venerdì 12 agosto 2016

Dolore

leggendo Dolore, l'ultimo romanzo di Zeruya Shalev (tradotto da Elena Loewenthal per Feltrinelli) sono rimasta fino alla fine con il fiato sospeso anche se tutto è questo romanzo tranne un giallo. Un po' come nel mio amato Yehoshua (a cui Shalev somiglia sempre di più di libro in libro) c'è qui una tensione crescente, che riguarda la protagonista e le sue scelte. Mentre ero in macchina, in piscina, in bicicletta continuavo a chiedermi: Iris lascerà suo marito Michi per tornare con Eitan, che era stato il suo grande amore a diciassette anni e l'aveva lasciata facendola soffrire tantissimo ma ora che l'ha rincontrata la vuole con tutto se stesso? E Alma, la figlia di Iris, riuscirà a liberarsi dal suo orribile guru, che la fa lavorare gratis nel suo ristorante e le dice che per liberarsi deve andare ogni sera a letto con un ragazzo diverso? Shalev mette in scena una famiglia normale che vive a Gerusalemme: madre, padre, due figli; immagina per Iris un lavoro appassionante e impegnativo di preside e un corpo devastato in seguito all'esplosione di un autobus con sopra un kamikaze a poca distanza dalla sua macchina. Il dolore fisico provato allora si riacutizza all'improvviso dieci anni dopo: andando a farsi visitare Iris si trova davanti Eitan, che è diventato medico; il dolore di Iris dopo l'incidente e l'incapacità di interagire con i propri familiari forse è alla base dello squilibrio di Alma, che in un'età difficile non si è sentita vicina la madre. La capacità di Shalev di mescolare dramma e umorismo (i suoi personaggi hanno la capacità di vedersi dall'esterno, di giudicarsi e di trovarsi ridicoli anche nei peggiori frangenti) mi conquista. Non faccio la preside, non ho il corpo pieno di viti e bulloni, non ho passato la vita a rimpiangere l'amore dei diciassette anni, mia figlia per ora non ha mai ceduto alle lusinghe di un uomo manipolatore, ma Iris sono io. Brava Zeruya.

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