domenica 15 maggio 2016

Mi chiamo Lucy Barton

in Mi chiamo Lucy Barton, il romanzo di Elizabeth Strout appena pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso, c'é una madre che veglia la figlia malata in un ospedale newyorchese. La figlia, Lucy, sposata con due figli, non vedeva né sentiva la madre da anni; è stato suo marito che non ama gli ospedali ed è molto impegnato sul lavoro a cercarla. Lucy, debolissima, in seguito a un'operazione all'appendice andata male, prova un grande conforto ad avere accanto la madre e ne accetta le regole: non si parla della loro famiglia, degli stenti patiti e della freddezza che dominava in casa; si parla di conoscenti comuni (ma guarda caso tutte le conoscenti di cui racconta la madre sono andate incontro a matrimoni disastrosi: il non detto si esprime anche attraverso quelli che sembrano pettegolezzi innocenti). La degenza di Lucy dura nove settimane; la visita della madre solo cinque giorni. Cinque giorni cruciali in cui Lucy impara a fare i conti con il proprio passato di bambina trascurata, capisce di essere amata, e di esserlo stata, anche se nel più imperfetto dei modi. La nuova consapevolezza aiuta Lucy, una volta ristabilitasi, a mettere fine al suo rapporto di coppia, ma è lei stessa a ribadire, questa non è la storia del mio matrimonio. Strout punta lo sguardo sul groviglio di sentimenti che lega una famiglia malata: qualcuno se ne tira fuori, qualcun altro (il fratello e la sorella di Lucy) non ce la fa. Come riesce questa scrittrice a centrare il bersaglio senza perdere neanche una freccia.

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