albano). E l'operatore si è accorto di avere solo un grandangolo: ora, anche io che non capisco niente di riprese, un primo piano con il grandangolo non lo farei. Il salone mi è sembrato un grande baraccone, meno festoso della fiera di Bologna. Unica consolazione i cinque minuti a tu per tu con Erri De Luca, che ho trovato in gran forma. Domani ho un programma senza tempi morti, conosco la strada, la metropolitana, l'ingresso. Andrà meglio

mercoledì 11 maggio 2016

capelli e valigia

archiviate le letture ieri senza neppure la forza di documentare le ultime sul blog, oggi mi sono dedicata alla revisione delle domande, alla traduzione nel mio inglese  di fantasia, ai contatti con troupe e salone (oltre che ad arginare l'entusiasmo di Francesco, eccitato come se ci andasse lui a Torino, incurante del mio sforzo di concentrarmi e desideroso di rincuorarmi, ti vedo tonica l'avrà detto dieci volte, aggiungendo, però ricordati di mangiare). Ora dal parrucchiere e poi valigia, con un occhio alle perfide previsioni del tempo. Ce la farò? Al momento domina la voglia di fuga.

lunedì 9 maggio 2016

La tristezza ha il sonno leggero


“Ognuno se ne va in giro con un mucchietto di dolore incapsulato dall’infanzia alla ricerca di una persona a cui far pagare i torti subiti”: nella sua seconda prova narrativa La tristezza ha il sonno leggero  (Longanesi) Lorenzo Marone mette in scena Erri, un quarantenne napoletano che non si è mai ripreso dal divorzio dei suoi, avvenuto quando aveva cinque anni. Entrambi i genitori si sono risposati e hanno avuto altri figli: Erri è rimasto un “mezzo figlio”, e a questo fa risalire la catena di fallimenti della sua vita: un lavoro che non gli è mai piaciuto, la fine del rapporto d’amore con la moglie. Ma Marone ama dare una seconda possibilità ai suoi personaggi e quindi mentre ci illustra per flash il passato di Erri, ci racconta anche i suoi sforzi di uscire dal pantano di autocompatimento in cui è sprofondato. Alla storia di Erri, s’intrecciano quelle dei suoi numerosi parenti: prima di tutti la moglie Matilde che da un giorno all’altro gli rivela di scoparsi un altro; poi i fratellastri, Giovanni l’affidabile e Valerio lo scapestrato; la mattissima sorellastra Flo; la terribile madre ex democristiana, ex fan di Berlusconi; il padre intellettuale mancato che vende biglietti al parco giochi; Mario, l’amatissimo compagno della madre; Rosalinda, la dolcissima compagna del padre; la travagliatissima figlia di primo letto di Mario, Arianna. Il gioco regge bene fin verso la fine quando il tema della paternità prende il sopravvento e lo scrittore napoletano scopre troppo le carte. Nel complesso meglio di La tentazione di essere felici.