giovedì 30 giugno 2016

Una nuova vita

il titolo originale del libro di Roger Rosenblatt pubblicato da Nutrimenti nella traduzione di Nicola Manuppelli è Making Toast, A Family Story, ed è questa la funzione principale di Roger, da quando sua figlia Mary è morta: preparare i toast la mattina per i suoi tre nipoti. Una nuova vita racconta come Roger, giornalista, scrittore, insegnante, e sua moglie Ginny lasciano la loro casa a Long Island e si trasferiscono dal genero Harris. Mary, trentotto anni, pediatra, cade a terra un giorno di dicembre davanti ai suoi figli, stroncata da un problema congenito al cuore che non sapeva di avere. La missione dei nonni è quella di inserirsi nella famiglia traumatizzata cercando di ripristinare una faticosa normalità. Per Roger occuparsi di Jessie, Sammy e di Bubbies è anche un modo per elaborare il proprio lutto: mentre torna a immergersi nelle quotidiane esigenze dei bambini piccoli (dagli accompagnamenti ai compiti, dai giochi alle letture ai cibi preferiti) riesce a tenere a bada la rabbia e l'incredulità per la morte dell'amata figlia ("una persona chiara"). Una nuova vita è anche un inno alla famiglia e agli amici: dalla moglie Ginny al genero Harris, dai due figli Paul e John, a tutte le persone che volevano bene a Mary, si crea una rete di solidarietà così stretta che i tre bambini non percepiscono un senso di abbandono e possono in ogni momento parlare della madre e di quello che provano per lei. Esiste un importante filone della letteratura americana ispirato al lutto; mi vengono in mente Joan Didion, Joyce Carol Oates. Rosenblatt s'inserisce a pieno titolo in questo filone con un libro commosso e misurato.

risveglio

ieri sera ero esausta. Mi aveva debilitato soprattutto il freddo preso sul volo Delta Atlanta Managua. Gli americani e il loro culto dell'aria super condizionata! Poi è andato tutto bene, il figlio ha trovato sul nastro il suo zaino (a Roma un'impiegata incompetente ci aveva detto che dovevamo ritirarlo ad Atlanta per la dogana, ma lì non c'era e già l'avevamo dato per disperso), fuori all'aeroporto c'era un tizio con il mio nome su un cartello e qui al Pyramide ci aspettava il proprietario Manfred con un gran sorriso e tre stanze colorate e accoglienti. Mancava Tommaso che ci avrebbe dovuto aspettare qui. Tempo mezz'ora e si è presentato: più alto e più magro di come me lo ricordavo, allegrissimo e con due enormi tavole da surf in aggiunta al suo bagaglio. Ora come faremo oggi ad andare sul vulcano con una valigia, due zaini e due tavole bislunghe è tutto da capire. Sono le sei di mattina, si sentono solo versi di uccelli. Sarebbe bello bere un caffè. Altri desideri non ne ho.

mercoledì 29 giugno 2016

La donna abitata

Gioconda Belli è la più famosa scrittrice nicaraguense, ha partecipato alla lotta del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza, i suoi romanzi sono pubblicati in italiano da e/o. Nel volo da Roma ad Atlanta ho letto La donna abitata (tradotto nel '95 da Margherita D'Amico, uscito nell'88). Speravo di calarmi nell'atmosfera del paese che sto per visitare, ma il romanzo concede poco al suo fondale (anche se la città di Faguas dove è ambientato è chiaramente Managua), concentrandosi sulla protagonista e i suoi dilemmi politici ed esistenziali. Lavinia, la protagonista, appartiene all'élite del paese; ha studiato architettura a Bologna; una volta tornata in patria, è andata a vivere da sola nella casa che le ha lasciato la zia e ha trovato lavoro in un prestigioso studio. Qui conosce Felipe, con cui comincia un'appassionata relazione. Lui però ha strani impegni, è spesso sfuggente; lei crede che frequenti altre donne, ma una notte piomba in casa sua con un uomo ferito da una pistola. Così Lavinia di colpo scopre che Felipe è impegnato nella lotta di liberazione; da una prima reazione di sconcerto e terrore, lei arriverà a maturare il desiderio di entrare in clandestinità insieme a lui. Mentre ero alle prese con questo libro pensavo a come mi avrebbe colpito se l'avessi letto da ragazza, quando mi arrovellavo sul problema dell'impegno e della rivoluzione (in maniera del tutto teorica, come sempre nella mia vita). Oggi mi pare che La donna abitata conservi un valore documentale (soprattutto per il suo contenuto femminista: Lavinia diventa una combattente contro la volontà di Felipe, a cui piaceva trovare in lei una sponda a cui approdare dopo le sue fatiche) ma sul valore letterario del romanzo ho molti dubbi. In particolare l'intreccio tra la storia di Lavinia e la voce della sua antenata che aveva combattuto i conquistadores e ora vive nell'albero d'arancio ed entra in lei attraverso i frutti mi è parso una di quelle trovate da realismo magico che funzionavano negli anni ottanta e ora non funzionano più.

martedì 28 giugno 2016

la mail violata

dalle prime ore della mattina comincio a essere tempestata di messaggi di amici che hanno ricevuto da me una richiesta di aiuto economico partita dalla mia mail. Mi sembra poco grave perché mi è già capitato di ricevere posta del genere, cosi sgrammaticata da risultare poco credibile (solo mia suocera si è spaventata e ha chiamato il figlio per sapere come farmi avere i soldi). Arrivo al lavoro e scopro che il mio account gmail si è volatilizzato, non ho più niente, né messaggi in arrivo, né quelli inviati, non ho più gli indirizzi di nessuno. Provo a contattare la polizia postale ma, svogliatissimi, mi dicono che devo fare la denuncia in un commissariato qualunque; il marito riesce a cambiarmi la password e ad annullare la falsa identità che qualcuno aveva costruito intorno al mio indirizzo. Brutta bruttissima sensazione, quasi peggio dei ladri in casa. Neanche sul mio blog mi sento più sicura. Se sparisco o se sbaglio i congiuntivi non pensate a un cattivo effetto del Nicaragua ma a un malefico pirata informatico.

domenica 26 giugno 2016

Sanctuary Line


colpisce in Sanctuary Line della scrittrice canadese Jane Urquhart (traduzione di Nicola Manuppelli, Nutrimenti) la costruzione della trama; leggere questo libro è come entrare in un luogo semibuio e vederlo illuminarsi poco a poco, in modo apparentemente casuale: solo alla fine si ha una visione d’insieme e ogni cosa risulta al suo posto. All’inizio sappiamo solo che Liz, l’io narrante, si occupa di farfalle, è tornata a vivere nella fattoria dello zio in cui passava le estati da ragazza, ha una madre in casa di riposo, ha assistito al funerale della cugina Mandy morta in Afghanistan, e il suo racconto è rivolto a un tu che resta misterioso. Siamo nell’Ontario del Sud, in uno scenario di totale desolazione e la protagonista, mentre rievoca il passato splendore della fattoria e dei suoi alberi da frutto, e osserva le migrazioni delle sue farfalle, semina indizi sulla catastrofe che si è abbattuta sulla sua famiglia. A dominare la narrazione è il personaggio dello zio Stanley, un uomo vulcanico, sempre pronto a intraprendere nuove attività e a stregare gli altri con le sue storie (bellissime e tragicissime quelle sugli avi che facevano guardiani di fari). Sappiamo che lo zio a un certo punto è sparito nel nulla, che sua moglie si è lasciata andare, che la figlia amante della poesia è finita nell’esercito, ma per capire cosa è successo, dobbiamo aspettare che il racconto di Liz si dipani, coinvolgendo la figura di Teo, un suo coetaneo che veniva dal Messico con la madre a raccogliere i frutti nella fattoria. Urquhart rievoca come meglio non si potrebbe la magia vissuta da una banda di ragazzi che si ritrovano ogni estate in campagna e la fine traumatica di tutto causata dall’irresponsabilità degli adulti. Una prosa raffinata e magnetica che trascina con sé il lettore, facendogli sentire come sia possibile fare tanto male alle persone a cui si vuole più bene.

sabato 25 giugno 2016

la sorella linguacciuta

dopo una lunga e insperata dormita, ti godi la giornata al mare. Nuoti, passeggi, pregusti la vacanza che si avvicina. Quando meno te l'aspetti, arriva la frecciata. Sei in acqua con tua sorella: papà è preoccupatissimo per il tuo matrimonio, ti dice. Improvvisamente desideri solo per essere il più lontano possibile da lì, da loro, dalla sorella maggiore prodiga di consigli, dal vecchio padre a cui non hai dato preoccupazioni neanche quando eri adolescente. Mi sa che è proprio ora di cambiare aria e non avrei potuto scegliere compagnia migliore di due ragazzi che si faranno i fatti loro.

venerdì 24 giugno 2016

con Elizabeth

Lucia Berlin è una di quelle rare persone che continuano a brillare a distanza attraverso le parole di chi le ha conosciute. Ieri pomeriggio ho incontrato Elizabeth Geoghegan che insegna letteratura americana alla Cabot University di Roma e che è stata allieva del corso di scrittura creativa di Berlin a Boulder in Colorado: parlando di lei e delle sue lezioni si è illuminata tutta. Così ho scoperto che oltre a scrivere magnifici racconti, Berlin aveva il dono dell’insegnamento, riusciva a tirar fuori il talento dai suoi studenti evitando ogni spirito di competizione tra loro. La stessa Geoghegan mi ha molto incuriosito: ha un’aria da eterna ragazza e insieme da donna vissuta, abita a Trastevere ma non parla mai italiano; ha accennato a un anno sabbatico passato in Africa… Ci sono donne che oltre a leggere vivono, è una cosa che non manca mai di stupirmi.

mercoledì 22 giugno 2016

con Vitaliano Trevisan

ogni tanto mi fisso su uno scrittore e affronto l'intervista con lui con una certa agitazione. Avevo deciso che Trevisan sarebbe stato un osso duro, che mi avrebbe trattato come una sporca borghese e mi avrebbe messo in difficoltà. Il suo libro, che avevo giudicato con troppa severità, mi è cresciuto dentro, ho continuato a pensarci anche a distanza di tempo e quindi più della paura ha potuto l'interesse nei suoi confronti. Con Carlo abbiamo allestito un set tristanzuolo nella sala colazione dell'hotel Principessa Isabella di via Sardegna, facendo sparire il più possibile tazze e piattini, e poi ho chiesto alla reception di mandarcelo giù. Si è presentato bianco in faccia come la sua camicia e ha subito messo le mani avanti, non sono bravo a parlare. Aveva un leggero tremito e un'aria smarrita, mi ha dato delle risposte molto brevi, alcune precise e dolenti, altre estremamente vaghe. Gli ho chiesto se aveva voglia di leggerci qualcosa e lui, rianimato, ha voluto aprire a caso il suo volume, dicendo che se un libro vale vale tutto. Il brano che ha letto era un elogio degli psicofarmaci e delle case farmaceutiche che li producono, consentendo a persone come lui di restare in vita. Finita l'intervista mi è parso sollevato, mi ha detto di aver recitato in un film di Cappai, Senza lasciare traccia, abbiamo sparlato un po' di case editrici e di libri. L'ho fatto ridere quando gli ho detto che il suo protagonista ha tanti problemi, ma non ha il problema che hanno quasi tutti gli scrittori italiani, cioè non è ossessionato dal sesso e dal corpo delle donne. Un Trevisan mite e fascinoso, tutto diverso dall'immagine che mi ero fatta.

tormenti lavorativi

pensavo che seguire due ore di corso anticorruzione on line fosse il peggiore dei castighi lavorativi ma leggere un romanzo di trecento pagine pieno zeppo di luoghi comuni è molto più faticoso. Leggo un capitolo e controllo la posta, due pagine e scrivo un messaggio, altre due e vado a controllare cos’è successo nel mondo. Costi quel che costi stasera lo finisco. Altro che corso anticorruzione.   

con Eshkol Nevo

entrando all’hotel Locarno ho visto Eshkol Nevo che faceva colazione con una ragazzina. Mi ha poi detto di essere venuto con la figlia adolescente che si sta godendo le sue giornate romane. Lui era entusiasta della serata di ieri a Massenzio: leggere un suo racconto inedito in ebraico mentre dietro le sue spalle scorreva sullo schermo la traduzione in italiano, davanti a tanta gente, in quel bellissimo scenario, lo aveva emozionato. L’intervista è stata davvero piacevole: ha parlato del proliferare dei personaggi nei suoi romanzi (pensa a una storia, poi a un’altra, poi a un’altra ancora, finché non deve dire basta); della difficoltà per un non credente come lui di vivere in un paese come Israele dove i divieti religiosi si respirano insieme all’aria; degli immigrati russi che all’inizio non riuscivano proprio a integrarsi da loro e infine dello humour che gli consente di affrontare temi anche gravi (come quello dell’ornitologo arabo incarcerato perché possedere un binocolo fa automaticamente di lui una spia) in un modo che spiazza il lettore, lo costringe a rimettere in discussione le sue certezze. Anche lui come Dorit Rabinyan è rimasto colpito dal fatto che avessi letto il suo libro; quando mi ha detto, you really read the book, gli ho raccontato del mio incontro torinese con la sua collega che aveva fatto il suo stesso commento ed espresso la sua stessa sorpresa. Sono gli scrittori israeliani a essere particolarmente attenti al tipo di domande che ricevono o sono i giornalisti italiani particolarmente cialtroni nei confronti degli scrittori che vengono da Israele?  

martedì 21 giugno 2016

preparativi e acquisti

il bello di partire sta molto nella preparazione e pur odiando lo shopping mi ci sono dedicata per non ritrovarmi in Nicaragua sguarnita di cose fondamentali. Ho comprato un costume da bagno nero, il più semplice che ho trovato; un kway rosa con una leggera imbottitura per non sentirmelo addosso plasticoso; una borsa sottile blu; un paio di jeans leggerissimi. Sul kindle come al solito ho esagerato e ho l'imbarazzo della scelta. Mi manca la sosta in farmacia, poi sono pronta. Mercoledì il volo per Atlanta e quello per Managua. Il proprietario del primo hotel scelto a caso mi ha mandato un lungo promemoria con varie indicazioni pratiche e il racconto del suo arrivo in Nicaragua nel 1983 dalla Germania, dell'incontro con Sandra, del ristorante poi trasformato in albergo, della figlia Sarah che vive in Germania con i suoi bambini. Mi sto già calando nell'atmosfera (che immagino piovosa, piena di bacherozzi, di piante e di fascino).

lunedì 20 giugno 2016

Tutti vogliono qualcosa


non fosse stato per la passione di mia figlia per il regista americano Richard Linklater non avrei mai visto Tutti vogliono qualcosa. E all’inizio mi sono sentita un po’ a disagio seduta accanto a lei davanti allo schermo dentro il quale muscolosi giocatori di baseball appena conosciutisi nella casa offerta loro dal college pianificano le scopate e le bevute del week end. A distinguere questo film dalle migliaia di storie ambientate nelle università statunitensi è la capacità del regista di imprimere un sottofondo nostalgico all’evocazione della goliardia: raccontando la manciata di giorni che precede per un gruppo di ragazzi sportivi l’inizio dei corsi, Linklater ferma l’attimo in cui tutto sembra possibile, riproduce la sensazione di libertà e spensieratezza data dall’abbandono del nido familiare, offre la rappresentazione plastica della gioia di sentirsi giovani, pieni di forza e legati gli uni agli altri in modo indissolubile. In più Tutti vogliono qualcosa è un tuffo negli anni ottanta, nel come ci si vestiva, come si ballava, cosa si cantava e il protagonista Blake Jenner è molto carino. Peccato solo che gli attori siano tutti più grandi dei diciotto-ventenni che dovrebbero impersonare.

domenica 19 giugno 2016

La donna che scriveva racconti


sono così straordinari i racconti di Lucia Berlin che ogni tanto senti il bisogno di posare il libro, di farti un giro, di schiarirti la mente prima di poterci tornare.  È un’umanità dolente quella rappresentata dalla scrittrice americana in La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri): alcolisti, immigrate messicane che non sanno una parola d’inglese, donne delle pulizie cleptomani, indiani alla deriva, infermiere di pronto soccorso che nulla può più sorprendere, minorenni costrette all’aborto, bambini picchiati dai genitori. A colpire in questo libro non sono i temi trattati, ma lo sguardo di chi narra; Berlin non pone alcuna distanza tra sé e i suoi personaggi: è una di loro, si sente che la materia del suo narrare è la sua stessa esperienza, ritagliata, rielaborata, posta di fronte ai lettori senza pietismi né compiacimenti; le cose stanno così, sarebbe meglio che andassero in un altro modo, ma questo è quanto, e possiamo solo prenderne atto e cercare di andare avanti meglio che possiamo. La biografia dell’autrice riemerge qua e là: si racconta di una bambina più alta delle altre, costretta a portare il busto per la scoliosi; dell’amore per la scuola e i libri frustrato dai continui traslochi; di una madre alcolizzata e della gelosia per la sorella minore che si tramuta in un legame fortissimo quanto questa, adulta, si ammala di cancro; di un nonno dentista, violento e imprevedibile; di mariti che escono dalla scena e di quattro figli; della voglia di bere e del senso di colpa verso i propri bambini; della ricca società cilena che non vuole saperne di chi muore di fame; dei diseredati che litigano per il sapone di fronte alle lavatrici a gettone. Per cercare di rendere la specificità di Lucia Berlin bastano due racconti che non hanno nulla di particolarmente drammatico (lontani dalla disperazione del bellissimo “Mijito” in cui una diciassettenne messicana finisce per uccidere il figlio che non smette di piangere): “Toda Luna, todo año” e “Amici”. Nel primo compare un’insegnante di spagnolo rimasta vedova che va in vacanza in Messico: si aggrega per caso a un gruppo di subacquei del posto, decide di immergersi insieme al vecchio istruttore César, finisce a letto con lui, al momento di partire lui le chiede dei soldi per estinguere un debito, lei glieli dà. Il racconto di un ritorno alla vita ma senza alcun romanticismo, senza abbellimenti. Allo stesso mondo in “Amici” Loretta fa amicizia con un ingegnere ottantenne e sua moglie, si prende cura di loro quando hanno problemi di salute, va a pranzo da loro, li porta in giro; un giorno sente che stanno parlando di lei, la chiamano poverina e si compiacciono della compagnia che le fanno. Su Lucia Berlin ha scritto un bellissimo articolo Elizabeth Geoghegan (Paris Review, Smoking with Lucia: “i movimenti della sua narrativa mimano la natura erratica di una conversazione privata e anche quella della sua vita vagabonda”). Giovedì prossimo incontro Geoghegan per parlare di Berlin. Come farei senza Rai letteratura.

la tregua

da questo week end al mare non mi aspettavo niente di buono perché l'umore del marito stazionava da giorni sul depresso irritabile. Invece la fatica fisica di occuparsi del giardino, gonfiare la  piscina di plastica, attivare l'aspiratore a vapore l'ha aiutato a scaricare le tensioni lavorative; abbiamo camminato insieme sulla spiaggia, cenato in un ristorante carino, prenotato l'hotel della seconda notte in Nicaragua, l'ultimo che era rimasto in sospeso. E forse anche la prospettiva di non vederci per un po' (giovedì lui parte per Edimburgo; il mercoledì dopo io per Managua) ci ha aiutato a deporre le armi. Mi ero abituata a considerare il marito una parte di me; da anni al centro delle mie preoccupazioni c'erano i figli e il lavoro, o mio padre quando è stato male; con il suo stato d'animo insoddisfatto e confuso è riuscito non solo a riprendersi la scena ma anche a farmi imbarcare in un viaggio a cui non avrei mai pensato; chissà, il vento del cambiamento potrebbe non portare solo tempesta.

venerdì 17 giugno 2016

Soli e perduti

in un’immaginaria città israeliana, la Città dei Giusti, con i soldi di un ricco vedovo americano che vuole fare un omaggio alla moglie scomparsa, viene progettato un mikveh, un bagno rituale. Soli e perduti  di Eshkol Nevo (tradotto da Ofra Bannet e Raffaella Scardi per Neri Pozza) racconta quello che accade durante la costruzione e poi intorno a questo bagno, che per motivi misteriosi scatena i sensi di chi vi si accosta. Romanzo corale, ritratto di un paese che più folle e contradditorio di così non potrebbe essere, Soli e perduti  mette in scena un sindaco ossessionato dal lavoro; il suo tuttofare che ha rinunciato all’amore della sua vita e ha sposato una donna frigida da cui ha due amatissimi figli; l’amata del tuttofare che torna dopo sette anni a cercarlo; un vecchio e colto fabbro russo venuto in Israele per un’ebrea conosciuta in una casa di riposo; il nipotino introverso dell’ebrea che trova un punto di riferimento nel nonno acquisito; un ornitologo arabo che fa il manovale e viene incarcerato perché usa il binocolo… Divisi tra desideri carnali e paura di castighi divini, i personaggi s’incontrano, si scontrano, si amano, si separano. L’arrivo nella Città dei giusti del benefattore americano in compagnia della sua maestra di clarinetto farà scoprire a tutti l’uso improprio del bagno rituale (che nei vecchi russi risveglia la potenza sessuale) e porterà all’abbattimento della costruzione. Ironica, sorprendente, capace di aderire alle fantasie e alle malinconie più intime degli uomini e delle donne rappresentate, la scrittura di Eshkol Nevo si conferma di libro in libro una delle più interessanti della letteratura ebraica contemporanea.    

giovedì 16 giugno 2016

tutti a casa Bellonci

alle tre di pomeriggio tra i polverosi e gloriosi libri di casa Bellonci c’eravamo solo noi di rai letteratura, qualche tecnico che montava telecamere e i camerieri che cominciavano a portare su le bibite. Quando sono tornata, alle sette e mezza, c’era già il delirio: vecchietti che si trascinavano fino all’urna per depositare il loro voto, giornalisti, editori, addetti stampa, imbucati desiderosi di mischiarsi all’ambiente letterario e forse anche imbucati a caccia di tartine sofisticate. Il mio compito per la serata era apparentemente semplice: dovevo portare da Flavio i dodici concorrenti allo Strega, perché facesse dire qualche battuta ciascuno mentre avveniva lo spoglio delle schede. Il problema era pescarli in una casa fatta di un lungo corridoio e due terrazze ai poli opposti e stipata di gente (si stazionava persino sul pianerottolo, poveri condomini). Per fortuna Nicola Lagioia, il vincitore dell’anno scorso, ha impresso una gran velocità alla serata. Alle dieci meno un quarto la cinquina è stata proclamata tra baci, abbracci e qualche faccia scura. Com’è più bella vuota casa Bellonci.

martedì 14 giugno 2016

da Todi a Managua

finita la scuola, il figlio ha davanti a sé tre mesi di puro ozio. Non so se esista niente di peggio dell'ozio della Roma bene. Oggi, insieme a tre amici, è partito alla volta di Todi dove il figlio di un famoso regista ha una villa con piscina. A portare lì i quattro ragazzi a svagarsi è stato il cameriere filippino, che domani li riporta in città. Urge il Nicaragua. Il cugino che ci aspetta lì è pronto con il suo piano di rieducazione, le ciabatte sdrucite, la maglietta slabbrata; altro che mocassini e camicia di lino. Tommaso arriviamo!!!

Works


bellissima idea quella di raccontare se stesso e il proprio paese attraverso la chiave del lavoro: chi poteva farlo se non uno come Vitaliano Trevisan che dai quindici ai cinquant’anni di lavori ne ha cambiati a bizzeffe, partendo da operaio in una fabbrica di gabbie per uccelli e finendo come portiere di notte (ma nel suo curriculum non mancano i ruoli di magazziniere, manovale, disegnatore di cucine, cameriere, gelataio, geometra condonatore, lattoniere, mobilitato, spacciatore di acidi, ladro di giacche, disegnatore tecnico, garzone di orefice, caposquadra per la manutenzione degli spazi verdi…). In realtà sin dall’inizio Trevisan sa cosa vuole fare nella vita e cioè lo scrittore, ma prima di arrivare a pubblicare un libro, e soprattutto a guadagnare con la scrittura, i passi da compiere sono molti. Molto efficace l’inizio del libro con il ragazzino stufo di essere “coglionato” dagli amici perché gira con la bicicletta della sorella senza canna e il padre che lo porta d’estate in fabbrica a guadagnarsi i soldi: Trevisan racconta il proprio ingresso nel mondo del lavoro come la discesa in un inferno che racchiude la gran massa delle persone, e ne fa emergere, salvo poche eccezioni, gli istinti peggiori. Il mio entusiasmo nei confronti di Works, man mano che procedevo nelle 651 pagine dell’edizione Einaudi, si affievoliva. Il problema per me è Trevisan stesso, la sua incontenibile rabbia verso il mondo. Va bene arrabbiarsi con il produttore cinematografico con villa a Capalbio, casa vista Colosseo, costosissimi figli, che si lamenta che non ci sono soldi; va bene prendersela con l’architetto snob che prima ti tiene in considerazione e poi si stufa di te; va bene indignarsi per i dipendenti comunali che fanno il doppio e il triplo lavoro; va bene disprezzare il regista incompetente che si prende tutti i meriti, ma quando nell’elenco dei cattivi compaiono l’amico d’infanzia, la propria madre, la propria sorella, l’ex moglie, qualche domanda l’autore dovrebbe farsela. Una narrativa che trasuda odio (anche nei confronti di se stesso) non riesce ad arrivare dove vorrebbe.

sabato 11 giugno 2016

voglia di fare la figlia

se la figlia non avesse accolto con slancio l'invito a venire con noi al mare, saremmo rimasti a Roma e mi sarei persa un lungo bagno fino alla boa. Immersa nei suoi astrusi esami di economia, la figlia riscopre il piacere di essere accudita, nutrita, di scambiare due chiacchiere con i genitori. Stamattina in macchina ha parlato senza sosta di professori, di amiche, del viaggio in Grecia che si sta organizzando, della Londra che l'aspetta ad agosto... Nella pausa pranzo ha giocato a ping pong con il padre, ora ha ripreso a ripetere ad alta voce. Io sono  sgaiattolata in spiaggia con il mio volumone. Che pace. Non ho mai sentito tanto vicini i miei figli, anche l'altro che è rimasto a casa e tra non molto mi porta in vacanza con sé.