domenica 19 giugno 2016

La donna che scriveva racconti


sono così straordinari i racconti di Lucia Berlin che ogni tanto senti il bisogno di posare il libro, di farti un giro, di schiarirti la mente prima di poterci tornare.  È un’umanità dolente quella rappresentata dalla scrittrice americana in La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri): alcolisti, immigrate messicane che non sanno una parola d’inglese, donne delle pulizie cleptomani, indiani alla deriva, infermiere di pronto soccorso che nulla può più sorprendere, minorenni costrette all’aborto, bambini picchiati dai genitori. A colpire in questo libro non sono i temi trattati, ma lo sguardo di chi narra; Berlin non pone alcuna distanza tra sé e i suoi personaggi: è una di loro, si sente che la materia del suo narrare è la sua stessa esperienza, ritagliata, rielaborata, posta di fronte ai lettori senza pietismi né compiacimenti; le cose stanno così, sarebbe meglio che andassero in un altro modo, ma questo è quanto, e possiamo solo prenderne atto e cercare di andare avanti meglio che possiamo. La biografia dell’autrice riemerge qua e là: si racconta di una bambina più alta delle altre, costretta a portare il busto per la scoliosi; dell’amore per la scuola e i libri frustrato dai continui traslochi; di una madre alcolizzata e della gelosia per la sorella minore che si tramuta in un legame fortissimo quanto questa, adulta, si ammala di cancro; di un nonno dentista, violento e imprevedibile; di mariti che escono dalla scena e di quattro figli; della voglia di bere e del senso di colpa verso i propri bambini; della ricca società cilena che non vuole saperne di chi muore di fame; dei diseredati che litigano per il sapone di fronte alle lavatrici a gettone. Per cercare di rendere la specificità di Lucia Berlin bastano due racconti che non hanno nulla di particolarmente drammatico (lontani dalla disperazione del bellissimo “Mijito” in cui una diciassettenne messicana finisce per uccidere il figlio che non smette di piangere): “Toda Luna, todo año” e “Amici”. Nel primo compare un’insegnante di spagnolo rimasta vedova che va in vacanza in Messico: si aggrega per caso a un gruppo di subacquei del posto, decide di immergersi insieme al vecchio istruttore César, finisce a letto con lui, al momento di partire lui le chiede dei soldi per estinguere un debito, lei glieli dà. Il racconto di un ritorno alla vita ma senza alcun romanticismo, senza abbellimenti. Allo stesso mondo in “Amici” Loretta fa amicizia con un ingegnere ottantenne e sua moglie, si prende cura di loro quando hanno problemi di salute, va a pranzo da loro, li porta in giro; un giorno sente che stanno parlando di lei, la chiamano poverina e si compiacciono della compagnia che le fanno. Su Lucia Berlin ha scritto un bellissimo articolo Elizabeth Geoghegan (Paris Review, Smoking with Lucia: “i movimenti della sua narrativa mimano la natura erratica di una conversazione privata e anche quella della sua vita vagabonda”). Giovedì prossimo incontro Geoghegan per parlare di Berlin. Come farei senza Rai letteratura.

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