domenica 31 luglio 2016

chi influenza chi

uno dei motivi per cui mi faceva piacere che mio figlio raggiungesse in Centro America l'avventuroso cugino svizzero era l'idea che questo avrebbe esercitato una buona influenza su di lui, gli avrebbe tolto le sue manie da viziatello di Roma nord. I ragazzi hanno passato insieme un mese: il risultato è che Tommaso sembra essersi uniformato al modo di parlare, di ragionare e addirittura di vestirsi di mio figlio. Ora sono in due a conciarsi da fighetti, a dare risposte strafottenti, a pensare che tutto sia loro dovuto. E io che sognavo la svolta hippie.

la casa piena

oscilli tra la felicità di vederteli di nuovo intorno - la figlia, il figlio, i loro amici - e la voglia di fuga: la loro fame è senza misura, seminano disordine, non muovono un dito. Va bene così: prepari panini per pranzo, pianifichi la cena per la festa del nonno, lasci il frigo pieno, e stasera alle dieci scappi via, domani tranquilla al lavoro. Dopo ferragosto, quando sarai qui al mare in vacanza, gli amati pargoli saranno altrove.

venerdì 29 luglio 2016

nella casa violata

i ladri d'estate a casa di mio padre sono una tradizione, come l'albero decorato a Natale. Oggi è toccato a me uscire di corsa dal lavoro, aspettare il fabbro, cercare di rimettere a posto i cassetti. Lui è al mare e non era il caso che tornasse a Roma con questa calura. Ivonne, che era passata stamattina a spolverare, quando è tornsta alle undici a chiudere le finestre, dopo aver pulito l'appartamento di sotto, ha trovato le serrature divelte. Ha chiamato papà che nuotava beato tra le boe con Virginia, e poi ha chiamato me, insieme alla signora del piano di sopra. Ora sono qui che aspetto il ritorno del fabbro, che è andato a prendere i blocchetti con le chiavi. Mancano delle forchette d'argento; cercavano la cassaforte che in questa casa non c'è mai stata. Pregustavo un pomeriggio tranquillo alle prese con una delle letture mantovane; sto piantonando da ore il luogo del furto tra zanzare e cicale con la porta che non si chiude. Arriverà prima o poi il fabbro sudato, riavrò la mia libertà.

giovedì 28 luglio 2016

solo a Roma

tutto pronto per la cena (alla fine Stefano si propone di aiutarmi, mi aspetta alle sei a Cola di Renzo, facciamo insieme la spesa, compriamo il gelato, cuciniamo), arrivano gli invitati, aspettiamo gli ultimi per calare la pasta. In ritardo c'è Cinzia con i suoi due figli; non ci facciamo caso, non è mai stata il massimo della puntualità. Telefona con una voce angosciata, mi parla di un autista Atac che le impedisce di parcheggiare, dice che ha chiamato i vigili e ora deve aspettarli. Mando giù Stefano e aspettiamo ancora un bel po'. Arriva Cinzia con Valerio e il bambino ha l'aria stravolta. È successo che lei aveva trovato un posto per la macchina in una strada dietro casa mia. L'autista di un piccolo autobus, quelli che fanno servizio in centro, le ha impedito di fare la manovra, bloccandola con il suo mezzo. Lo spazio per l'autobus era poco più avanti, ma lui voleva farle un dispetto. Invece di andarsene, come avrei fatto io, Cinzia ha insistito, per non cedere a una prepotenza gratuita, e suo figlio Matteo, che ha vent'anni, ed è tosto come la madre, ha chiamato i vigili urbani. Nel frattempo il tizio si è messo a mangiare un panino e non ripartiva con l'autobus dal capolinea per non darla vinta a loro. Valerio, che avvertiva l'atmosfera minacciosa di questo confronto, era sempre più a disagio, finché non ha visto il padre ed è potuto venire da noi. I vigili hanno provato a far ragionare il tizio,  gli hanno chiesto le generalità, poi finalmente l'autobus è ripartito e noi abbiamo potuto mangiare gli spaghetti. C'è voluta tutta la serata e il ritorno di mia figlia euforica verso le dieci e mezza (nel frattempo le era sbollita la rabbia per il mancato passaggio all'aeroporto) per riportare il sorriso sulla faccia di Valerio, che già vedeva sua madre e suo fratello soccombere sotto i colpi dell'aggressivo autista Atac. Solo a Roma.

mercoledì 27 luglio 2016

vieni a prendermi!

per una decina di giorni la figlia non ha fatto che mandare foto e messaggi pieni di entusiasmo: la Grecia di Paros e Santorini l'ha completamente conquistata. Oggi, in coincidenza con il ritorno, era in preda allo sconforto. Dalle otto di mattina mi ha bersagliato di messaggi su whatsapp, ho la febbre, non mi sento, non ce la faccio, vieni a prendermi all'aeroporto, il padre di Paolo non c'è, viene sempre lui. Voglia di vederla ne ho tanta, ma non abbastanza da arrivare fino a Fiumicino (per me impresa eroica, senza contare che domani torna il figlio e dovrei ripeterla). In più da tempo volevamo organizzare una cena con amici, loro potevano solo stasera; in due ore scarse devo fare la spesa per dieci e cucinare. Tornerà come una furia, si chiuderà in camera sua e ci tratterà da genitori infami per i prossimi giorni. Le gioie della maternità non finiscono mai.

martedì 26 luglio 2016

lo speedo per papà

il 31 luglio mio padre compie ottantasette anni. Ieri ho chiamato Virginia per chiederle cosa potevo regalargli, per evitare di presentarmi la sera della festa con l'ennesima camicia o maglietta. Seguendo le sue indicazioni ho comprato un bermuda e un costume da piscina, di quelli che ormai si mettono solo i vecchi signori. Nel negozio di sport a Campo Marzio ho detto al commesso, lo sa quanti anni ha mio padre a cui è rivolto questo mio acquisto? Mentre lo dicevo mi sono resa conto di quanto sono fortunata ad avere ancora un padre, e un padre che nuota, cammina, chiacchiera, mangia come un lupo, adora la vita. Ci voleva uno speedo blu per farmi sentire una privilegiata.

lunedì 25 luglio 2016

Santa Mazie

morta nel 1964, Mazie-Phillips-Gordon era molto nota a New York per il suo attivismo nei confronti dei barboni (che le era valso l’appellativo di Santa Mazie, titolo del libro di Jami Attenberg a lei dedicato). Una santa particolare, lontana da ogni stereotipo: affascinata dal personaggio, Attenberg decide di ricostruirne la vita, ripercorrendone i luoghi e poi inventando un’autobiografia inedita e un diario, alternati a finte interviste a chi l’aveva conosciuta o ne aveva sentito parlare (il vicino di casa, il figlio del suo amante, la bisnipote del’amministratore del cinema in cui lavorava..). Mazie bambina a New York a casa della sorella Rosie e di suo marito Louis (i pessimi genitori l’avevano ceduta volentieri insieme all’altra sorella Jeanie pur di non doversi occupare di loro); Mazie ragazza libera e spensierata, capelli tinti di biondo, vestiti vistosi, alcol e uomini; Mazie alla cassa del Venice Theather, nel gabbiotto in cui passava anche tredici ore di seguito a staccare biglietti e fare i conti, circondata da cartoline di luoghi in cui non sarebbe mai andata; Mazie tra le braccia di Benjamin, il capitano che l’amava e ripartiva e l’aveva anche messa incinta senza saperlo; Mazie e sorella Tee, una suorina che aveva come lei a cuore i derelitti; Mazie e il dolore della sorella Rosie, rimasta vedova all’improvviso; e infine Mazie e le vittime della Grande Depressione, i barboni che riforniva di whisky e sapone, quando non chiamava l’ambulanza per salvar loro la vita. Il ritratto di una donna unica nel suo genere e insieme di una città costruita sul mito del successo e spietata nei confronti dei perdenti. Un libro animato da una passione contagiosa: la Mazie di Attenberg vorresti proprio conoscerla. Tradotto da Paola Buscaglione Candela per Giuntina. 

aggiornamenti sulla crisi coniugale

i più fedeli tra i miei tre lettori si staranno chiedendo, si vabbe' il viaggio a Ustica, i bagni, le passeggiate, ma che ne è della crisi coniugale per cui sei andata fino in Nicaragua? Ieri mattina, dopo che mi ero tuffata dalla barca, allontanandomi dentro una grotta, il marito ha detto, ok andiamo via di corsa. Il signore palermitano che era a bordo si è molto preoccupato, l'ha preso sul serio, ha pensato, ecco uno che vuole liberarsi della moglie. Il marinaio, molto più scafato, ha risposto, quella nuota bene, si salva e poi ci vado di mezzo io, non mi muovo da qui (entrambi, il signore palermitano e il marinaio mi hanno riferito la battuta e i loro commenti). L'aneddoto scemo per esemplificare la questione: colpito da periodici attacchi di crisi di mezza età, il marito a tratti non mi vede come la sua compagna di viaggio e di vita, quella con cui ne ha attraversate tante e con cui ama passare il suo tempo libero, ma come la moglie stagionata, una palla al piede, un ostacolo alla libertà. Un altro esempio. In questi giorni abbiamo pianificato tappa dopo tappa il nostro viaggio di agosto. Partiamo il 7 in macchina verso i Paesi Baschi attraversando i Pirenei; siccome siamo in alta stagione abbiamo dovuto prenotare ogni albergo per non perdere tempo a cercare posti in cui dormire. E' stato divertente scegliere i posti e ragionare sulle loro attrattive. Eravamo arrivati a Bilbao, meta finale del nostro percorso, e non riuscivamo a metterci d'accordo sul ritorno. Ho detto, e se io prendessi l'aereo e tornassi, e tu avessi dal 17 agosto tutto il tempo per girovagare in macchina come dicevi di aver sempre desiderato? Non avevo finito di dirlo che mi ha prenotato un volo Bilbao-Roma. Una soluzione che mi risparmia un sacco di chilometri, portandomi in una giornata dal nord della Spagna a Sperlonga (con mezzi in cui posso leggere a differenza della macchina). Quanto a lui: lo solleva il pensiero di un pezzo di estate tutto per sé? Se lo prenda. Con i maschi in crisi non si ragiona, che abbiano diciotto o cinquantadue anni. Passerà, e se non passa ce ne faremo una ragione.

domenica 24 luglio 2016

sull'aliscafo

cominciavamo a pensare che Ustica fosse sempre soleggiata e con il mare piatto; stamattina invece il cielo era coperto. Al porto, alle otto e mezza, ci aspettava Giuseppe, il ragazzo che ieri ci aveva affittato il motorino scassato con cui fare il giro dell'isola. Ci aveva detto che ci avrebbe portato a vedere le grotte e che sul gommone con noi ci sarebbero state altre sette persone. La sorpresa è stata che si trattava di un gruppo di famiglia siciliano, con tanto di nonna, tutti vestiti, e nessuno, neppure i ragazzi, capace di nuotare. Il primo tratto di mare era parecchio agitato e i nostri compagni di viaggio, invece di spaventarsi, godevano degli schizzi e delle onde, commentandoli con risolini e urletti. Quando poi Giuseppe mi ha invitato a tuffarmi è stata un'apoteosi. Mi sono sentita Federica Pellegrini: ai loro occhi ero la più grande nuotatrice di tutti i tempi. Il marito felice di chiacchierare con Giuseppe, che gli illustrava le bellezze di Ustica e voleva sapere delle sue immersioni. Ne abbiamo viste di isole, ma una così accogliente dal punto di vista umano ci mancava. L'aliscafo si stacca dalla banchina. Ci tornerò, prima o poi.

sabato 23 luglio 2016

Il tuo posto è qui

quello tra Daniel e Claudette è un amore avventuroso e ricco di insidie: all'inizio la squilibrata della coppia sembra lei (ex attrice premio Oscar, sceneggiatrice e regista che di punto in bianco ha fatto perdere le proprie tracce, e si è rifugiata in un posto sperduto in Irlanda con il figlio piccolo), poi si scopre che lui, insegnante di linguistica con la passione per l'evoluzione delle lingue, ha un buco nero nel proprio passato, la morte di una fidanzata di cui si è sempre sentito colpevole. Maggie O'Farrell in Il tuo posto è qui (traduzione di Stefania De Franco, Guanda) racconta la storia della famiglia che i due, reduci da unioni disastrose, riescono a mettere insieme; della terribile crisi che attraversano; dei vari destini dei loro figli. Più ne sappiamo su Daniel e Claudette più ne vogliamo sapere; la scrittura di O'Farrell che si sviluppa per quadri giustapposti, saltando avanti e indietro nel tempo e fotografando momenti topici, offre visuali diverse sui personaggi e crea interesse anche verso chi nel libro fa da comparsa. Uno di quei libri da cui fatichi a staccarti.

venerdì 22 luglio 2016

in barca con i siciliani

stamattina sulla barca di Mauro c'era una folla composita, uomini, donne, vecchi, bambini; quasi tutti subacquei, tranne me, i troppo piccoli e i troppo anziani. Ma la cosa più singolare era il clima che si respirava a bordo: una confidenza che si estendeva a chiunque, siciliano e non; sembrava che tutti conoscessero tutti da un sacco di tempo, e ai nuovi bastava dire il proprio nome per venir assimilati al gruppo (solo noi due scontrosetti eravamo l'eccezione alla regola; io l'unica a tuffarmi ogni tanto nella lettura). Si è parlato a lungo sul ponte di ricette di cucina; mentre mangiavamo la pasta con le melanzane cucinata lì per lì il tema era il parto in casa perché una tipa incinta aveva piacere che tutti commentassero le sue intenzioni; ad ogni fermata e cambio di equipaggio erano baci e promesse di restare in contatto. Tre bagni uno più bello dell'altro, mentre il marito era occupato con le immersioni e ne usciva ogni volta più provato (se pur felice dei pesci visti). Verso le sei, a gita conclusa, siamo scesi a terra e, lasciato il marito sul letto a riprendersi, mi sono incamminata sul sentiero verso il faro. Una meraviglia: tutto lungo costa, ombreggiato da pini profumati. Nella mia lunga passeggiata non ho incontrato nessuno. Non saprei dire se Ustica sia meglio da terra o da mare.

giovedì 21 luglio 2016

l'arrivo a Ustica

il volo per Palermo ha fatto un'ora di ritardo; ci avevano fatti salire sull'autobus per l'aereo, poi ci hanno fatti scendere perché mancava l'aria condizionata a bordo. Un tizio si è messo a inveire contro la hostess, che, poverina, era già nervosa di suo perché la nuova divisa Alitalia verde di lanetta con calze bordò d'estate è punitiva (l'avevo sentita lamentarsi in bagno con un'addetta alle pulizie). A Palermo ci aspettava Bartolo e qui mi si è aperto un mondo: il marito non mi racconta niente e non mi aveva descritto questo tassista che conosceva dai tempi in cui veniva per lavoro in questa città. Bartolo non è stato zitto un minuto, ci ha aggiornato sui suoi problemi di schiena e sulla michioneria dei medici palermitani che non avevano capito la gravità della sua situazione (a salvarlo sono stati i messinesi), ma soprattutto, correndo come un pazzo,  ha fatto il miracolo di farci prendere l'aliscafo che, puntualissimo all'una, si è staccato dal porto. Ustica è bella! La nostra stanza affaccia sul porto (molto piccolo con tanti gommoni e due tre barche a vela); il tassista Pippo, qui un'istituzione, ci ha portato al faro, dove abbiamo fatto un bagno nell'acqua trasparente e ci siamo rotti i piedi sugli scogli neri. Ci hanno promesso grotte, pesci, passeggiate: basteranno tre giorni? Al momento muoio di sonno.

mercoledì 20 luglio 2016

lo schermo, la barba

il mio amico Francesco ogni tanto diventa ossessivo: si mette in testa una cosa e finché non la ottiene, non si dà pace. Voleva che intervistassi uno scrittore a cui è molto legato: mi ha fatto leggere il libro, ha fatto venire lui da Lodi, ha organizzato l'appuntamento in modo che portassi lui e lo scrittore in macchina a casa mia. Sin dal garage Francesco si è messo a magnificare le bellezze del palazzo, delle scale, dell'appartamento. Lo scrittore assentiva, cercando di concentrarsi sulle domande. Finita l'intervista, siamo rimasti un po' a chiacchierare. Francesco era entusiasta. Uscendo, mi ha rivelato il suo sogno: vedere un giorno una partita dell'Atalanta sul grande schermo che c'è nel mio salotto e farsi la barba nel bagno di mio marito, che considera il non plus ultra dei bagni. Forse dovrei preoccuparmi.

venticinque

i venticinque anni di matrimonio dei miei genitori li abbiamo festeggiati in Egitto, padre, madre, noi tre figlie. Altri tempi, altre certezze: una famigliola che si muoveva spensierata e compatta tra la crociera sul Nilo, Il Cairo, Abu Simbel. I miei genitori, due rocce. Litigavano, anche aspramente; il loro futuro comune non era mai in forse. Oggi, i nostri venticinque. Prendiamo, domani mattina il volo per Palermo e poi l'aliscafo per Ustica; una figlia in Grecia, un figlio in Costa Rica. Ancora insieme noi due, più sassi che rocce.

martedì 19 luglio 2016

lunedì 18 luglio 2016

tenere i contatti

la figlia è partita stamattina alle cinque per Atene. Con lei c'era il fidanzato e un'altra coppia; l'amico si è accorto al momento del check in di avere il documento scaduto ed è rimasto a Roma per rinnovare la carta d'identità; li raggiungerà domani. L'aereo ha fatto ritardo ma sono riusciti lo stesso a prendere il traghetto per le isole. Seguire la figlia passo passo nei suoi spostamenti è facile, si fa viva spesso. Diverso il discorso per il figlio, tutto teso ad affermare la sua autonomia. Non fossi stata in Nicaragua penserei a una difficoltà di connettersi a internet, ma quando ero lì lui e il cugino erano sempre in chat. Ora mi devo accontentare di risposte monosillabiche (state bene? sì). Ieri volevo sentire la sua voce: ha risposto e poi ha messo giù perché stava cucinando in ostello (?). Per fortuna Tommaso qualcosa in più la dice, ha letto il libro di Ammaniti che gli avevo portato, voleva che glielo commentassi. Tra i due ragazzi c'è meno di un anno di differenza d'età e un abisso in termini di loquacità.

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati

Michele è un cronista alla caccia di eventi luttuosi (“ogni cattiva notizia è una buona notizia per me”); Didi è una prostituta slovacca con bambino; Giorgia ha una malattia per cui non si ricorda le facce; Mauro trucca i cadaveri; Barbara viene pagata per piangere a pagamento ai funerali; Marta ha perso il figlio in motorino e ci dialoga lasciandogli biglietti sul luogo dell’incidente: al centro del romanzo di Davide Bacchilega c’è una Romagna fredda, piovosa e cattiva in cui i destini di vari personaggi s’intrecciano e questi prendono a turno la parola per dare la propria versione dei fatti. Con un ritmo avvolgente, e la giusta dose di humour  e cinismo, Bacchilega racconta la morte nell’epoca della curiosità mediatica. Pubblicato dalle meritorie edizioni Las Vegas.  

domenica 17 luglio 2016

Premiata Ditta Sorelle Ficcanti


Andrea Vitali mi mancava. Il suo Premiata ditta sorelle Ficcadenti (Rizzoli) è un gradevole ritratto della provincia italiana nella prima metà del secolo scorso. È animato da una serie di personaggi molto riconoscibili: la madre in pena, il figliolo farlocco, la bellona misteriosa, la zitella brutta, la perpetua impicciona, il parroco che si barcamena, il notaio infingardo, i bottegai gelosi, l’aspirante poeta… Sullo sfondo, ma molto sullo sfondo, la prima Guerra mondiale perché le battaglie che si compiono in questo libro sono per lo più battaglie di parola, lotta all’ultimo pettegolezzo. Capitoli brevi, colpi di scena a ripetizione, flash back. Realistico, vivace, con la giusta punta di amarezza.

sabato 16 luglio 2016

ad Ankara, ieri

che il mondo sia divenuto una polveriera, che non ci sia più distinzione tra luoghi in cui viaggiare sicuri e luoghi da evitare è ormai purtroppo un fatto evidente. Salire ora in macchina con l'intento di percorrere la via della seta, far tappa a Istanbul e poi ad Ankara appare però, alla luce degli eventi di ieri, particolarmente sconsiderato. Il motivo per cui mia sorella abbia scelto con il marito e la figlia maggiore proprio questo momento per dirigersi verso il Kazachistan mi sfugge. So che ad Ankara sorvolata da aerei a bassa quota si sono presi un grosso spavento; hanno passato la notte collegati a internet per capire cosa stesse accadendo. Stamattina sono riusciti ad andarsene dopo colazione, mantenendo invariato il programma. Maddalena ha aperto un blog che si chiama Sì, viaggiare. Poteva aggiungere, a tutti i costi.

giovedì 14 luglio 2016

Un mercoledì di maggio

entrare la sera di un infuocato luglio romano in un cinema in cui si è rotta l’aria condizionata per vedere un film iraniano sulla sofferenza e sull’impossibilità da parte di un uomo singolo di porvi rimedio è quello che abbiamo fatto ieri io e Antonella (insieme a uno sparuto gruppo di altre persone). Il film di Vahid Jalilvand ha ripagato il nostro sforzo offrendoci due intensi ritratti di donne che lottano per i propri compagni. Un mercoledì di maggio comincia con Leila, che dopo una giornata passata in fabbrica a lavare polli, va con la sua bambina nel luogo in cui un anonimo ha convocato i bisognosi di Teheran, dicendosi pronto a donare diecimila dollari al più disperato di loro. Il marito di Leila è semiparalizzato da un’emorragia cerebrale, avrebbe bisogno di un’operazione, ma i soldi per affrontarla loro non li hanno proprio.  Setareh invece è una ragazza che si è sposata contro il volere dei suoi zii, che le fanno da tutori: quando il fatto viene alla luce, scoppia una rissa in famiglia, e il suo uomo, per difendersi, spacca il naso al cugino. Viene portato in prigione e per uscirne deve pagare diecimila dollari; Setareh, cacciata di casa, è incinta e non ha nessuno che si prenda cura di lei. Oltre a Leila e Setareh, Jalal, il benefattore iraniano, deve fronteggiare una gran folla e la sua idea di stabilire una gerarchia che gli consenta di scegliere il più meritevole s’infrange contro la marea di dolore che gli si alza intorno. È di nuovo una donna, la moglie di Jalal a tentare di riportare l’uomo con i piedi per terra: non è illudendo i derelitti che supererà il dolore per non aver potuto curare il figlio quando non aveva i soldi per farlo. Uno spaccato sociale di grande impatto e insieme un inno alla forza delle donne e alla loro concretezza. 

mercoledì 13 luglio 2016

perché lo faccio

sull'isola apro la posta rai e vedo una mail dell'Einaudi che mi propone un'intervista a Helen Macdonald. Accetto, mi compro il libro sul kindle e lo leggo. A riunione ieri sollevo l'argomento ma non ci sono risorse, i videomaker sono impegnati altrove. Quindi oggi mi carico la mia telecamerina e il cavalletto e sotto il sole delle undici vado da casa mia a piazza del Popolo (una ventina di minuti a piedi). Costo per la rai di questa intervista: zero. Ne valeva la pena? Sì e ancora sì. Lei, fantastica. I cinque minuti in cui ha parlato del suo libro seguendo la mia traccia me li sono goduti tutti. Ora non mi resta che tradurre l'intervista. Non mi sento molto supportata ma finché ce la faccio mi supporto da me.

lunedì 11 luglio 2016

i benefici della distanza

dal Nicaragua ho interrotto le comunicazioni con il marito; ero arrabbiata con lui che mi aveva spedito via con tanto entusiasmo. All'inizio il silenzio mi pesava, poi ci ho preso gusto e quando lui ha cominciato a mandarmi messaggi non mi è passato per la testa di rispondergli. Ho pensato tanto a noi, al suo nervosismo, ai miei tentativi di non farci caso o di risolvere la situazione, e ho deciso di smetterla di subire le conseguenze della sua crisi esistenziale. Non volevo che venisse a prendermi ieri a Fiumicino; invece era lì, felice come una pasqua di vedermi e di riportarmi a casa. Certo il frigo era vuoto, più di un litro di latte non era riuscito a comprare... Non so come andrà a finire, magari tra due giorni riprende a scalpitare. So solo che se ci tiene a me non può permettersi di trattarmi male.

Uomini nudi

la prima parte di Uomini nudi, il romanzo di Alicia Giménez-Bartlett pubblicato da Sellerio nella traduzione di Maria Nicola, funziona a perfezione, affrontando con taglio originale e provocatorio il tema della crisi economica e dei tentativi individuali di fronteggiarla. La scrittrice spagnola intreccia alla voce di Irene, lasciata dal marito dopo quindici anni di matrimonio, quella di Javier, giovane insegnante, che si deprime per la perdita del lavoro, quella dello spogliarellista Iván, e quella di Genoveva, una cinquantenne godereccia. Ognuna delle quattro voci, che si succedono senza neppure una spaziatura grafica, ha un suo timbro molto riconoscibile (divertente soprattutto il rozzo Iván che oscilla tra altruismo e spacconeria). Esaurita la trovata del prof che diventa spogliarellista per necessità, il libro si affloscia un po'; finché c'è in scena Sandra, la fidanzata di Javier, sconvolta per la nuova occupazione del suo compagno, la trama regge mentre la relazione tra Javier e Irene mi è parsa un po' artificiosa. Il finale a sorpresa rianima il racconto.

sabato 9 luglio 2016

all'aeroporto di Managua

l'aereo giocattolo (ma un giocattolo molto  molto usato), contrariamente a tutte le previsioni ci ha scodellato, sia pur scossi dal maltempo e dalle evoluzioni del pilota, a Managua in orario. I ragazzi sono scomparsi alla velocità della luce e io sono in attesa del volo per Panama. Le altre due coincidenze sono strettissime, ma se ci saranno ritardi mi troveranno una soluzione; l'importante era arrivare in tempo qui. Mi sono piazzata davanti a un negozio di souvenir; la commessa sta battendo ogni record di durata delle telefonate. Non smette mai di parlare, anche quando qualcuno compra qualcosa. Chissà che ha da dire. Dovrei presentarle Tommaso.

Io e Mabel

"stando con Mabel ho imparato che diventiamo più umani quando scopriamo, anche per mezzo dell'immaginazione, che cosa significa non esserlo." Il libro di Helen Macdonald, Io e Mabel, tradotto da Anna Rusconi per Einaudi è un tuffo in un mondo alieno, quello della falconeria. Uno potrebbe pensare: i falchi? Che me ne importa a me dei falchi, del loro addestramento, della loro cura, dal momento che alla maggior parte di noi capita di vedere un falco di sfuggita da bambino allo zoo. Ma quella che racconta Helen Macdonald nel suo particolarissimo stile erudito (fin troppo: all'inizio ci si sente schiacciare dalla sua competenza in materia e dai lunghi riferimenti bibliografici che concludono i capitoli) è un'esperienza che prima o poi tutti dobbiamo sperimentare: un lutto e le strategie per sopravvivergli. Il padre di Helen, celebre fotografo inglese, da lei amatissimo, muore all'improvviso. Lei si sente devastata e si butta nell'avventura di allevare un astore, un tipo di falco molto grosso e pericoloso. Da bambina Helen ha imparato a osservare gli uccelli con il padre, ha divorato storie di animali: sa tutto sui falchi. In particolare c'è un libro che l'accompagna nella sua impresa: è The Goshawk di T.H.White (l'autore delle storie di Merlino raccontate nella Spada nella roccia), il resoconto di una lotta corpo a corpo tra un intellettuale e l'astore che prova ad addestrare, riversandogli addosso, senza volerlo, tutte le sue frustrazioni. Attenta a non compiere gli errori di White, Helen dedica sé stessa a Mabel, la sua astore, arrivando a sperimentare una forma di simbiosi con lei. È il momento in cui occuparsi dei bisogni del rapace, insegnarle a fidarsi di lei, farla volare, portarla in giro per strada senza che si spaventi diventa una ragione di vita e offre anche un'ottima motivazione per evitare il contatto con i propri simili. Il momento della massima alienazione da sé: ma poi Helen si rende conto che non può essere Mabel, che deve trovare in sé e nel legame con le persone che ama la forza di andare avanti. La seconda parte del libro scorre molto più agevolmente; entriamo nella logica di Helen e ci godiamo la descrizione dei progressi di Mabel e del consolidarsi del loro legame. Ci sono tanti fagiani e pulcini dilaniati in questo libro (l'astore questo fa, caccia) ma ci sono anche momenti domestici in cui si gioca con le palline di carta e ci si gode la conquistata fiducia. Macdonald ci tiene a sfatare il mito della falconeria come arte riversata agli uomini, alla classe nobiliare ed espressione della volontà di potenza (i nazisti avevano fatto degli astori un loro simbolo). C'è un altro modo per amare questi animali ed è questo un modo che può aiutarci a ritrovare la via che credevamo perduta.

il giro dell'isola a piedi

che oggi non avrebbe mai smesso di piovere era evidente sin dall'alba. I ragazzi sono partiti lo stesso per completare il loro pacchetto di immersioni subacquee; io ho aspettato una leggera schiarita per mettermi in cammino con l'obiettivo di completare il giro dell'isola. La strada percorsa varie volte in taxi (qui ne passano in continuazione e la tariffa fissa di un dollaro a persona incoraggia a prenderli) si è rivelata ricca di sorprese. Non avevo mai notato la pensilina dell'autobus con sopra un'aragosta gigante; non mi ero resa conto che le case dei ricchi hanno orribili balaustre decorate con delfini. Verso le dodici ero al diving, giusto in tempo per vedere emergere i due dalla prima immersione della giornata. Ben felici di avere il pranzo garantito, sono saliti tutti zuppi con me in taxi verso Long Bay (eh sì, lo ammetto, non mi sono fatta tutti i sei chilometri del perimetro di Corn Island, almeno due me li sono risparmiata con loro). Sosta piacevole nella baia battuta dal vento. Un ristorantino locale aveva isolato con sassi una specie di piscina nella quale nuotavano diversi squaletti. In piena regressione infantile i due mi hanno chiesto un dollaro per nutrirli e si sono divertiti molto a vederli dimenarsi per accaparrarsi i pescetti. Quelli che abbiamo mangiato noi di pesci, io e il figlio al vapore, Tommaso fritto, non sapevano di niente. Dopo l'ultimo boccone ci siamo salutati, loro hanno ripreso un taxi, io il mio cammino sotto una pioggia leggera. È il momento giusto per separare le nostre strade; hanno fatto fin troppo i bravi ragazzi, tutti sport e a letto alle nove, tre birre in una sera come massima trasgressione. Sono stati di grande compagnia. Io come viaggiatrice solitaria non valgo una cicca: sto bene finché leggo e nuotò, ma la sera ho già voglia di chiacchiere (con Tommi queste non mancano mai). E il figlio? L'ho visto allegro e rilassato. Se la caveranno benissimo insieme.

venerdì 8 luglio 2016

la gente di Corn Island

 il più grande spettacolo di questa isola è la sua gente. Seduta sulla sdraio nel giardinetto dell'hotel sono separata solo da una staccionata bianca dalle persone che a tutte le ore del giorno passano di qui, a piedi, in bicicletta, in moto, in macchina. A tratti sembra di stare in Giamaica: giovanotti nerboruti che si aggirano dondolandosi con lo stereo in mano; a tratti in Africa: i Miskito sono i nativi, sono in genere quelli con la pelle più scura, i più piccoli di statura e i più discriminati; a tratti a New Orleans: creoli dal colore caffellatte. Il barista sulla spiaggia oggi ha accennato alla festa di fine agosto, che celebra la liberazione dalla schiavitù; ne parlava con grande fierezza e ha aggiunto di discendere dagli schiavi, ma di avere, come molti qui, il cognome cinese del nonno. Si è vantato di parlare, oltre al creolo e allo spagnolo, l'inglese per cui era andato a studiare a Leon; ci ha mostrato una cicatrice in testa, ha detto che un brutto incidente in motorino gli ha impedito di continuare gli studi; ha aggiunto che ama suonare e ballare e questo gli fa apprezzare la vita. È un posto che ne ha viste delle belle; ci è approdato Cristoforo Colombo; ci si sono rifugiati i pirati; è stata girata qui un'edizione dell'Isola dei famosi. I turisti vengono tollerati come l'ennesima razza strana approdata su queste spiagge; ogni tanto qualcuno prova a vendere conchiglie giganti, panzerotti fritti, o gite in barca, ma sembra lo faccia più per curiosità e passare il tempo che con animo imprenditoriale; non c'è un negozio di souvenir. Tanto, a tenere lontane le masse di turisti, ci pensa lei, la palude infestata da zanzare che occupa il centro dell'isola. Farsi divorare dagli insetti è il prezzo da pagare per godersi il mare. Una bella bonifica come quella raccontata da Pennacchi nel suo Canale Mussolini?

giovedì 7 luglio 2016

prima di uscire

conversazione mattutina: zi però sul blog esageri, sembra che qui tutto faccia schifo, che tu stia malissimo e non è vero. Questo Tommaso, che è curioso di tutto, ci tiene alla sua reputazione e all'accertamento della verità. Mio figlio, che detesta il fatto che io scriva di me,  risponde, sono tutte cavolate, Tommi non devi leggerlo il blog. E hanno ragione tutti e due: scrivo sull'umore del momento, tendo a dar voce più alle cupezze che all'entusiasmo, mi pare che non ci sia niente di più noioso da mettere in scena che un io soddisfatto, e chi mi frequenta farebbe bene a non leggermi e a non cercare corrispondenze con la realtà.

tra le onde

sui pericoli del viaggio in barca verso la più piccola delle isole Corn ci avevano messi in guardia i padroni dell'hotel. Il mezzo che collega le due isole spesso sospende le corse giornaliere per eccesso di onde. Noi avevamo evitato l'ostacolo, prenotando con i sub, che a bordo della loro spartana imbarcazione con un motore da duecento cavalli, se se la sentono partono, onde o non onde. Stamattina volevo lasciar andare i due ragazzi perché alle sette ero un cencio, ma è bastato che il figlio e Tommaso insistessero un po' per farmi decidere di tentare la sorte. Sulla barca, oltre noi tre, c'erano quattro uomini e la ragazza di uno di loro. Non appena abbiamo lasciato terra si sono alzate onde mega galattiche che ci facevano sbattere in tutte le direzioni. Mi hanno offerto un giubbotto che ho rifiutato e mi hanno detto di guardare lontano per evitare il mal di mare; se lo avessi sofferto nelle condizioni in cui ero sarei morta. Un'ora e mezza di pura sofferenza; allo sbarco ero così felice che mi ero dimenticata la notte passata a vomitare e pensavo solo a come sarebbe stato il ritorno. Ho detto a Tommi, ho imparato che devo stare alla larga da te. Lui ha fatto finta di offendersi; in realtà sta andando tutto bene ma il Nicaragua è un paese tosto e io credo di non esserlo abbastanza. Gli uomini sono andati al largo a fare immersioni e io e la ragazza ci siamo avviate lungo il sentiero che costeggia l'isola, anche se con le gambe molli non ero al mio meglio come camminatrice. Abbiocco sotto un albero, pranzo con i due affamati, bagno: tutto sognando il mio letto. Con il vento a favore rientrare è stato facile e l'agognsto giaciglio mi ha accolto per un'ora. Sono arrivate le aragoste; stasera gli spaghetti cucinati dall'albergatrice che mi ha proposto scherzando anche della mozzarella.

mercoledì 6 luglio 2016

la pizza assassina

era stata una splendida giornata. Finalmente sole. Con i ragazzi ero passata al dive center e loro si erano prenotati un pacchetto di immersioni, a partire dal pomeriggio. Avevamo passato la mattina insieme a goderci una baia dalla spiaggia bianchissima e dal mare azzurro. Dopo pranzo erano andati via e io mi ero ritrovata sola con mare caldo, Kindle, ombrellone e lettino. Forse ho esagerato con il sole; appena avevo caldo mi buttavo e poi tornavo a leggere. Di sera il figlio ci ha chiesto di andare alla pizzeria italiana. Il posto era carino, e il pizzaiolo di Cesena, con forno a legna e moglie russa dalle tette generose, molto accogliente. Il primo boccone della mia margherita, con sopra una mozzarella fatta da lui, mi ha steso, ma avendo addosso gli occhi dell'orgoglioso ristoratore, che ci aveva raggiunto per parlar male dell'Italia e delle sue tasse, sono arrivata quasi fino in fondo a quel piatto. Tornata nella mia stanza è cominciata una notte di vomito e diarrea. Perché ora sono al dive center con i due che s'ingozzano di crêpes e di frutta prima di partire per una gita in barca a Little Corn Island che mi darà il colpo di grazia, lo so solo io.

Numero undici

come l'altro Jonathan (Franzen), Jonathan Coe nel suo ultimo romanzo, Numero undici, Storie che testimoniano la follia (traduzione di Mariagiulia Castagnone, Feltrinelli) esprime tutto il suo disagio per la piega che ha preso il mondo contemporaneo. Protagonista qui come in Purity, una giovane donna che si è appena laureata brillantemente e che annaspa alla ricerca di una strada. Il libro si apre con due episodi legati all'infanzia di Rachel, la protagonista: due vacanze a casa dei nonni a Beverly caratterizzate da momenti di panico. Il primo spavento che prova Rachel è quando suo fratello in una vecchia chiesa finge di aver incontrato un fantasma; il secondo, in compagnia dell'amica Allison, consiste nell'incursione a casa di una strana donna tatuata che si circonda di uccelli. È come se Coe raccontasse con infinita bravura due momenti di ordinario terrore nella vita di una bambina per introdurre il tema che gli sta a cuore: la trasformazione della sua Inghilterra in un paese spaventoso, dominato da pochi ricchi irresponsabili che affamano letteralmente tutti gli altri. Per questa trasformazione Coe ha pure un evento simbolo: l'entrata in guerra contro l'Iraq, grazie alle bugie di Blair sull'arsenale atomico di Saddam Hussein, evento che fa perdere all'Inghilterra la sua innocenza residua e i suoi freni inibitori. Rachel si trova a fare da istitutrice alle gemelle di un miliardario e della sua seconda moglie che definirebbe bizzosa sarebbe poco (non contenta di far volare con aereo privato l'insegnante a Losanna per spiegare due equazioni alle bambine, costringe gli operai a scavare undici piani sotto il suo mega appartamento al centro di Londra per avere più spazio). Non manca in Numero undici un'incursione nel mondo dei reality show, che rappresentano il peggio della tv di oggi. La mamma dell'amica di Rachel, Allison, vi partecipa nella speranza di attirare l'attenzione sulla sua musica e ne esce schiantata dalle violente reazioni del pubblico di fronte alla sua dimessa normalità. Più del finale in cui Coe ricorre a effetti speciali per eliminare i personaggi più detestati, ho trovato bellissimo il secondo racconto, quello che mette a confronto due bambine che si detestano e che grazie a un segreto condiviso diventano migliori amiche. Coe è autore dotato di grande fantasia, ecletticità, forza polemica e humour, ma è nel raccontare i risvolti del quotidiano che giganteggia (vedi la capacità di descrivere il dolore della nonna di Rachel per la malattia che la sta privando del suo compagno di vita).

martedì 5 luglio 2016

un'isola da horror

alla fine a Managua hanno diviso il gruppo dei partenti in due. Io e i ragazzi siamo saliti su un aeroplanino da dodici posti; eravamo seduti dietro ai due piloti, non separati da loro da alcuna barriera. Ridevano e parlavano al cellulare (in volo!). Nessun annuncio, nessuna hostess. Io, terrorizzata, dopo un po' ho preso in mano il mio Kindle. Se dovevo morire, meglio farlo leggendo Jonathan Coe. Volando a bassa quota, senza troppi scossoni, siamo arrivati. Un taxi ci ha portato al nostro hotel, dove ci aspettava l'albergatore italiano di Asti. Lui e la moglie torinese hanno rilevato questa piccola struttura da poco; seduti intorno a un tavolo ci hanno illustrato Big Corn Island. Per prima cosa ci hanno messo in guardia dai furti: a loro dire i bambini creoli adorano i cellulari e non appena vedono una borsa incustodita devono impossessarsene. Poi hanno parlato dei pericoli notturni: ubriachi che si aggirano, locali in cui non mettere piede, ristoranti da cui si esce con la pancia in mano. Le zanzare intanto ci mangiavano incuranti dell'Autan tropical. Per sentirmi rassicurare, ho chiesto se c'era pericolo di malaria; hanno nominato un tipo di zanzara i cui morsi provocano un'istantanea paralisi (ma poi si prende una medicina e passa). Che altro? A Little Corn Island si può andare solo se il mare è piatto perché c'è stata una tragedia: una barca si è rovesciata e sono morti un gruppo di ragazzi. Spesso si va e non si può tornare indietro perché il tempo peggiora. È l'isola delle aragoste, su queste si basa tutta l'economia del posto, ma siamo arrivati in un periodo di pausa di pesca, forse domani o dopodomani riprenderanno, altrimenti aragoste congelate. A cena in un ristorante poco distante da qui i ragazzi  ridevano fino alle lacrime di questo quadro di desolazione. Stanotte ero così stanca che ho fatto un lungo sonno. Ora sono le sei di mattina, c'è stato un forte temporale, sono al buio dentro la zanzariera. Che tentazione quella di restare qui nel mio letto con porta e finestre serrate.

lunedì 4 luglio 2016

paura

per essere sicuri di non perdere l'aereo per le Corn Island abbiamo preso un costosissimo taxi. Alle undici eravamo all'aeroporto di Managua. Alle due e trenta, con una mezz'oretta di ritardo, ci hanno imbarcato su un aereo minuscolo e decrepito. Il tempo di sorvolare Managua, tutti inclinati da un lato, e il comandante ha fatto dire alla hostess che saremmo tornati indietro. Solo questo. Io sono scesa dalla scaletta con le gambe molli. Solo io tengo alla mia pellaccia? I ragazzi hanno ripreso la partita a carte interrotta; c'è chi si beve una birra, chi legge, chi guarda il cellulare. Nessuno che chieda spiegazioni. Il solo pensiero di risalire quel l'aereo mi fa venire i brividi.

Purity

sono orribili le madri in Purity, il romanzo di Jonathan Franzen tradotto (benissimo) da Silvia Pareschi per Einaudi, e insieme alle madri manipolatorie abbondano i giovani ossessionati dalla masturbazione. Detto questo, Purity o lo ami o lo detesti e alla fine io mi sono collocata nella prima categoria. Sarà insopportabilmente sardonico Franzen, sentenziante, polemico verso tutto e tutti (capitalisti e giovani squatter, femministe e ex comunisti, internettiani di ogni tipo), ma il modo con cui intreccia le storie dei suoi personaggi e la qualità dei suoi dialoghi è tale che resti avvinghiata alla sua narrazione e alla fine gli permetti pure  lo sfoggio di antipatia verso il mondo. L'inizio, con la protagonista Pip, che si porta a casa un ragazzo, lo abbandona sul più bello per andare a prendere i preservativi, e si ripresenta da lui dopo più di un'ora, intercettata dai suoi molesti coinquilini, ha una forza cinematografica: il lettore vede svolgersi la scena tragicomica davanti ai suoi occhi. Così, quando nel capitolo successivo, cambia lo scenario e da Oakland siamo proiettati nella Ddr e al posto dell'incasinatissima Pip troviamo Andreas, non possiamo non provare un moto di delusione. Ma la storia del seduttore seriale Andreas, che dopo aver commesso un delitto diventa per caso una specie di Assange, venerato in tutto il mondo, precede quella di Pip ed è fondamentale per l'evoluzione della ragazza, così come lo è quella del giornalista del Colorado, Tom, della sua compagna Leila e della ex moglie di lui Anabel. Come uno scrittore dell'Ottocento, Franzen costruisce un meccanismo perfetto in cui il lettore sa quello che i personaggi ignorano e sta in ansia non solo per quello che gli è capitato ma anche per quello che potrebbe ancora capitare. E la nota di ottimismo del finale mi ha messo di buon umore.

domenica 3 luglio 2016

relax

spiaccicata su un lettino a leggere Franzen; a passeggio sulla spiaggia con il figlio; in chiacchiera con quel conservatorone di Tommaso (tutto suo padre) che crede nell'indissolubilità del matrimonio e arriva a pensare che abbiano ragione i nicaraguensi che ha conosciuto a privarsi del sesso prematrimoniale per proteggere la monogamia; fotografa ufficiale dei due surfisti; nuotatrice tra le onde: questo sono stata oggi. Giornata ultra tranquilla (a dire il vero vederli a largo tra le onde m'inquieta ma il figlio mi ha detto di aver fatto di peggio in Australia). Domani torniamo a Managua per spostarci sull'isola. Mi mancherà questa baia con i suoi due scogli lontani a forma di cappello, la sabbia nera, le conchiglie, le farfalle. Mi stavo anche abituando al rombo.

sabato 2 luglio 2016

il rombo dell'oceano

invece del traffico di Roma stanotte a pochi metri da me c'era il rombo delle onde, e non ero protetta da finestre insonorizzate: la sensazione era quella di stare in alto mare in piena tempesta. Mi sa che hanno dormito meglio i due ragazzi nella loro stanza vista montagna che io che affaccio direttamente sulla spiaggia. L'eco resort Playa Hermosa è una piccola e nascosta costruzione sull'Oceano Pacifico: di notte restano solo gli occasionali turisti e gli addetti alle pulizie; di giorno, affrontando il lungo sterrato, un pulmino scarica qui i surfisti e le loro tavole. Quando ha visto le onde mio figlio si è illuminato e in un istante lui e Tommaso si erano cambiati ed erano in acqua. La mattina io e il nipote c'eravamo fatti a piedi Granada in lungo e in largo mentre lui ci aspettava in hotel; alle dieci abbiamo trovato un tipo che ci ha caricato in macchina e, per un prezzo molto ragionevole, ci ha portati fin qui, attraversando tutto il Nicaragua del Sud. Bellissima la strada, circondata da alberi maestosi e ben curati. Non immaginavo un paese così verde e così poco selvaggio (probabilmente lo è, ma non in questa regione). Due giorni pieni per fare il bagno, camminare, raccogliere conchiglie, leggere. Sento la figlia in continuazione, deve essere lo stress post esami e poi le manco e non fa fatica a dirlo.

Il risveglio

uscito nel 1899, Il risveglio di Kate Chopin suscitò un enorme scandalo all'epoca, tanto che la scrittrice abbandonò la carriera letteraria e non pubblicò più nulla. La sua protagonista, Edna, è una giovane sposa di New Orleans con due bambini e un marito molto impegnato negli affari. D'estate a Grand Isle viene corteggiata da Robert, uno scapolo brillante. Poi Robert parte all'improvviso per Città del Messico e lei non se ne dà pace. Tornata in città, decide di non ricevere più gli ospiti in casa il martedì, riprende a dipingere, va spesso a trovare una vecchia pianista con cui parla del suo amico, si lascia avvicinare da un dongiovanni incallito, va a vivere per conto suo... Edna non ha un animo eroico, è solo una donna capace di ascoltarsi e desiderosa di non mettersi a tacere. Nel suo ambiente è normale che accanto alle donne sposate ronzino ammiratori, ma guai ad allontanarsi dal marito, a dichiarare di fronte al mondo i propri desideri: la fine è tetra. A rendere moderno Il risveglio è l'aspirazione della protagonista a una vita in cui possa riconoscersi e la sua perfetta indifferenza verso i privilegi della sua condizione. Un libro che mi ha aspettato sul kindle da quando ho letto La repubblica dell'immaginazione di Azar Nafisi e ho provato curiosità nei suoi riguardi. Che scandalo che sull'edizione Nobel libri non ci sia il nome del traduttore.

venerdì 1 luglio 2016

da Managua a Granada

l'albergatore gentile di Managua, Manfred ha risolto tutti i nostri problemi pratici, organizzandoci un transfer per Granada e  offrendosi di tenere ai ragazzi le tavole quando saremo sulle isole. A colazione ho familiarizzato con il gallo pinto, il riso e fagioli che qui compare tre volte al giorno nei piatti. Buono. Arrivati a Granada, abbiamo deciso di provare l'esperienza dell'autobus locale per andare al mercato dell'artigianato. Per trovarlo abbiamo girato a lungo, rimbalzati da un angolo all'altro della città da persone loquaci e sorridenti ma dalle idee confuse. Tommaso parla spagnolo come loro, almeno dal punto di vista dell'accento e tutti sono contenti di comunicare con lui. Il viaggio in autobus è stato lunghissimo perché faceva mille giri e mille fermate. Dentro vendevano di tutto, roba da mangiare e strane pillole. Noi non destavano alcuna curiosità e Tommi ci ha intrattenuto con i racconti del suo soggiorno qui. L'ha colpito in particolare la permanenza presso un pescatore che ha combattuto duramente per la rivoluzione, arrivando a mangiare iguane per la fame, e poi non ha ottenuto nulla per il proprio paese, ed è andato a sbattere in faccia al capo del governo, suo ex compagno di battaglia, la spilla che aveva ricevuto. Il mercato locale era pieno di frutta e di polvere, quello dell'artigianato un insieme di boutique coperte stracolme di souvenir bruttarelli. Facevano eccezione le amache, di tutti i colori e le fogge; solo che a Sperlonga l'abbiamo già e portarsene una dietro sarebbe stato faticoso. Alle quattro e mezza abbiamo preso un tour con una ragazza tedesca per andare a vedere la lava sul vulcano Masaya. All'ingresso c'erano cinque sei macchine e pulmini in fila; sembrava una cosa normale e invece abbiamo aspettato circa due ore perché pare che gli addetti alla salita stessero festeggiando un santo e quindi non aprivano. Neanche a dirlo, Tommaso ci ha intrattenuto con altre storie sui suoi compagni di viaggio occasionali, tra cui la svizzera tirchia che lo faceva cucinare negli ostelli, e sui suoi progetti per il futuro (è proiettato verso le relazioni internazionali e io ce lo vedo bene). Affacciarsi al buio su un cratere sul cui fondo ribolle un fiume incandescente di lava è davvero incredibile: l'impressione è quella di essere a un passo dall'inferno. Cena rapida in albergo con gli occhi già semichiusi dalla stanchezza e a letto alle nove.