mercoledì 22 giugno 2016

con Vitaliano Trevisan

ogni tanto mi fisso su uno scrittore e affronto l'intervista con lui con una certa agitazione. Avevo deciso che Trevisan sarebbe stato un osso duro, che mi avrebbe trattato come una sporca borghese e mi avrebbe messo in difficoltà. Il suo libro, che avevo giudicato con troppa severità, mi è cresciuto dentro, ho continuato a pensarci anche a distanza di tempo e quindi più della paura ha potuto l'interesse nei suoi confronti. Con Carlo abbiamo allestito un set tristanzuolo nella sala colazione dell'hotel Principessa Isabella di via Sardegna, facendo sparire il più possibile tazze e piattini, e poi ho chiesto alla reception di mandarcelo giù. Si è presentato bianco in faccia come la sua camicia e ha subito messo le mani avanti, non sono bravo a parlare. Aveva un leggero tremito e un'aria smarrita, mi ha dato delle risposte molto brevi, alcune precise e dolenti, altre estremamente vaghe. Gli ho chiesto se aveva voglia di leggerci qualcosa e lui, rianimato, ha voluto aprire a caso il suo volume, dicendo che se un libro vale vale tutto. Il brano che ha letto era un elogio degli psicofarmaci e delle case farmaceutiche che li producono, consentendo a persone come lui di restare in vita. Finita l'intervista mi è parso sollevato, mi ha detto di aver recitato in un film di Cappai, Senza lasciare traccia, abbiamo sparlato un po' di case editrici e di libri. L'ho fatto ridere quando gli ho detto che il suo protagonista ha tanti problemi, ma non ha il problema che hanno quasi tutti gli scrittori italiani, cioè non è ossessionato dal sesso e dal corpo delle donne. Un Trevisan mite e fascinoso, tutto diverso dall'immagine che mi ero fatta.

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