martedì 30 agosto 2016

Il re dell'uvetta

“intendo fare quel che mi piace, viaggiare dove desidero e studiare quello che voglio”: belli i proponimenti del ventisettenne Gustav Eisen e ben ha fatto lo scrittore svedese Fredrik Sjöberg a ricostruirne il percorso di vita nel libro Il re dell’uvetta pubblicato da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari. In effetti Eisen, morto nel 1940 a novantré anni, quello che gli piaceva lo fece eccome, e gli piacevano tantissime cose. Ebbe una delle più belle collezioni naturalistiche d’America, fu pittore, trovò (o fece credere di aver trovato) il calice del Sacro Graal, creò il Sequoia National Park, insegnò zoologia, coltivò uvetta su larga scala (di qui il titolo), scrisse racconti, collaborò al libretto di un’opera lirica, divenne un affermato storico dell’arte, studiò la scrittura cuneiforme, s’interessò  di occultismo…  Di Eisen, una specie di Leonardo da Vinci dei nostri tempi, non si ricorda più nessuno per varie ragioni: morì nel 1940 in piena guerra mondiale, nessuno dei suoi amici era più in vita, non ebbe figli, ripartiva sempre da capo. Per Sjöberg viaggiare per l’America sulle sue tracce, consultare ogni possibile fonte, contattarne i discendenti, è un modo per raccontare se stesso, rispecchiandosi in un alter ego un po’ troppo solitario ma pieno di fascino. Così mentre ci parla di Eisen, Sjöberg divaga: ora rievoca l’amico dei tempi del liceo, ora spiega il proprio amore per gli alberi nato sui testi di Astrid Lindgren, ora prende le distanze dai fanatici dell’ambientalismo e da qualunque tipo di fideismo…   Sjöberg vive in un’isola sperduta al largo di Stoccolma con moglie e figli, aveva una splendida collezione di mosche e l’ha venduta molto bene alla Biennale di Venezia: ha tutta l’aria di aver raccolto la lezione di Eisen su come impostare la propria vita.

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