mercoledì 8 giugno 2016

Via dalla pazza folla

quando diversi anni fa ho scoperto Thomas Hardy, le sue storie di amori, tradimenti, fallimenti ho divorato tutti i suoi romanzi. Non sono una rilettrice, il gusto di scoprire come va a finire una storia per me predomina su quello di gustare una prosa raffinata, di scoprire nuovi aspetti di un libro, di vederlo sotto un’altra luce. Riprendere in mano Via dalla pazza folla nella traduzione di Sara Antonelli e con la sua introduzione (edizione Bur) però mi è piaciuto molto. Non si può non palpitare per Bathsheba, giovane, bella, indipendente, che respinge due uomini che farebbero qualunque cosa per lei e finisce dritta dritta nelle grinfie di un fatuo sergente di cavalleria, neppure troppo invaghito. Il Wessex, lo scenario campagnolo in cui è ambientata la vicenda, è parte integrante del racconto: i personaggi rivelano il loro carattere nei momenti in cui la natura infierisce contro di loro (Bathsheba ha sposato da poco Troy e lui organizza una festa con sbronza; scoppia un terribile temporale; l’unico a occuparsi di coprire il raccolto è Gabriel, il pastore, per amore nei confronti della padrona; l’altro pretendente Boldwood è così disperato per essere stato respinto che non pensa neppure al proprio grano). Nella prefazione Antonelli fa un parallelo tra Bathsheba e Isabel di Ritratto di signora di Henry James: sia l’eroina campestre che la raffinata americana soggiacciono al fascino di bellimbusti crudeli e pur essendo due donne di grande intelligenza e forza di volontà non riescono a distinguere l’adulazione dalla devozione. Peccato che James sottovalutasse Hardy e si permettesse di chiamarlo “il piccolo Thomas Hardy”: chiunque legga Via dalla pazza folla trova un grande scrittore.

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