martedì 14 giugno 2016

Works


bellissima idea quella di raccontare se stesso e il proprio paese attraverso la chiave del lavoro: chi poteva farlo se non uno come Vitaliano Trevisan che dai quindici ai cinquant’anni di lavori ne ha cambiati a bizzeffe, partendo da operaio in una fabbrica di gabbie per uccelli e finendo come portiere di notte (ma nel suo curriculum non mancano i ruoli di magazziniere, manovale, disegnatore di cucine, cameriere, gelataio, geometra condonatore, lattoniere, mobilitato, spacciatore di acidi, ladro di giacche, disegnatore tecnico, garzone di orefice, caposquadra per la manutenzione degli spazi verdi…). In realtà sin dall’inizio Trevisan sa cosa vuole fare nella vita e cioè lo scrittore, ma prima di arrivare a pubblicare un libro, e soprattutto a guadagnare con la scrittura, i passi da compiere sono molti. Molto efficace l’inizio del libro con il ragazzino stufo di essere “coglionato” dagli amici perché gira con la bicicletta della sorella senza canna e il padre che lo porta d’estate in fabbrica a guadagnarsi i soldi: Trevisan racconta il proprio ingresso nel mondo del lavoro come la discesa in un inferno che racchiude la gran massa delle persone, e ne fa emergere, salvo poche eccezioni, gli istinti peggiori. Il mio entusiasmo nei confronti di Works, man mano che procedevo nelle 651 pagine dell’edizione Einaudi, si affievoliva. Il problema per me è Trevisan stesso, la sua incontenibile rabbia verso il mondo. Va bene arrabbiarsi con il produttore cinematografico con villa a Capalbio, casa vista Colosseo, costosissimi figli, che si lamenta che non ci sono soldi; va bene prendersela con l’architetto snob che prima ti tiene in considerazione e poi si stufa di te; va bene indignarsi per i dipendenti comunali che fanno il doppio e il triplo lavoro; va bene disprezzare il regista incompetente che si prende tutti i meriti, ma quando nell’elenco dei cattivi compaiono l’amico d’infanzia, la propria madre, la propria sorella, l’ex moglie, qualche domanda l’autore dovrebbe farsela. Una narrativa che trasuda odio (anche nei confronti di se stesso) non riesce ad arrivare dove vorrebbe.

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