venerdì 6 maggio 2016

La provvidenza rossa


l’atmosfera in cui si viene calati leggendo Provvidenza rossa, il romanzo di Lodovico Festa pubblicato da Sellerio, è quella del Pci milanese del 1977. Sono membri del partito comunista quasi tutti i personaggi (poi ci sono poliziotti, preti, criminali vari, ma sono tutte figure minori) e ci stupisce di fronte alla varietà di ruoli che si potevano (si possono ancora?) ricoprire all’interno di un’organizzazione politica. Tra tutti spicca la figura di Mario Cavenaghi, “vicepresidente della commissione probiviri regionale”, ingegnere trentenne, a cui viene affidato l’ingrato compito di indagare sulla morte di una fioraia, Bruna Calchi, falcidiata a colpi di mitra di fronte al suo negozio. Bruna era un’attivista del Pci; nella sua Sezione, la Sempione, se ne celebra il funerale, ma a spingere il partito a condurre un’inchiesta parallela a quella dell’ispettore Modena non è tanto il desiderio di trovare il colpevole, quanto la paura che il buon nome dei comunisti risulti infangato dalla vicenda. E in effetti ben presto si scopre che l’arma di origine tedesca con cui la vittima è stata uccisa proveniva da un deposito nascosto sotto la Sezione Sempione e risalente ai tempi della seconda guerra mondiale. Lo scoprono i comunisti e si guardano bene dal dirlo alla polizia. Cavenaghi individua una serie di piste: la droga, le scommesse sui cavalli, la prostituzione, ma la soluzione dell’enigma sta nel carattere di Bruna e nelle sue velleità cultural-amorose. Festa, che è stato dirigente del partito,  ricostruisce ogni dettaglio delle dinamiche della vita dei militanti, dai dibattiti sulle iniziative di Togliatti alle chiacchiere nei salotti, descrive come ci si vestiva, cosa si mangiava, qual era la morale pubblica e quella privata. C’è molta ironia in questa ricostruzione e anche voglia di prendere le distanze da quello che si è stati, da quello in cui si è creduto e dal modo in cui si è creduto.

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