giovedì 14 luglio 2016

Un mercoledì di maggio

entrare la sera di un infuocato luglio romano in un cinema in cui si è rotta l’aria condizionata per vedere un film iraniano sulla sofferenza e sull’impossibilità da parte di un uomo singolo di porvi rimedio è quello che abbiamo fatto ieri io e Antonella (insieme a uno sparuto gruppo di altre persone). Il film di Vahid Jalilvand ha ripagato il nostro sforzo offrendoci due intensi ritratti di donne che lottano per i propri compagni. Un mercoledì di maggio comincia con Leila, che dopo una giornata passata in fabbrica a lavare polli, va con la sua bambina nel luogo in cui un anonimo ha convocato i bisognosi di Teheran, dicendosi pronto a donare diecimila dollari al più disperato di loro. Il marito di Leila è semiparalizzato da un’emorragia cerebrale, avrebbe bisogno di un’operazione, ma i soldi per affrontarla loro non li hanno proprio.  Setareh invece è una ragazza che si è sposata contro il volere dei suoi zii, che le fanno da tutori: quando il fatto viene alla luce, scoppia una rissa in famiglia, e il suo uomo, per difendersi, spacca il naso al cugino. Viene portato in prigione e per uscirne deve pagare diecimila dollari; Setareh, cacciata di casa, è incinta e non ha nessuno che si prenda cura di lei. Oltre a Leila e Setareh, Jalal, il benefattore iraniano, deve fronteggiare una gran folla e la sua idea di stabilire una gerarchia che gli consenta di scegliere il più meritevole s’infrange contro la marea di dolore che gli si alza intorno. È di nuovo una donna, la moglie di Jalal a tentare di riportare l’uomo con i piedi per terra: non è illudendo i derelitti che supererà il dolore per non aver potuto curare il figlio quando non aveva i soldi per farlo. Uno spaccato sociale di grande impatto e insieme un inno alla forza delle donne e alla loro concretezza. 

Nessun commento: