lunedì 30 maggio 2016

Suso a Lele

scritte tra il dicembre 1945 e il marzo 1947 le lettere di Suso Cecchi D’Amico al marito, raccolte nel volume Suso a Lele, pubblicato da Bompiani e curato da Silvia e Masolino D'Amico, testimoniano l’estrema vitalità del rapporto tra i due, che mal sopportavano di stare divisi. Dopo la partenza di Lele, malato di tubercolosi, per un sanatorio svizzero, la giovane Suso si ritrova a Roma con i due bambini Silvia e Masolino e l’impegnativo lavoro di traduttrice e sceneggiatrice. La sua preoccupazione principale è quella di rassicurare il marito e tenerne alto il morale, rendendolo partecipe della  vita familiare. Sono lettere dense di particolari sulla quotidianità: Suso racconta come si comportano i figli (per lo più bene, sono vispi e collaborativi, pieni di affetto verso il padre lontano), cosa si mangia (non moltissimo), come si veste (c’è un costume da bagno che la fa sognare e alla fine lo riceverà in dono dal marito), quello che legge (per esempio Don Chisciotte che apprezza battuta dopo battuta), quello che scrive insieme agli altri cosceneggiatori, cosa vede a teatro, con chi esce a cena. Cerca di non lamentarsi delle proprie difficoltà, è felice e incredula di venir apprezzata dai registi con cui collabora, spera di poter garantire a Lele una certa agiatezza per farlo dedicare ai suoi studi musicali, ama chi lavora con l’intelligenza e mezzi modesti come Eduardo De Filippo, esalta il valore dell’amicizia (e in effetti è circondata da amici). A conferma della grande intimità tra la scrivente e il destinatario c’è la lingua: un lessico ultrafamiliare fatto di ponci, picci, suoceroni, e tante altre parole deformate o inventate che servono restituire l’immediatezza del rapporto.

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