lunedì 30 maggio 2016

Fiore

Daphne è una rapinatrice che in metropolitana punta il coltello alla gola delle sue vittime e si fa consegnare i cellulari per poi venderli a cinquanta euro, ma è anche una ragazzina fragile, con come unico riferimento un padre appena uscito di prigione. Arrestata dopo l’ennesimo furto, Daphne finisce in riformatorio. La telecamera di Claudio Giovannesi non si stacca mai dal primissimo piano della protagonista, costringe lo spettatore a essere Daphne, a provare il suo sconforto, la sua rabbia, i suoi rari momenti di felicità. In carcere Daphne conosce Josh, che sta nell’ala maschile: i due giovani scambiano chiacchiere da una cella all’altra, si mandano biglietti, ballano insieme la notte di Capodanno, si ripromettono di andare ad Ibiza. Ma per gente come Daphne e Josh c’è poco da stare allegri. Il padre di Daphne (Valerio Mastandrea, perfetto nel ruolo di un uomo alla deriva) è finito nelle grinfie di una romena, che lo mantiene, lo comanda, gli fa fare da padre a suo figlio. La ragazza ottiene un permesso per assistere alla comunione del futuro fratellastro e la scena della festa è una delle più tristi di un film costruito sulla tristezza. Il riformatorio non è un posto orrendo: ci sono anche assistenti sociali sensibili, si cuce, si pettina, si fuma, si ascolta musica. Solo che se fuori non c’è nessuno che ti  aiuti, sei destinata a tornarci e a finire di incattivirti. Scritto dallo stesso Giovannesi con Filippo Gravino e Antonella Lattanzi, senza una parola di troppo.

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