lunedì 23 maggio 2016

Se avessero

il punto di partenza è un evento traumatico che continua a riaffiorare alla mente del narratore: è il 1945, Vittorio ha quindici anni, si trova a Milano con la sua numerosa famiglia, bussano alla porta, sono tre partigiani con i mitra spianati, cercano suo fratello maggiore, fascista, per giustiziarlo. Il fratello riesce con grande sangue freddo e l’aiuto di un tesserino a rimandarli indietro. Quindi non succede nulla, ma dal dubbio su quello che poteva essere e non è stato nasce il titolo dell’”opera ultima” di Vittorio Sermonti, Se avessero (Garzanti), e la sua lunga digressione in forma di romanzo sull’Italia di oggi e di ieri. Sermonti, classe 1929, racconta di sé, del padre fascista che lo prediligeva rispetto agli altri fratelli (forse per compensarlo del disamore materno), delle proprie passioni (le donne , vorrebbe sposare tutte quelle con cui fa l’amore; il calcio, con Pasolini che non gli passa la palla perché lo considera un borghese; il teatro; la città di Praga) del proprio “transito dalla parte del nemico” (l’iscrizione al Pci nel 1956 proprio in corrispondenza dei fatti d’Ungheria). La scrittura di Sermonti, coltissima e torrenziale, è venata di autoironia: è quella di un grande vecchio che non si è mai preso troppo sul serio, né ha preso sul serio il contraddittorio paese in cui gli è capitato di vivere. Su cosa sia l’italianità è più rivelatoria questa storia familiare che mille trattati.     

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