sabato 7 maggio 2016

2084, La fine del mondo


dichiaratamente ispirato fin dal titolo a 1984 di George Orwell 2084, La fine del mondo dello scrittore algerino Boualem Sansal (tradotto da Margherita Botto per Neri Pozza) descrive un regime totalitario dominato dal culto di Abi, il Delegato di Yölah. Il protagonista, Ati, esce da un sanatorio e torna a Qodsabad, aggregandosi alle carovane di pellegrini (gli unici viaggi consentiti sono quelli a scopo religioso che servono a convogliare grandi masse fuori dalla città). Non c’è più storia (nessuno sa cosa è avvenuto prima del 2084), geografia (nessuno ha superato la Frontiera), non c’è più spazio per lo svago: a un certo punto Ati visita un segretissimo Museo della Nostalgia dove ci sono  attrezzature sportive, poltrone di cinema, piste di pattinaggio, tutte cose scomparse dalla vita quotidiana, così come i piatti su cui mangiare, le sedie; si vive in modo primitivo e squallido. Ati, tornato al suo lavoro in un ufficio licenze, fa amicizia con Koa, un coetaneo animato dai suoi stessi dubbi sull’indottrinamento subito (al lavoro vengono interrogati periodicamente sulla loro fede e ricevono un punteggio che è fondamentale per non essere cacciati). I due riescono a intrufolarsi nei ghetti, dove formicola una vita parallela, e dove si parla una lingua vera e non l’abiling prodotto in laboratorio. Cercano una via di fuga verso la Frontiera, ma le maglie del regime sono molto strette. Il romanzo di  Orwell (che pur non rientra tra i miei romanzi preferiti) aveva un’innegabile potenza profetica; qui ci troviamo di fronte al semplice calcolo di cosa sarebbe il mondo sotto l’Isis.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Bene bene, domani quattro?