giovedì 25 agosto 2016

Giorni selvaggi

“il surf mi offriva una protezione fantastica dal conflitto bellico – una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. E il suo scollamento dal lavoro produttivo, in quella sua inutilità quasi illegale, già riusciva a esprimere tutto il dissenso verso il mondo”: in Giorni selvaggi, Una vita sulle onde, William Finnegan  ricostruisce la sua passione per le onde, nata alle Hawaii, quando era un bambino al seguito della famiglia (il padre faceva il direttore di produzione di un programma radiofonico trasmesso da lì) e cresciuta con il tempo in maniera esponenziale. Una volta entrato nella tribù dei surfer, Finnegan non ne esce più. Rincorrere in tutto il mondo l’onda migliore, sacrificarle amori, amicizie, studi, diventa per lui un’abitudine consolidata. Da Honolulu alla California, dalle Fidgi a Città del Capo, da San Francisco a Madeira, sperimentando nuove tavole, nuovi compagni di avventura, nuovi rischi, nuovi momenti di esaltazione. Sullo sfondo (ma molto sullo sfondo) l’America degli anni sessanta, lo spirito libertario e pacifista, le droghe, la facilità a trovare lavori di pochi mesi o anni, di mollare tutto e ripartire (ma tra un’onda e l’altra Finnegan si costruisce anche una solida carriera di inviato di guerra e poi di giornalista del New Yorker). 496 pagine di descrizioni anche molto tecniche di surf hanno messo a dura prova la mia perseveranza di lettrice (quanto avrebbe giovato al libro una bella sforbiciata?); agli americani è piaciuto molto e gli hanno dato il Pulitzer per il miglior memoir. Per tradurlo ci si sono messi (faticosamente, immagino) in tre: Fiorenza Conte, Mirko Esposito e Stella Sacchini; la casa editrice è 66THAND2ND; Obama, che conosce l’autore, si è portato Giorni selvaggi in vacanza. 

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