martedì 24 maggio 2016

La Triomphante


per raccontare la storia della sua vita, Teresa Cremisi sceglie una scansione in cinque macrocapitoli, “Mattina presto” per l’infanzia, “Tarda mattinata” per l’adolescenza, e poi via via fino ad arrivare alla citazione di Kavafis contenuta in “Mezzanotte e mezza”. La Triomphante, uscito da Adelphi nella traduzione di Lorenza di Lella e Francesca Scala, è un libro che riserva al lettore molte belle sorprese. La protagonista nasce ad Alessandria d’Egitto e dal padre imprenditore italiano eredita un amore forte e duraturo per le battaglie navali. Da bambina impara il greco dalla tata, l’arabo dal tuttofare, il ricamo da una sarta, la pesca da un cugino, la danza da una mitomane russa… Ogni anno scappa con la madre scultrice in Europa prima della fine della scuola: la Svizzera, Antibes, ovunque non faccia il caldo appiccicoso che c’è lì. Un’esistenza da privilegiata, ma anche un’esistenza da espatriata che la porta a scegliere il francese come lingua d’elezione, come luogo in cui ritrovarsi. Il 1956 segna la cacciata dal paradiso: Nasser pone fine alla realtà cosmopolita alessandrina e la ragazza si trasferisce a Milano con i suoi genitori. Qui è lei diciassettenne a rimboccarsi le maniche: trova una scuola cattolica che l’accetta anche se è indietro con il programma, diventa in breve la più brava della classe e si dà da fare per scuotere la madre dall’apatia che la distrugge (entrambi i genitori non si riprenderanno più dall’esilio forzato, sarà lei a prendersi cura di loro negli ultimi anni). A un certo punto del libro Teresa Cremisi scrive: “ho fiducia nei testi degli autori che amo”. Qualche esempio: dal Conte Mosca della Certosa di Parma di Stendhal trae il consiglio di non esporsi troppo in Italia, di tacere, di accettare le regole sociali come se fossero le regole del whist; dalla Linea d’ombra di Conrad la spinta a cambiare, a rimettersi in gioco. L’amore per la letteratura, scoperto grazie al secondo canto dell’Iliade con la sua rassegna di popoli, condottieri, luoghi, non la lascerà mai più. Una carriera iniziale di giornalista, l’approdo fortuito al ruolo di direttore di una grande tipografia, il trasferimento a Parigi con uno stratosferico incarico manageriale sono tappe che Cremisi ricostruisce con un certo distacco, con garbata ironia: quanto tutto finisce e lei settantenne si trasferisce nel piccolo paese di Atrani nota “io stessa mi sono stupita della facilità con cui sono passata dall’iperattività all’ozio più totale per un lungo periodo dell’anno.” Anche l’amore per Giacomo, il disegnatore che ha sposato e con cui ha passato gli anni più felici della sua vita a Parigi, è raccontato con garbo e lucidità (“non ho mai saputo cosa significhi essere preda della passione…ho un’idea primitiva dell’amore: possibile o impossibile, felice o tragico. Gli stadi intermedi mi paiono superflui”). Non si dice mai come va a finire un libro, ma una conclusione così intensa come “Questo mondo l’ho guardato molto” come si fa a non citarla?

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