martedì 31 maggio 2016

Julieta

di solito di fronte ai film di Almodóvar mi capita di sospendere l’incredulità, di calarmi nelle sue trame e di palpitare per i suoi personaggi. Con Julieta non ci sono riuscita, dopo un po’ l’alternarsi di disgrazie e compensazioni  ha raffreddato la mia temperatura emotiva e mi ha reso quasi impaziente. Ispirato a diversi racconti di Alice Munro (ma la verità di quella magnifica scrittura si perde nell’esagerazione che è la cifra stilistica del regista), Julieta  è incentrato sul personaggio di una madre cinquantenne che non ha più notizie di sua figlia Antía quando questa a diciotto anni è partita per un ritiro spirituale. Julieta ha provato a sopravvivere a questo abbandono, ma le basta rivedere la migliore amica di Antía, per ricadere nell’abisso della disperazione. Un lungo flash back ci racconta l’incontro in treno tra Julieta giovane e un affascinante pescatore con moglie in coma (ci sono più persone in coma nella filmografia di Almodóvar che in tutti gli ospedali italiani). Sesso selvaggio nel vagone, poi una lettera del pescatore arrivata all’università in cui Julieta insegna dà alla donna la possibilità di raggiungerlo nel suo paese in riva al mare. Qui la accoglie una cameriera ostile dagli occhi storti, che la esorta a ripartire perché la prima moglie è morta ma c’è una rivale (Rossy de Palma è la strega cattiva del film, che annuncia disastri e li fa  accadere). Julieta resta, ha una figlia con il pescatore, ma un giorno in seguito a un banale litigio lui esce con la barca nonostante la tempesta.  Sensi di colpa a go go, bravissime interpreti, fotografia smagliante, ma il risultato è un Almodóvar virato sul melodramma e spogliato della forza della sua ironia.

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