martedì 24 maggio 2016

Una specie di felicità

che Giulio sia un uomo solo ce lo rivela l’episodio iniziale del romanzo: resta fuori casa di notte e va a cercarsi un albergo per non disturbare la madre, l’ex moglie, la sua unica amica. Giulio fa lo psicoterapeuta e gli è capitato come paziente un suo professore, entrato in crisi dopo il suicidio di una giovane che aveva in cura. In Una specie di felicità, uscito da Piemme, Francesco Carofiglio racconta l’emergere del suo protagonista dall’opacità delle sue relazioni: parallelamente ai miglioramenti del professore, Giulio trova una via d’uscita all’isolamento a cui si è condannato. È un libro molto dialogato questo di Carofiglio: alcuni dialoghi funzionano, altri meno (rientrano in quest’ultima categoria quello del protagonista con la preside di sua figlia, che lo convoca dopo aver ricevuto dalle mani del bidello un biglietto in cui la ragazza parla di una sua gravidanza e insulta i genitori, con lui che, inferocito alla fine le dice di non chiamarlo signore ma dottor d’Aprile, “con la d minuscola e la A maiuscola” o quello con la misteriosa Chiara che lo lascia di stucco rivelandogli cosa fa per vivere: che altro poteva fare una che sta di notte nei bar degli alberghi con la parrucca bionda e il tubino nero? ). Il personaggio più credibile è quello della madre del protagonista, Ginevra, una signora di sessantasette anni, ex insegnante di matematica, piena di interessi, sportiva, capace di reagire con compostezza all’abbandono tardivo da parte del marito. Per fortuna ci sono le mamme.  

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