domenica 26 giugno 2016

Sanctuary Line


colpisce in Sanctuary Line della scrittrice canadese Jane Urquhart (traduzione di Nicola Manuppelli, Nutrimenti) la costruzione della trama; leggere questo libro è come entrare in un luogo semibuio e vederlo illuminarsi poco a poco, in modo apparentemente casuale: solo alla fine si ha una visione d’insieme e ogni cosa risulta al suo posto. All’inizio sappiamo solo che Liz, l’io narrante, si occupa di farfalle, è tornata a vivere nella fattoria dello zio in cui passava le estati da ragazza, ha una madre in casa di riposo, ha assistito al funerale della cugina Mandy morta in Afghanistan, e il suo racconto è rivolto a un tu che resta misterioso. Siamo nell’Ontario del Sud, in uno scenario di totale desolazione e la protagonista, mentre rievoca il passato splendore della fattoria e dei suoi alberi da frutto, e osserva le migrazioni delle sue farfalle, semina indizi sulla catastrofe che si è abbattuta sulla sua famiglia. A dominare la narrazione è il personaggio dello zio Stanley, un uomo vulcanico, sempre pronto a intraprendere nuove attività e a stregare gli altri con le sue storie (bellissime e tragicissime quelle sugli avi che facevano guardiani di fari). Sappiamo che lo zio a un certo punto è sparito nel nulla, che sua moglie si è lasciata andare, che la figlia amante della poesia è finita nell’esercito, ma per capire cosa è successo, dobbiamo aspettare che il racconto di Liz si dipani, coinvolgendo la figura di Teo, un suo coetaneo che veniva dal Messico con la madre a raccogliere i frutti nella fattoria. Urquhart rievoca come meglio non si potrebbe la magia vissuta da una banda di ragazzi che si ritrovano ogni estate in campagna e la fine traumatica di tutto causata dall’irresponsabilità degli adulti. Una prosa raffinata e magnetica che trascina con sé il lettore, facendogli sentire come sia possibile fare tanto male alle persone a cui si vuole più bene.

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