mercoledì 31 agosto 2016

Il nostro riparo

è bellissima la prima parte del romanzo della canadese Frances Greenslade, Il nostro riparo (traduzione di Elvira Grassi, Keller). Nella natura selvaggia della British Columbia degli anni settanta Maggie vive con la sorella maggiore Jenny, il padre boscaiolo e la madre in una casa primitiva in cui l’elettricità va e viene e si cucina sopra la stufa. Tanto Jenny è radiosa, quanto Maggie è cupa (come mi sono rivista in questa bambina di dieci anni  assillata da tristi premonizioni). Maggie ha un rapporto speciale con il padre, che la porta nei boschi e le insegna a costruire capanne. Intorno a loro scarsi vicini, per lo più indiani. Il padre muore sotto una catasta di tronchi; la madre, una donna bella ed energica che non ha paura di niente, si mette a cercare un lavoro e un posto in cui stare insieme alle figlie. Finisce per lasciarle dagli Edwards, una coppia di amici del marito. Appena entrata a casa di questi, Maggie nota centrini che sembrano fatti all’uncinetto ma sono di plastica, fiori profumati ma finti, portarotoli della carta igienica decorati e le sembra che persino i copriletti sintetici parlino dell’infelicità e della vulnerabilità della donna che le deve ospitare. L’abilità di Greensdale sta nel creare, attraverso gli occhi dell’io narrante, Maggie, un clima di tensione che fa temere sempre il peggio al lettore. Insomma: che il padre muoia all’improvviso, che la madre non torni più dalle figlie e che Jenny resti incinta a quindici anni risultano alla fine disgrazie quasi accettabili rispetto a quanto ci si aspetta possa capitare alle protagoniste. La seconda parte del romanzo in cui Maggie segue le tracce della madre scomparsa e riesce a ricostruire la sua storia con Emil, l’uomo amato prima del matrimonio, è appena più fragile della prima. Eraldo Affinati ha parlato per questo libro di un incrocio tra Emily Brontë e Mark Twain e mi pare che abbia proprio ragione. 

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