mercoledì 31 agosto 2016

la mamma di Tommaso

alla fine della lunga estate del figlio (cominciata in Nicaragua, proseguita in Costa Rica e a Panama, poi a Sperlonga e infine in Sardegna) la cosa che sembra essergli rimasta più impressa è la cura con cui la mamma di Tommaso, il suo amico, si è prodigata per loro nei giorni che ha passato nella casa vicino Cagliari. Non facevamo niente, all'una ci faceva trovare tutto pronto per la colazione, potevamo cenare quando volevamo, preparava primo e secondo, non dovevamo alzare un piatto, rifaceva i letti, ci sbucciava pure la frutta. Mi provoca. In questi giorni in cui leggo fino a stordirmi i libri di Mantova, alle sei e mezza corro a fare la spesa e a mettere la lavatrice, cercando di districarmi nel disordine imperante (Julia non ricompare da noi prima di lunedì), un figlio che rivendica il diritto di non fare niente non ci voleva. Mi sa che lo spedisco dritto dritto dalla mamma di Tommaso.

Il nostro riparo

è bellissima la prima parte del romanzo della canadese Frances Greenslade, Il nostro riparo (traduzione di Elvira Grassi, Keller). Nella natura selvaggia della British Columbia degli anni settanta Maggie vive con la sorella maggiore Jenny, il padre boscaiolo e la madre in una casa primitiva in cui l’elettricità va e viene e si cucina sopra la stufa. Tanto Jenny è radiosa, quanto Maggie è cupa (come mi sono rivista in questa bambina di dieci anni  assillata da tristi premonizioni). Maggie ha un rapporto speciale con il padre, che la porta nei boschi e le insegna a costruire capanne. Intorno a loro scarsi vicini, per lo più indiani. Il padre muore sotto una catasta di tronchi; la madre, una donna bella ed energica che non ha paura di niente, si mette a cercare un lavoro e un posto in cui stare insieme alle figlie. Finisce per lasciarle dagli Edwards, una coppia di amici del marito. Appena entrata a casa di questi, Maggie nota centrini che sembrano fatti all’uncinetto ma sono di plastica, fiori profumati ma finti, portarotoli della carta igienica decorati e le sembra che persino i copriletti sintetici parlino dell’infelicità e della vulnerabilità della donna che le deve ospitare. L’abilità di Greensdale sta nel creare, attraverso gli occhi dell’io narrante, Maggie, un clima di tensione che fa temere sempre il peggio al lettore. Insomma: che il padre muoia all’improvviso, che la madre non torni più dalle figlie e che Jenny resti incinta a quindici anni risultano alla fine disgrazie quasi accettabili rispetto a quanto ci si aspetta possa capitare alle protagoniste. La seconda parte del romanzo in cui Maggie segue le tracce della madre scomparsa e riesce a ricostruire la sua storia con Emil, l’uomo amato prima del matrimonio, è appena più fragile della prima. Eraldo Affinati ha parlato per questo libro di un incrocio tra Emily Brontë e Mark Twain e mi pare che abbia proprio ragione. 

martedì 30 agosto 2016

Un solo paradiso

Due amici s’incontrano per caso nel bar milanese in cui si frequentavano dopo la fine degli studi. È passato solo un anno dall’ultima volta in cui si sono visti e il narratore non ha scelta: Alessio, ubriachissimo, vuole raccontagli come si è ridotto così. Al centro di Un solo paradiso, il romanzo di Giorgio Fontana pubblicato da Sellerio, c’è Alessio, arrivato a ventinove anni senza mai appassionarsi ad alcunché. “Un dolceamaro contentarsi” è la sua filosofia di vita: un lavoro come web designer, il gusto di viaggiare da solo, la tromba suonata in un gruppo jazz, i libri. Tutti sistemi per sopportare, senza patirli troppo, questi “tempi miserabili e crudeli”. Poi arriva Martina. È molisana, si è laureata su Lucrezio, fa l’amore con slancio, le piace la musica jazz. Accanto a lei Alessio per la prima volta vuole assolutamente vivere e per la prima volta si scopre “oscenamente mortale”. Ma Martina pensa ancora a Michele, il suo ex e dopo qualche mese lascia Alessio. Giorgio Fontana affronta la storia più semplice del mondo (lui ama lei, lei non abbastanza, lui non si riprende più) e lo fa con un’intensità che travolge il lettore. Alessio scivola nella dipendenza dall’alcol e dai tranquillanti, perde il lavoro e la casa. Di là dalla relazione tra Alessio e Martina c’è in ballo il nostro modo di concepire la vita, l’amore; scrive Fontana “ si sopravvive a tanti inferni  e non a un solo paradiso”. Fa da sfondo a questo monologo conradiano una Milano descritta nel dettaglio, che si fa sempre più periferica e crudele man mano che s’intensifica il crollo del protagonista.  Come il narratore, che a distanza di anni riflette sulla scomparsa dell’amico, anche noi che leggiamo non possiamo non paragonare i nostri paradisi sfioriti agli istanti di pura felicità che Alessio si è rifiutato di lasciarsi alle spalle. Bello, davvero bello.   

Il re dell'uvetta

“intendo fare quel che mi piace, viaggiare dove desidero e studiare quello che voglio”: belli i proponimenti del ventisettenne Gustav Eisen e ben ha fatto lo scrittore svedese Fredrik Sjöberg a ricostruirne il percorso di vita nel libro Il re dell’uvetta pubblicato da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari. In effetti Eisen, morto nel 1940 a novantré anni, quello che gli piaceva lo fece eccome, e gli piacevano tantissime cose. Ebbe una delle più belle collezioni naturalistiche d’America, fu pittore, trovò (o fece credere di aver trovato) il calice del Sacro Graal, creò il Sequoia National Park, insegnò zoologia, coltivò uvetta su larga scala (di qui il titolo), scrisse racconti, collaborò al libretto di un’opera lirica, divenne un affermato storico dell’arte, studiò la scrittura cuneiforme, s’interessò  di occultismo…  Di Eisen, una specie di Leonardo da Vinci dei nostri tempi, non si ricorda più nessuno per varie ragioni: morì nel 1940 in piena guerra mondiale, nessuno dei suoi amici era più in vita, non ebbe figli, ripartiva sempre da capo. Per Sjöberg viaggiare per l’America sulle sue tracce, consultare ogni possibile fonte, contattarne i discendenti, è un modo per raccontare se stesso, rispecchiandosi in un alter ego un po’ troppo solitario ma pieno di fascino. Così mentre ci parla di Eisen, Sjöberg divaga: ora rievoca l’amico dei tempi del liceo, ora spiega il proprio amore per gli alberi nato sui testi di Astrid Lindgren, ora prende le distanze dai fanatici dell’ambientalismo e da qualunque tipo di fideismo…   Sjöberg vive in un’isola sperduta al largo di Stoccolma con moglie e figli, aveva una splendida collezione di mosche e l’ha venduta molto bene alla Biennale di Venezia: ha tutta l’aria di aver raccolto la lezione di Eisen su come impostare la propria vita.

lunedì 29 agosto 2016

cena con topi

l’aereo delle figlia ieri è atterrato puntuale a Ciampino. Lei carina, entusiasta di essere di nuovo a Roma e piena di racconti sulle tre settimane a Londra tra la difficoltà a inserirsi tra fanatici filmaker che disprezzavano i suoi studi economici; problemi con l’inglese gergale dei cinematografari; il divertimento e la fatica di cimentarsi in un suo filmatino; i litigi con le compagne di casa su spesa, pulizia, divisione dei compiti e scelta dei film da vedere la sera. Prima di trovare un ristorante intorno a casa nostra faccio tre tentativi: sembra che tutti i romani siano a cena fuori di domenica sera. Prenoto alla Barchetta, dietro piazza Cavour; mi dicono, però in strada. Mi sembra una buona idea: si rivela pessima. Mentre mangiamo le alici di antipasto, scorgiamo un topone sgusciare da una macchina dall’altra parte della strada, poi vediamo che è in buona compagnia: ce ne sono altri due con lui, tutti di grosse dimensioni. Il piacere della cena è svanito, aspettiamo i nostri primi con una certa inquietudine. Marito e figlia hanno le scarpe chiuse, io i sandali: non riesco a non pensare ai denti del topo sui miei piedi (è già successo in una piazza romana, io non lo sopporterei). Mangiamo in fretta (addio racconti) e scappiamo a casa. Mai più cena all’aperto a Roma.

Lo spazio del tempo

Lo spazio del tempo, il romanzo di Jeanette Winterson,  è una riscrittura del Racconto d’inverno di Shakespeare: dell’originale mantiene il tema di fondo (la gelosia di un uomo potente nei confronti della propria moglie e le sue devastanti conseguenze ), la ricchezza dei personaggi, le coincidenze che fanno incrociare tra loro i protagonisti in tempi diversi. Nelle ultime pagine del libro entra in scena l’autrice, dichiarando la sua passione per  questo dramma shakespeariano con al centro una trovatella come lei: è sorprendente come Winterson combini l’adesione allo spirito dell’opera alla modernità della vicenda da lei narrata.  Leo è un uomo d’affari londinese che ha tutto quello che si potrebbe desiderare dalla vita: MiMi, una splendida moglie, che aspetta una bambina da lui; Milo, un delizioso figlio; Xeno, un amico del cuore (che da giovane è stato il suo amante); Paulina, una segretaria fedele, e in più un sacco di soldi. Si mette in testa che l’affettuosa amicizia tra MiMi e Xeno nasconda una relazione clandestina e distrugge ogni cosa: tenta di uccidere l’amico; spedisce la neonata in America dal presunto padre (in seguito a fortunosi eventi Perdita  viene trovata da un pianista nero che l’alleva con ogni cura); Milo muore in un incidente; MiMi sparisce.  Sedici anni dopo il quadro si ricompone grazie all’amore tra Perdita e un giovane meccanico che si scopre essere il figlio di Xeno: a Londra nel corso di un concerto si celebra il superamento del passato e la possibilità di un futuro non inquinato da sospetti e crudeltà. Con Lo spazio del tempo (traduzione di Chiara Spallino Rocca, Rizzoli) Winterson ha inaugurato una collana della Hogarth Shakespeare ispirata ai capolavori di questo autore che vede, tra gli altri, Margaret Atwood e Anne Tyler: non vedo l’ora di leggere anche loro.  

domenica 28 agosto 2016

furibonda

c'è ricascato. Avevo rimosso, o almeno provato ad allontanare, il ricordo degli spiacevoli avvertimenti di mio padre sui pericoli che incombono sul mio matrimonio. Dopo un week end sereno passato a nuotare e mangiare insieme (stavolta al mare ci siamo trovati io lui e il marito), proprio durante l'ultimo bagno tra le onde, è ripartito con consigli non richiesti con l'aria di saperla lunga. Mi insidiano il marito sotto i miei occhi, lui non può tacere perché mi vuole bene, vuole il mio bene? Se si ostina su questa linea, oltre a perdere un marito, perdo un padre o almeno sono costretta a prendere le distanze da lui. Proprio non ce la fa a farsi i fatti suoi? E non mi ha chiesto scusa mentre si faceva la doccia, dopo avermi rovinato la giornata. Ha detto, fai conto di avere un vecchio padre un po' suonato, che era come dire, un giorno sarai tu a chiedermi scusa quando ti sarai resa conto che ci vedevo lungo. Come si fa a volere bene a una persona e a detestarne i comportamenti?

sabato 27 agosto 2016

Nel nome di mia figlia

cominci a leggere Nel nome di mia figlia della scrittrice inglese Louise Doughty (traduzione di Manuela Faimali, Bollati Boringhieri) e pensi, come farò a sopportare lo strazio di una madre che ha appena saputo che sua figlia è morta, investita da una macchina a nove anni? Ti cali nei panni di Laura, ti sembra che quei due poliziotti venuti a bussare alla sua porta abbiano bussato alla tua di porta. Ma Doughty ti conduce subito da un'altra parte, ti fa conoscere la storia della sua protagonista prima che diventasse madre, le sue disavventure di quattordicenne senza padre (stroncato da un infarto quando lei aveva otto mesi) e con la madre malata di Parkinson. L'evento centrale della vita di Laura è l'incontro con David, fidanzato di una sua amica, incontrato diverse volte in tempi diversi finché tra loro non scoppia una divorante passione. Il giorno in cui David dice a Laura di voler fare sul serio con lei, lui la spenzola da una scogliera: è come se volesse farle capire il rischio che corre ad affidarsi a lui. E qualche anno dopo, il tradimento di David con una collega, Chloe, mette fine al loro matrimonio (Laura con la solita spietata capacità di autoanalisi racconta come siano state le proprie mosse sbagliate a portare a questo risultato per lei disastroso). Quando Betty ha l'incidente mortale, Laura acconsente a mandare Rees, il secondo figlio, da David e Chloe per potersi abbrutire senza testimoni. Poi succedono altre due cose: il guidatore omicida (un immigrato cinquantenne) viene scagionato e David confessa a Laura che Chloe è fortemente disturbata e non riesce a prendersi cura del bambino che ha fatto con lei. Laura ha perso Betty ma forse può riprendersi David. Doughty è una maestra della suspense e si diverte a cambiare le carte in tavola: Laura è vittima ma anche potenzialmente assassina; David è un donnaiolo ma con un debole per donne fragili di cui vuol farsi paladino e adora i suoi figli; la poliziotta Toni ha buone intuizioni ma è ostacolata dalla mancanza di prove. Un romanzo in cui i buoni latitano, la sofferenza genera altra sofferenza, e non tutti i pezzi del puzzle tornano al loro posto; come Fino in fondo, l'altro libro dì Doughty tradotto in italiano, lo prendi in mano e non riesci a mollarlo.

mi sento svenire

che fa una mamma in macchina verso il mare un venerdì pomeriggio di fine agosto quando riceve su whatsapp il seguente messaggio della figlia, impegnata a Londra nella lezione finale del corso di Filmaking, "mi sento svenire"? S'improvvisa medico a distanza: che ti fa male, hai la febbre (e lei risponde, credo sia a 40, brucio), prenditi qualcosa (non ho niente con me), chiedi ai compagni di corso, alla segretaria... Poi alle cinque il corso finisce e la moribonda torna a casa con la metropolitana dal fidanzato che l'ha raggiunta per l'ultimo week end londinese e la sera è tutta serena e si preoccupa di cosa mangerà a Roma domenica sera per festeggiare il suo rientro... Dopo quasi ventun anni dovrei conoscerla la figlia, l'essere femminile più ipocondriaco al mondo, e invece ci casco sempre e lascio che mi si stringa il cuore al pensiero dei suoi malori (e cattivi umori: ieri era in pieno disfattismo, si lamentava di aver buttato le sue vacanze, come se Paros, Santorini, Sperlonga e Londra fossero le mete più tristanzuole al mondo). Quando è felice sprizza felicità, ma quando le gira male la figlia è davvero terribile. Il fidanzato: un santo.

giovedì 25 agosto 2016

Giorni selvaggi

“il surf mi offriva una protezione fantastica dal conflitto bellico – una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. E il suo scollamento dal lavoro produttivo, in quella sua inutilità quasi illegale, già riusciva a esprimere tutto il dissenso verso il mondo”: in Giorni selvaggi, Una vita sulle onde, William Finnegan  ricostruisce la sua passione per le onde, nata alle Hawaii, quando era un bambino al seguito della famiglia (il padre faceva il direttore di produzione di un programma radiofonico trasmesso da lì) e cresciuta con il tempo in maniera esponenziale. Una volta entrato nella tribù dei surfer, Finnegan non ne esce più. Rincorrere in tutto il mondo l’onda migliore, sacrificarle amori, amicizie, studi, diventa per lui un’abitudine consolidata. Da Honolulu alla California, dalle Fidgi a Città del Capo, da San Francisco a Madeira, sperimentando nuove tavole, nuovi compagni di avventura, nuovi rischi, nuovi momenti di esaltazione. Sullo sfondo (ma molto sullo sfondo) l’America degli anni sessanta, lo spirito libertario e pacifista, le droghe, la facilità a trovare lavori di pochi mesi o anni, di mollare tutto e ripartire (ma tra un’onda e l’altra Finnegan si costruisce anche una solida carriera di inviato di guerra e poi di giornalista del New Yorker). 496 pagine di descrizioni anche molto tecniche di surf hanno messo a dura prova la mia perseveranza di lettrice (quanto avrebbe giovato al libro una bella sforbiciata?); agli americani è piaciuto molto e gli hanno dato il Pulitzer per il miglior memoir. Per tradurlo ci si sono messi (faticosamente, immagino) in tre: Fiorenza Conte, Mirko Esposito e Stella Sacchini; la casa editrice è 66THAND2ND; Obama, che conosce l’autore, si è portato Giorni selvaggi in vacanza. 

mercoledì 24 agosto 2016

Diario di una mamma in pappa

Diario di una mamma in pappa di Gaia Manzini (Laterza) è uscito nel 2014 ed essendo ormai abbastanza lontana dallo svezzamento dei figli non pensavo potesse interessarmi. Invece leggerlo è stato entrare in una macchina del tempo e rivivere tutte le sensazioni di quel periodo meraviglioso e terrificante in cui ho preso a relazionarmi con la mia prima figlia (non ho ricordi altrettanto vividi della stessa fase con il secondo, forse perché tutto era già stato sperimentato e non mi sentivo più sull’orlo di un vulcano, forse perché, dopo un prematuro, un bambino nato a termine sembra una passeggiata) soprattutto attraverso quello che lei mangiava o non mangiava. Le figure evocate da Manzini - la temibile pediatra (da lei soprannominata dottoressa Clint) con le sue criptiche prescrizioni; le madri degli altri bambini (perfette, inquisitorie, frastornanti), gli altri bambini (idolatrati, vezzeggiati, portati a esempio); le proprie amiche single (distanti, ironiche); il Professore/marito che alterna momenti di assenza per lavoro a iniziative discutibili come appendere in casa minacciosi volantini sulle manovre di rianimazione; le signore della palestra tutte concentrate sul loro allenamento e per niente cordiali; il proprio padre che profetizza un lungo periodo di isolamento; e infine la stessa Mangiacarote, la coprotagonista del libro, con la sue perle di stralunata saggezza e i suoi momenti negativi – offrono un ritratto molto realistico e molto divertente di quello che una neo mamma si trova ad affrontare. Ci sono la voglia di fuga, il senso di inadeguatezza, gli squarci di ottimismo, il panico, le elucubrazioni, il senso di competizione, la stanchezza, gli slanci improvvisi, le ricadute, tutto in rapida successione. Manzini rifugge dai luoghi comuni sulla maternità e usa l’autoironia come arma di difesa e di attacco: mamme di tutto il mondo imitatela!     

pontremoli


martedì 23 agosto 2016

e alla fine arriva Stefano

domenica all'alba sono arrivati Paolo e Veronika con la fantastica torta di pesche dietetica fatta da lei. Veronika, felice di non dover andare in barca, si è goduta il mare dalla spiaggia, Paolo si è dedicato ai giornali. Lunedì è stata la volta  di Stefano, Cinzia e Valerio. Così abbiamo ricostruito il nostro vecchio gruppo vacanze (la prima volta al mare insieme con Paolo e Stefano eravamo ancora al ginnasio, ora il ginnasio non esiste più). Stamattina Stefano è scivolato fuori casa prestissimo ed è tornato carico come babbo natale: cornetti per tutti, una cassetta di fichi, prosciutto, pizzette. Lentamente, appesantiti dal cibo, gli altri si preparano alla giornata di sole, io già in spiaggia con il mio libro sul surf per l'ultimo giorno di vera vacanza. Rimane qui mio padre, entusiasta di sé e della propria capacità di recupero (chi l'avrebbe detto l'estate scorsa che quest'anno avrebbe nuotato e fatto le scale con disinvoltura?). Se solo non attaccasse bottone con tutti, lasciato solo è una mina vagante.

domenica 21 agosto 2016

da lione

doveva essere la mia serata solitaria quella di ieri e invece alle sei di pomeriggio il marito si è presentato alla porta, stravolto dalla lunga guidata (Lione-Sperlonga), ma ancora pieno di energie (ha tagliato i rami della buganvillea che avevano invaso l'ingresso, ha spruzzato l'antizanzare e il concime in giardino). Io felice.

sabato 20 agosto 2016

Il bambino nella neve


“giocavamo ad Auschwitz”: la particolarità della storia raccontata da Wlodek Goldkorn nel Bambino nella neve (Feltrinelli) potrebbe essere riassunta in questa frase. Cresciuto nella residuale comunità ebraica e comunista della Polonia del dopoguerra, Wlodek vive un’infanzia sotto l’ombra dello sterminio. E il male (il nazismo che lo priva di nonni, zii e cugini) non è dietro le spalle: i polacchi che hanno venduto gli ebrei ai loro aguzzini non hanno voglia di accogliere i sopravvissuti e quando non organizzano pogrom (come quello terribile di Kielce nel 1946), li buttano giù dai tram, li ostracizzano a scuola. I genitori del ragazzo provano a rifarsi una vita prima nella loro città, Katowice, poi a Varsavia, ma devono gettare la spugna di fronte all’antisemitismo del regime e ripiegare su Israele. Qui, di fronte ad autisti di pulman e soldati che terrorizzano bambini arabi per il gusto di farlo, il giovane Wlodek capisce che non è il posto per lui. Prova con Francoforte: a metterlo in fuga stavolta è la foto di un uomo con la divisa della Wehrmacht nella stanza della bella Brigitte che si è spogliata per lui. Approderà in Italia: “pensai che se ero condannato a non avere una casa, avrei vissuto nel paese più bello del mondo”. Da nonno, da giornalista di lungo corso, Goldkorn scrive un libro sulla necessità di una memoria vigile, da usare “ per fare scandalo”. Il suo ritorno nel luogo natale e nei diversi campi di sterminio è l’occasione per un inventario dei crimini e delle loro modalità (qui si lavorava e si uccideva, qui si uccideva e basta, qui si facevano disseppellire i cadaveri, qui a volte le camere a gas non funzionavano bene, qui la mia bella zia Nachcia è stata ammazzata con la sua bambina Ruth in braccio). Due i fari di questo percorso a ritroso nel tempo: Marek Edelman, il leader della rivolta nel ghetto di Varsavia, e il proprio padre la cui lezione si riassume in questo monito “ mettiti nei panni degli altri”. Quante catastrofi si eviterebbero solo facendo questa cosa qui.

i tre del Nicaragua

è stato bello in questo squarcio d'agosto ritrovarmi per qualche giorno a pranzo e a cena con figlio e nipote, i miei compagni di viaggio in Nicaragua. Aver attraversato insieme quel paese, aver condiviso le nostre impressioni sul posto e la gente ha creato tra noi una confidenza e una rilassatezza speciali. Oggi i due sono ripartiti alla volta della Sardegna: se la godono tutta la loro estate di diciottenni. Io ho avuto il privilegio di fare un pezzo di strada con loro.

venerdì 19 agosto 2016

in canoa con Carolina

all'una puntuale Carolina era qui con la sua macchina, unica, credo, ospite a non perdersi, a non chiedere un supplemento telefonico di istruzioni. Abbiamo mangiato un boccone con il figlio e il nipote e siamo scese al mare portandoci la canoa che giaceva piena d'acqua in un angolo del giardino. In un baleno siamo arrivate oltre la spiaggia del Sombrero, alle grotte. E remando non abbiamo smesso di chiacchierare fitto fitto. Il ritorno è stato più problematico: si era alzata un po' d'onda ed eravamo controcorrente. Io sono scesa dalla canoa con l'intento di spingerla, ma ho visto che Carolina, senza il mio peso, se la cavava benissimo. Così abbiamo superato la grotta di Tiberio, lei a remi io a nuoto. A cena papà entusiasta dei miei spaghetti alle vongole e soprattuto della capacità di ascolto di Carolina (che ha anche apprezzato la visita guidata a casa sua, illuminata dalla luna piena). Ragazzi di ottimo umore, una volta sollevati delle incombenze domestiche. Insperato supplemento di vacanza.

mercoledì 17 agosto 2016

Un dio in rovina

di romanzi sui bombardamenti durante la seconda guerra mondiale ne ho letti diversi ma non mi era ancora capitato un libro su un pilota che quei bombardamenti li faceva. Un dio in rovina (traduzione di Alessandro Storti, Editrice Nord), il nuovo romanzo di Kate Atkinson, racconta di Ted, ventenne volontario della Raf; ma anche bambino gentile e appassionato della natura (la zia Izzy, autrice della fortunata saga del discolo Augusto, fa fatica a ispirarsi a lui per il suo personaggio); marito affettuoso di Nancy, sua amica da quando avevano tre anni; padre premuroso della terribile Viola (che non gli perdona di essere rimasta orfana dell'unico genitore che amava); nonno dolcissimo e unico punto di riferimento per i due nipoti, Sun e Bertie. Come di consueto, Atkinson rifugge dalla narrazione lineare: i capitoli sulla guerra di Ted si alternano a quelli su momenti felici della sua infanzia, o dell'infanzia molto più travagliata di Sun e Bertie (Viola, sempre insoddisfatta, trova partner orribili e sposa cause perse prima di darsi alla scrittura ed avere un certo successo). Aver pilotato aerei che seminavano distruzione, essere stato responsabile della vita dei suoi compagni di volo (e averne visti morire di continuo in modo orribile sotto i suoi occhi) sono esperienze su cui il sopravvissuto Ted non smette di interrogarsi, senza trovare una risposta che non sia, bisognava sconfiggere i tedeschi (ma uccidendo tutti quei civili innocenti? mandando al massacro un'intera generazione?). E poi perché lui e non Vic, che stava per sposarsi e aspettava già una bambina, perché non tutti quegli altri? In Un dio in rovina Atkinson conduce una formidabile requisitoria contro la guerra, contro tutte le guerre, e lo fa parlando del suo contrario, cioè la vita pacifica, l'ideale perseguito dal suo personaggio prima e dopo aver ucciso. Leggendo questo romanzo mi sono ritrovata più di una volta con le lacrime agli occhi. E la cosa più bella è che pur mettendo in scena un uomo a suo modo eroico, la scrittrice inglese lo priva di ogni attributo ideale: Ted è un ragazzo come tanti, combatte ma non vorrebbe farlo; ama Nancy da quando è piccolo ma prima di sposarla va a letto con tutte le ausiliarie disponibili; subisce fino all'ultimo la figlia ma dentro di sé sa di non sopportarla... Poi c'è un'altra cosa che mi ha fatto innamorare di Ted: adora Trollope e sua nipote Bertie sul letto di morte gli legge Le torri di Barchester (ma questo è un particolare che può far palpitare solo me e la mia amica Giulia).

all'aeroporto di Bilbao

l'ultimo giorno di vacanza è cominciato bene. Abbiamo scelto una spiaggia appena fuori Bilbao: bella baia circondata da rocce, una scuola surf molto attrezzata con punto di soccorso e altoparlanti per gli annunci, tanti bambini con costume o con muta, tanti nudisti (atmosfera rilassata, impensabile in una spiaggia italiana). Acqua non troppo fredda, solo troppe alghe scoperte a causa delle maree. Alle due siamo tornati a Bilbao e in città, al pensiero dell'imminente partenza, mi è passata la voglia di fare qualsiasi cosa. Abbiamo ricominciato a discutere sul biglietto aereo: sei stata tu a dire che troppa macchina ti pesava e che ti sarebbe piaciuto tornare in aereo; non mi prendi mai sul serio, appena l'ho detto sei corso a farmi il biglietto, mi spieghi perché mi stai mollando a metà agosto; non ti mollo, rinuncia al biglietto... Oggi per la prima volta da quando siamo partiti c'è un cielo grigio, opprimente. Di nuovo in aeroporto da sola, e non è una brutta sensazione. Ho voglia di vedere il figlio, di sottrarlo almeno per qualche ora al suo abbrutimento estivo; ha detto che viene a prendermi a Fondi, mi sembra un bel segno. Stasera volevamo andare a cena insieme ma papà ci ha invitato da lui. Purché non attacchi con le preoccupazioni tacite o manifeste sullo stato del mio matrimonio. Niente consigli o facce contrite, se no lunedì scappo in Dear. Per fortuna c'è il lavoro.

lunedì 15 agosto 2016

a Bilbao

com'era venuta la tristezza se n'è andata. Peccato per San Sebastian che non mi sono goduta per niente, nonostante ieri sera ci siano stati interminabili d'artificio con la spiaggia della Concha piena di gente seduta, sdraiata o in acqua per vederli. Siamo partiti presto per Bilbao attraversando di nuovo un paesaggio verde e montuoso. Il marito mi ha detto, sposta il biglietto, allunghiamo di qualche giorno il viaggio, oppure annullalo e torniamo insieme. Mentre lo diceva era serio, ma se lo facessi ce ne pentiremmo tutti e due. A me fa piacere tornare mercoledì a Sperlonga, a lui farsi un giro da solo in macchina. Lui è entusiasta di questa vacanza e dice che mi ha riscoperto; io ho voglia di stare un po' alla larga da lui. Gli avevo detto che dopo il rafting avevo buttato la fede in un fosso; oggi l'ha vista nel mio portafogli. È che mi affeziono a tutto, persino a un anello. Bella la visita al Guggenheim e bella Bilbao dall'alto con la funicolare. 

domenica 14 agosto 2016

a San Sebastian

stanchissima dopo le discussioni con il marito sul nostro modo di stare insieme presente e passato e sul nostro futuro di coppia (a cui non credo più), ho dormito un sonno agitato. Se avessi potuto, l'aereo per Roma l'avrei preso oggi; siccome ho il biglietto il 17 da Bilbao, ho deciso di continuare il giro, anche se totalmente demotivata. Ormai sta diventado ciclico il suo modo di essere freddo con me fino a provocare la mia reazione; a quel punto chiede scusa, dice di volermi, finché non se ne dimentica e riprende con i modi scostanti al limite dell'aggressivo. Non sa cosa vuole dalla vita, ma al lavoro riesce a sfoderare la solita efficienza; con me tira fuori il peggio di sé. Mi angustiava l'idea che dopo ferragosto volesse andare in giro con il suo macchinone da solo; ora penso che dovrebbe fare un giro molto molto lungo. Visto che eravamo a San Sebastian, abbiamo preso la funicolare, fatto le foto dall'alto, visitato l'acquario. La città risplendeva di sole, la popolazione sembrava tutta sulla lunga spiaggia e nel mare; stasera ci saranno concerti e fuochi d'artificio. 

sabato 13 agosto 2016

dopo il rafting

mattina nella Valle di Vió all'interno de parco nazionale: una strada tagliata nella montagna, un fiume che scava un canyon profondo, la casa di un eremita costruita nel punto più sperduto. Ci facciamo un sacco di foto, camminiamo, ridiamo. Mangiamo un boccone in un bar di campagna e alle tre puntuali siamo a Campo per il rafting. Sono tutti spagnoli, c'è un clima allegro, le guide non sanno l'italiano e neppure l'inglese, ma ci si capisce lo stesso: adelante vuol dire avanti, e se si cade dal gommone bisogna tirare su i piedi e non cercare di nuotare. Io sono tesissima, già mi vedo a testa in giù sopra un sasso, stringo il remo con forza, punto i piedi, alla prima rapida mi sposto verso il centro del gommone. Con noi due c'è una coppia di spagnoli attempati e spericolati, lui è l'uomo più peloso del mondo, lei è bionda e abbronzata. Sono alla ricerca di forti emozioni, cantano, gridano, si baciano sulla bocca. Dopo un po' mi tranquillizzo e comincio a godermi la discesa e il paesaggio. La guida ci chiede se facciamo il tragitto per famiglie o se proseguiamo per il tratto "più tecnico". A me basta quello che ho fatto; il marito vorrebbe continuare, lo convinco a scendere con gli altri. Al momento di andare a riva, i due del nostro gommone si rivolgono a lui e gli dicono che deve restare, perché non possono continuare in tre. Lui dice, resto. Io scendo. C'è un pulmino che ci riporta a Campo. Mi cambio, faccio quattro passi in paese. Mi piomba addosso un'infinita tristezza. Non è per il fatto che il marito non è sceso con me, anzi sì, è proprio per questo, è perché si comporta da single, si scorda di me. Che sono venuta a fare fin qui? Perché ho voluto dare un'altra possibilità al nostro agonizzante rapporto? 

venerdì 12 agosto 2016

Dolore

leggendo Dolore, l'ultimo romanzo di Zeruya Shalev (tradotto da Elena Loewenthal per Feltrinelli) sono rimasta fino alla fine con il fiato sospeso anche se tutto è questo romanzo tranne un giallo. Un po' come nel mio amato Yehoshua (a cui Shalev somiglia sempre di più di libro in libro) c'è qui una tensione crescente, che riguarda la protagonista e le sue scelte. Mentre ero in macchina, in piscina, in bicicletta continuavo a chiedermi: Iris lascerà suo marito Michi per tornare con Eitan, che era stato il suo grande amore a diciassette anni e l'aveva lasciata facendola soffrire tantissimo ma ora che l'ha rincontrata la vuole con tutto se stesso? E Alma, la figlia di Iris, riuscirà a liberarsi dal suo orribile guru, che la fa lavorare gratis nel suo ristorante e le dice che per liberarsi deve andare ogni sera a letto con un ragazzo diverso? Shalev mette in scena una famiglia normale che vive a Gerusalemme: madre, padre, due figli; immagina per Iris un lavoro appassionante e impegnativo di preside e un corpo devastato in seguito all'esplosione di un autobus con sopra un kamikaze a poca distanza dalla sua macchina. Il dolore fisico provato allora si riacutizza all'improvviso dieci anni dopo: andando a farsi visitare Iris si trova davanti Eitan, che è diventato medico; il dolore di Iris dopo l'incidente e l'incapacità di interagire con i propri familiari forse è alla base dello squilibrio di Alma, che in un'età difficile non si è sentita vicina la madre. La capacità di Shalev di mescolare dramma e umorismo (i suoi personaggi hanno la capacità di vedersi dall'esterno, di giudicarsi e di trovarsi ridicoli anche nei peggiori frangenti) mi conquista. Non faccio la preside, non ho il corpo pieno di viti e bulloni, non ho passato la vita a rimpiangere l'amore dei diciassette anni, mia figlia per ora non ha mai ceduto alle lusinghe di un uomo manipolatore, ma Iris sono io. Brava Zeruya.

ridatemi il pigrone

rinvigorito dalla passeggiata di ieri, dall'aria di montagna, dalla prospettiva della prossima settimana in solitudine o chissà da quale altra cosa, il marito oggi sprizzava energia. Appena arrivati nel nuovo albergo (un monastero ristrutturato in mezzo alla campagna), ha deciso che dopo un tuffo in piscina avremmo preso le biciclette e saremmo andati a Aisna, cittadina medievale a sei chilometri da qui. All'andata invece di prendere la strada statale o la sterrata, più o meno della stessa lunghezza, ci siamo inerpicati  in collina, affrontando una serie di sfiancanti salite. Giunti ad Aisna, solo vedere la rocca ci ha turbato e non potevamo abbandonare le bici perché non ci eravamo fatti dare catena e lucchetto. Abbiamo fatto l'ultimo sforzo, spingendo le bici a mano fin sulla cima e un "granizado" di limone e una splendida vista sulla valle sono state la nostra ricompensa. Marito pimpantissimo per l'impresa, tanto che, appena scesi, ha prenotato per domani un rafting sul fiume (io sono intervenuta solo per chiedere alla signora di iscriverci al livello basic, quello con i bambini). Il ritorno è stato peggiore dell'andata: abbiamo scelto lo sterrato lungo il fiume e ci siamo ritrovati a pedalare su sassi polverosi sotto il caldo con i tafani che ci pizzicavano sotto i vestiti. A questo punto la spavalderia del marito si era notevolmente ridotta anche perché la sua bici aveva una ruota a terra. Non so come, ci siamo trascinati fino all'albergo. La doccia mi ha rimesso in piedi; lui è catatonico. Va bene fare in vacanza quello che non si fa di solito, ma forse stiamo esagerando.

giovedì 11 agosto 2016

in Val d'Aran

noi due in montagna era un po' come vedere la famigliola che non sapeva nuotare sul gommone a Ustica. Bisognava organizzarsi la giornata; io morivo dalla voglia di partire per una lunga passeggiata, il marito no. Alla fine abbiamo trovato un buon compromesso: sentiero breve in direzione del paese vicino, con ritorno lungo il fiume, poi in macchina verso i punti di maggior interesse. Sono belli questi Pirenei spagnoli, verdissimi e con paesi austeri costruiti intorno a piccole chiese romaniche. Qui d'inverno si scia, anche se di impianti di risalita ne abbiamo visti pochi e tutti fermi. Giornata di sole pieno. Un posto imperdibile? Saut Deth Pish: dieci chilometri di strada impossibile (curve strette, salita ripida, niente parapetti), poi una cascata e un'ampia valle con laghetto. Qualche famiglia con bambini ma perlopiù soli. A impedirci di distenderci troppo ci pensa la figlia, con la sua cronaca minuto per minuto del suo corso: londinesi sempre molto antipatici, ora sta decidendo su cosa girare un corto pubblicitario. In compenso il figlio è tanto se ci risponde al telefono.

mercoledì 10 agosto 2016

sui Pirenei spagnoli

a Cap d'Adge stamattina tirava un gran vento e non c'era modo di ripararsi dalla sabbia; non potendo stare stesi i nudisti passeggiavano sulla battigia come anime in pena. Quando si è fatto mezzogiorno abbiamo deciso che potevamo andarcene e dopo l'ultima baguette, ci siamo rivestiti e siamo usciti dalla stravagante cittadella. Tappa a Tolosa per vedere la cattedrale: mentre giriamo in cerca di un parcheggio per la macchina, vediamo quelli davanti a noi rifornirsi da due spacciatori; ovunque ci voltiamo ci sono arabi, negozi di kebab, donne con la testa coperta. La cattedrale romanica è bellissima, ma siamo un po' inquieti. Nella piazza del municipio una gran folla aspetta di salire sul trenino turistico; sul fiume chiatte e pittoresche abitazioni galleggianti. Prendiamo la via delle montagne: ci scordiamo l'afa, le dune assolate, le strade pedonali piene di gente, e sprofondiamo nel verde. Lungo i tornanti scoscesi s'incontrano eroici ciclisti. Paesi con le case tutte uguali (pietra e tetto spiovente) e chiese antiche. Ad Arties arriviamo in tempo per la cena (eccellente). Non si sente volare una mosca; il bum bum della spericolata vita notturna che imperversava nel luogo da cui proveniamo ora è solo un ricordo.

martedì 9 agosto 2016

Solo per sempre tua

l'esordiente irlandese Louise O'Neill è stata molto lodata per Solo per sempre tua, tradotto in italiano da Anna Carbone per la collana Hot Spot del Castoro. Si tratta di un crossover, un romanzo rivolto a un pubblico di adolescenti ma anche agli adulti interessati al tema. Siamo in un futuro imprecisato in cui, potendo determinare il sesso dei figli, non ci sono più bambine in giro e per garantire il futuro della specie bisogna fabbricarle. Assecondando il maschilismo imperante, le ragazze sono programmate in funzione del desiderio maschile: devono essere belle, magre, consenzienti ma non troppo, se no invece che nella categoria delle Compagne finiscono in quella delle Concubine. Protagonista di Solo per sempre tua è freida, una sedicenne molto agitata per la Cerimonia che incombe (la scelta delle compagne da parte dei giovani) e preoccupata per le stranezze della sua migliore amica isabel. Perché ho fatto una gran fatica a leggere le 365 pagine di questo libro? Perché tolta la cornice distopica, quello che racconta O'Neill è la storia di una rivalità tra ragazze tirata per le lunghe (freida che odia megan, megan che s'ingrazia frieda, frieda che si fa fregare da megan, mentre isabel resta sullo sfondo in attesa del colpo di scena finale...) e infarcita di descrizioni di quello che le ragazze si mettono addosso (per criticare l'ossessione per l'apparenza c'era bisogno di elencare tutte le tenute che si mettono giorno per giorno?), di come si truccano, di quello che mangiano (poltiglie orrende mentre il vero cibo lo vedono solo da lontano o quando vogliono farsi del male), di quello che vedono sui loro schermi (una specie di telenovela anche questa noiosa oltre misura). Insomma O'Neill non mi ha convinto. Limite mio, come dicevo all'inizio; ha convinto lettori e critica. 

videomaker a Londra

era partita carica di entusiasmo la figlia. Questa volta non si trattava del solito tentativo di imparare un po' di inglese a Londra, ma di una prova molto più impegnativa: un corso intensivo di tre settimane di Filmaking in una prestigiosa scuola di cinema. A metà della prima giornata il mio telefono era già rovente: tutti casi umani gli altri studenti, mi escludono, parlano a mille, devo fare un sacco di fermate di metro e poi camminare tantissimo. Unica consolazione le due amiche a casa con lei la sera. Alla fine del secondo giorno ci ha mandato la foto di una telecamerona e ha detto che girerà a pagamento per me: grandi progressi! Ha fatto amicizia con una ragazza di Ginevra, figlia di un musulmano e una svedese; a pranzo ha mangiato sushi con lei. Insomma crisi rientrata, per fortuna. Temevo seguisse le orme di quella cretina di sua madre, che al terzo giorno di corso di videomaker (a Roma, in italiano, e con un suo amico operatore come insegnante) si era ritirata. Lagnosa ma tenace la figlia.

Mia madre e altre catastrofi

l'invadenza della mamma yiddish è stata raccontata da molti scrittori e registi, mentre il ritratto di mamma sarda di Francesco Abate è una novità (del resto la signora, pur condividendo molti tratti delle madri della generazione passata, fa genere a sé). Abate ha costruito il suo libro attraverso una serie di dialoghi tra lui e sua madre, divisi per temi. Da "al mare" (di cui la mamma è una gran appassionata, peccato che si ostini a pagare due abbonamenti allo stabilimento invece di quattro e costringa i due bambini a figuracce con i bagnini); a "nelle patrie corsie" (gli ospedali sono luoghi molto frequentati dalla famiglia, ma lei non si fa abbattere dalle disgrazie e chiacchiera con chiunque a costo di trascurare i suoi parenti malati); a "l'eterno riposo" (la mancanza di diplomazia qui arriva a colpire la nipote, che non solo deve accompagnare la nonna al cimitero ma si sente anche dire che somiglia all'unica zia brutta). Onnisciente, burbera, incurante delle convenzioni, manesca, la mamma di Francesco Abate ha una grande arma a suo favore: il senso dell'umorismo. Mia madre e altre catastrofi si legge d'un fiato, diverte e fa anche pensare: "mamma ti abitua alle avversità della vita" è una bella battuta ma è anche una cosa che io ho sperimentato da piccola e che non sono stata capace di rifare da grande.

lunedì 8 agosto 2016

arrivo a Cap d'Agde

di spiagge naturiste ne abbiamo viste tante ma non eravamo mai stati in una città nudista (ad agosto a Cap d'Adge si arriva a quarantamila abitanti). All'ingresso bisogna mostrare un documento e pagare una tassa. Ci aspettava il nostro affittuario Frederick, un francese sorridente e di bell'aspetto. La casetta che occuperemo per due notti è minuscola e abbastanza indecorosa (gabinetto e doccia sono separati dal letto solo da una tendina), ma lui era molto fiero del vino rosè che ci aveva lasciato in frigo e sembrava mostrarci una reggia. Di corsa in spiaggia perché il caldo non dava tregua nonostante fossero già le quattro. Qui c'era proprio di tutto: tante famiglie con bambini (comprese le vecchie nonne, anche loro rigorosamente nude), tante coppie assortite in modo vario (coetanei; lui vecchio lei giovane; lei vecchia lui giovane) e acconciate in modo vario (mini parei trasparenti o con frange, monili in posti strani). Mare freddo, acqua trasparente. Ora andiamo a cena. La vicina è uscita di casa con un miniabito con due buchi al posto delle tette; il suo uomo era vestito di nero e aveva scoperto solo la faccia e la pelata. Forse due notti qui sono troppe.

domenica 7 agosto 2016

a Dolceacqua

alle quattro di mattina è suonata la sveglia della figlia. Poi di nuovo alle quattro e cinque, e a quel punto lei e la sua amica Giulia si sono decise ad alzarsi, a vestirsi e a raggiungere il tassista che le aspettava sotto casa per portarle a Ciampino. Noi due siamo partiti alle otto con più bagagli del necessario, potendo contare sul macchinone tutto per noi. La figlia è atterrata puntuale a Londra; ci ha mandato entusiasta le foto della casa in cui passerà tre settimane; poi, un po' meno entusiasta, si è messa con le amiche a pulirla perché si sono accorte che era sporchissima. Nel frattempo noi abbiamo attraversato mezza Italia senza un goccio di traffico. Alle due e mezza da Bordighera siamo saliti a Dolceaqua e abbiamo raggiunto il nostro agriturismo, una casetta in mezzo ai campi: il posto più silenzioso del mondo. Dopo esserci riposati, siamo andati a piedi in paese. Era ancora molto caldo, ma su al castello diroccato dei Doria tirava una bella aria e abbiamo trovato una signora francese che faceva da guida e sapeva tutto sulla storia del posto (peccato che avesse il vezzo di interrogare i presenti e di farmi sentire spaventosamente ignorante: perché il sale era così prezioso un tempo? Come si chiamava la regina austriaca che introdusse l'obbligo scolastico? Perché le case venivano costruite le une sulle altre?). Il ponte del quattrocento ricorda quello di Mostar che noi avevamo visto prima che fosse abbattuto dalla guerra. Gran bel paese Dolceacqua tra monti, fiume, vista del mare in lontananza e ottima la cena in piazza. Il figlio si gode la casa al mare senza adulti tra i piedi. Mi pare che siamo tutti e quattro felici e contenti.

sabato 6 agosto 2016

Euforia

quando Bankson vede per la prima volta Nell, è colpito dal suo aspetto esile e malandato, dal viso giallastro, dalle ferite, dalla caviglia instabile. Nuova Guinea, anni venti, vigilia di Natale: Nell è una famosa antropologa americana ed è antropologo anche suo marito Fen, così come Bankson, l'uomo che la coppia incontra prima di partire per l'Australia, dopo aver passato mesi presso un popolo violento e ostile. Bankson tre giorni prima ha tentato di suicidarsi; ora non vuole perderli (non lo sa ancora, ma soprattutto non vuole perdere lei, di cui si prende subito cura e con cui parla come se la conoscesse da sempre), li scongiura di restare in zona, promette di portarli da un tribù che li conquisterà. Ispirandosi alla storia vera di Margaret Mead, in Euforia (traduzione di Mariagrazia Gini, Adelphi), Lily King mette in scena un amore impossibile, fatto soprattutto di dialoghi appassionati sul proprio mestiere, sul desiderio di conoscere senza preconcetti l'altro da sé. Mentre l'australiano Fen è una sorta di avventuriero a caccia di fama, invidioso del successo della moglie, Bankson è un sensibile inglese sopravvissuto ai due fratelli (uno è morto in guerra, l'altro si è suicidato) e a un dispotico padre che voleva i figli scienziati come lui e disprezzava l'antropologia. Quando rivede Nell dopo sette settimane, Bankson la trova guarita ed euforica, perfettamente inserita all'interno dei Tam che sta studiando. È lui ora a cadere sotto i colpi della malaria. Si rivedranno; insieme a Fen elaboreranno una griglia sulle tipologie dei popoli e delle persone; in assenza di Fen, partito per una sconsiderata missione, avranno una manciata di giorni tutti per loro. Mi è piaciuto molto Euforia: il suo triangolo amoroso pieno di tensione, il suo scenario esotico, la sua ricostruzione di una dedizione totale alla ricerca sul campo. Ho letto che l'autrice è cresciuta in America divisa tra due famiglie, quella del padre e quella della madre dopo il divorzio di questi, tutte e due piene di figli e diametralmente opposte come principi e che questo ha sviluppato in lei il senso di osservazione. Deve essere un bel tipo Lily King. Anche lei a Mantova a settembre.

venerdì 5 agosto 2016

l'inizio delle vacanze

arriviamo alle nove e mezza di sera, troviamo i ragazzi a tavola: i miei due, il cugino, il fidanzato della figlia, l'amico teppista del figlio (ormai la definizione di amico teppista gli sta appiccicata addosso per i suoi trascorsi di risse e truffe: lui, con i suoi occhi azzurri, i capelli biondi, la faccia innocente da bambino, ci ride sopra). Stanno mangiando la pasta; per riflesso condizionato, appena mi vedono, mi chiedono "il secondo", come se potessi magicamente far apparire due bistecche, un piatto di formaggio, del pesce. Sono allegri e rilassati, ci tengono a dire che hanno pulito la casa. Il fornello presenta stratificazioni di sugo, i bagni sono in condizioni pietose, ovunque asciugami distesi. Spariscono presto per le loro attività notturne. Io dormo male, non li sento rientrare. Alle sei vedo un messaggio del figlio, dormiamo da Tommi. Vado presto a comprare il pesce e trovo un sacco di gente. Papà mi chiama per organizzare il trasporto della sua amica Anna alla stazione. Sulla spiaggia gli ombrelloni sono aumentati a dismisura. Mi godo la mia mezz'ora di libro lettino e solitudine. È agosto il più crudele dei mesi.

giovedì 4 agosto 2016

La strada verde

il libro di Anne Enright non l’ho letto in inglese, ma nella traduzione di Alessandro Achilli che Bompiani mi ha mandato in anteprima (La strada verde esce a fine agosto e l’autrice a Mantova sarà tra i miei intervistati). Mi sono subito appassionata alle vicende dei Madigan. Uno schema molto classico: si parte dal 1980 nell’idilliaco paesaggio di Limerick in Irlanda nel periodo di Pasqua (crisi alla notizia che uno dei fratelli, Dan, vuole farsi prete) e si ritorna a Limerick nel 2006 per un Natale tutti insieme prima che la madre Rosaleen venda la casa di famiglia. Nel primo episodio c’è Hanna che a dodici anni va in farmacia a prendere le medicine per la madre che si è buttata a letto disperata, e poi con il padre dalla nonna che le fa tenere in mano un galletto sgozzato. Nel 1991 troviamo Dan a New York, intento a godersi un amore  gay con Billy, mentre intorno a loro si muore di Aids (le pagine meno convincenti del romanzo). Come mi ero rivista nel ribrezzo di Hanna per il galletto (reminiscenze di un’estate in Molise), ho sofferto con Constance, la sorella maggiore che va a farsi una mammografia  nel 1997: il marito ha fatto finta di non ricordarsi dell’appuntamento, lei simpatizza con una tipa che conosce nella sala d’attesa, e alterna brutti pensieri con la preoccupazione per quello che metterà in tavola la sera (a un certo punto prova persino “il bruciante desiderio” che il nodulo sia maligno). Nel 2002 siamo con Emmet, l’altro figlio, in Mali, alle prese con i problemi degli africani, una fidanzata un po’ sciroccata e il cane randagio che lei vuole proteggere a tutti i costi. Ma la vera protagonista del romanzo è Rosaleen, la terribile madre in cui ogni figlio vede il riflesso del proprio fallimento. Nel fantastico finale Rosaleen esce di soppiatto di casa la sera di Natale e si dirige nei luoghi del suo fidanzamento, rischiando di morire assiderata.  Aprendo squarci su momenti diversi Anne Enright racconta il logorarsi dei legami familiari (tutti danno sui nervi a tutti, ognuno vorrebbe il proprio fratello fermo all’età di otto anni) e la miscela di affetto ed esasperazione per ci ha voluto bene  nel modo sbagliato. Ma quanto sono bravi gli scrittori irlandesi.

mercoledì 3 agosto 2016

Among the Ten Thousand Things

cominci a leggere Among the Ten Thousand Things  di Julia Pierpont, esordiente americana laureata in scrittura creativa alla New York University e pensi, la solita storia americana di un matrimonio che cade a pezzi dopo un prolungato tradimento da parte del marito. Quello che interessa a Pierpont però è il modo in cui la vendetta dell’amante abbandonata si ripercuote sui due figli della coppia e quindi su Deborah, la moglie, che aveva scelto di far finta di niente. Un pacco ben confezionato contenente le compromettenti  mail erotiche di Jack e indirizzato a Deborah viene consegnato dal portiere del palazzo alla undicenne Kay. Questa lo apre, ne resta sconvolta e le mostra al fratello Simon che ha quindici anni, è tutto preso dalle sue trasgressioni (ragazze, fumo), e viene colto da un odio profondo verso il padre (qualche giorno dopo in ascensore annuncia a una vicina che i suoi stanno per divorziare). Stretta tra l’infelicità dell’introversa Kay che si mette a scrivere dialoghi a sfondo sessuale e l’aggressività di Simon, Deborah parte per Rhode Island con i ragazzi. La seconda parte del romanzo ci racconta per brevi capitoletti il futuro della famiglia e quando, nella terza parte, riprendiamo a seguire la vita quotidiana dei quattro tutto appare in una luce diversa, più vivida, come se sapere il finale conferisca tragicità a eventi di per sé ordinari. Deborah cerca di intrattenere i figli, Simon conosce Teagan e si infila nel suo letto, Kay si sente ancora più abbandonata e tradita e intanto Jack va in Arizona, invitato da un college… Pierpont esplora dall’interno i sentimenti dei suoi personaggi, restituendo con dolorosa intensità le dinamiche familiari: l’inadeguatezza che si prova da madre a fronteggiare adolescenza e preadolescenza; la solitudine di una non più bambina; l’egoismo di un maschio in pubertà; la superficialità di un cinquantenne di successo. Chiudi il libro con addosso un’infinita tristezza e stenti a credere che tutto questo non sia capitato proprio a te. In italiano il libro s'intitola Tra le infinite cose e l'ha tradotto Carlo Prosperi per Mondadori.

martedì 2 agosto 2016

Gli ospiti paganti


Gli ospiti paganti, il romanzo di Sarah Waters pubblicato da Ponte alle Grazie nella traduzione di Leopoldo Carra, si apre con la protagonista Frances che accoglie Leonard e Lilian, la giovane coppia a cui lei e la madre hanno deciso di cedere metà della loro casa perché non erano più in grado di sopportarne le spese. Waters ci descrive il senso d’invasione provato dalla ventiseienne di buona famiglia di fronte alla paccottiglia che si portano dietro il perito di assicurazioni e sua moglie, e ai loro modi cordiali. Siamo nel 1922 nella Londra ancora devastata dai postumi della guerra e Frances, con tutto il suo snobismo, appare subito un personaggio estremamente moderno per la lucidità delle sue riflessioni, la sua indipendenza di giudizio, la sua schiettezza. Nei giorni successivi il fastidio nei confronti di Leonard, del suo modo di fischiare, di sbadigliare, di chiacchierare cresce, mentre la padrona di casa scopre di essere attratta dalla prorompente fisicità della sua inquilina. Le due escono a fare un picnic, parlano di Anna Karenina, si acconciano i capelli, si scambiano confessioni (Lilian ha sposato Leonard solo perché era rimasta incinta e poi ha perso il bambino; Frances amava Christina ma ha rinunciato a lei per restare vicina alla madre vedova e non destare scandalo). La passione fisica tra loro divampa e così si chiude la prima parte del romanzo. Nella seconda la situazione precipita e nella terza parte ci troviamo di fronte a un romanzo processuale. Sarah Waters è molto brava a raccontare le varie fasi dell’amore tra donne e a curare l’ambientazione storica dei suoi libri (finora ha spaziato dall’età vittoriana agli anni quaranta); la fase delitto e castigo con il susseguirsi di sorprese mi ha coinvolto un po’ meno.

lunedì 1 agosto 2016

La vedova

giornalista in pensione, Fiona Barton ha scritto un romanzo giallo di grande successo, La vedova (tradotto in italiano da Carla Palmieri per Einaudi). Il libro ruota intorno alla figura di un pedofilo e al caso di una bambina rapita. Barton mette in scena quattro personaggi principali: la vedova (del pedofilo), la giornalista, l’ispettore, la madre (della scomparsa). Capitoli brevi, ritmo serrato, molti dialoghi, poche descrizioni. Jean, la vedova, è la figura più ambigua; la incontriamo all’inizio, assediata dai giornalisti, dopo che il marito, principale indiziato per il rapimento di Bella, è morto sotto un autobus. Pressata da Kate, giornalista d’assalto, capace di far parlare anche i sassi, Jean rievoca in una lunga intervista il suo incontro con Glen, sposato a soli diciannove anni per i suoi modi distinti e le sue scarpe eleganti. Mentre Jean un po’ parla, un po’ si ritrae, Barton salta indietro di quattro anni e ci racconta attraverso gli altri personaggi della piccola Bella che giocava in giardino mentre la sua svampita madre single Dawn era in cucina e delle indagini dell’acuto Sparks, che mette tutto se stesso in questa ricerca. Glen viene arrestato perché il suo camion è stato visto nei pressi del luogo del rapimento, perché ha perso il lavoro in banca per la frequentazione di siti pedopornografici, perché i poliziotti lo hanno attirato in una chat in cui si è vantato di aver preso una bambina con il nome che iniziava per B. Un abile avvocato lo fa scarcerare per mancanza di prove, ma da quel momento la moglie comincia a nutrire dei dubbi; lui reagisce coinvolgendola, giocando sulle sue debolezze come l’assillante desiderio di maternità. Ma lei non è così sprovveduta come lui la crede. Acuto ritratto dell’ossessione moderna per la cronaca nera, soprattutto se riguarda i minori, e del lavoro sporco dei giornalisti che si combattono a colpi di scoop, il libro di Fiona Barton si fa apprezzare anche per il suo humour sottile (fantastici i dialoghi tra l’ispettore e la moglie Eileen, rassegnata a passare sempre in secondo piano rispetto ai problemi del marito).