domenica 1 maggio 2016

The See of Trees (La foresta dei sogni)


criticatissimo, l’ultimo film di Gus Van Sant, The Sea of Trees, tradotto in italiano con La Foresta dei sogni (ma vederlo in originale è d’obbligo) mi ha convinto e coinvolto. Matthew McConaughey è Arthur, un professore di matematica americano che prende un aereo per Tokyo, deciso a suicidarsi nell’enorme foresta ai piedi del monte Fuji (scopriremo alla fine che ha cercato su google “the perfect place to die” e quel posto è la meta di aspiranti suicidi da tutto il mondo). Mentre si aggira tra gli alberi con le pasticche per morire nella tasca dell’impermeabile, Arthur incontra un giapponese con i polsi tagliati. Da quel momento la sua missione non sarà più togliersi la vita, ma salvarla all’uomo che è molto malconcio. Mentre i due si aggirano nel labirinto costituito dalla foresta, sempre più insanguinati, bagnati, assetati (Giulia giustamente mi ha sussurrato, manca solo l’orso di The Revenant), scorrono le immagini dell’inferno domestico di Arthur. Sua moglie (Naomi Watts) vende case, beve, gli rinfaccia che guadagna poco e che l’ha pure tradita. I due si guardano in cagnesco, non sono più capaci di comunicare. Poi lei scopre di avere un tumore al cervello, tra loro si azzera ogni lite, scoprono di volersi ancora bene, sperano di recuperare il tempo perduto. Mi fermo qui, ci sono varie sorprese. Mentre in molti lo accusano di misticismo, a me è parso che The See of Trees metta in scena con grande chiarezza i vicoli ciechi in cui finiscono a volte i matrimoni e in generale l’incapacità di persone che si amano di ritrovarsi dopo una crisi. Che poi uno debba andare in Giappone e rotolarsi tra i massi per capire che il senso di colpa non porta da nessuna parte è un po’ scomodo, ma almeno è risolutivo.

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