venerdì 30 settembre 2016

all'accademia ungherese

stasera all'Accademia ungherese di Roma si presentavano gli ultimi due libri di Magda Szabó appena ripubblicati in italiano. Così ho potuto intervistare Gèza Tasi, il figlioccio della scrittrice, l'uomo che le è stato accanto in vecchiaia (lei è morta nel 2007 a novant'anni). Grande, grosso, con una vistosa collana al collo, teneva le manone intrecciate dall'imbarazzo, lo sguardo proteso verso l'editrice che traduceva le sue parole. Parlando di Szabó si è sciolto. Ha descritto il grande amore che lei provava per la scrittura (l'unica cosa che le preferiva era la lettura), il legame con la sorella morta prematuramente, la forza di carattere (a suo parere dovuta alla rigida educazione ricevuta dalle insegnanti). L'autobiografia si è fermata al primo volume; nel secondo mai scritto, ha raccontato, Szabó voleva parlare del suo periodo viennese, conclusosi bruscamente con l'Anschluss, e del suo incontro con Tibor, sposato con slancio. Si è lanciato persino sull'aneddoto buffo del ex fidanzato austriaco che a fine guerra bussa alla sua porta sperando di trovarla ancora libera. Gran bel palazzo quello dell'Accademia ungherese e non potevo sperare in un'accoglienza migliore.

giovedì 29 settembre 2016

le mie paure

ieri ero così stanca per essere andata e venuta dalla casa di Goethe e per lo stress da telecamera che mi ero dipinta il più fosco degli scenari: lo scrittore innervosito per la mia imperizia tecnica e insoddisfatto del risultato finale dell'intervista (mi preoccupava in particolare il rumore di fondo che veniva da via del Corso e che temevo coprisse la sua voce) scriveva al mio direttore, lamentandosi del tipo di persone mandate in giro dalla rai. Praticamente nella mia testa ero già stata licenziata. Quando ho letto la mail in cui lo scrittore mi ringraziava e mostrava di aver apprezzato la mia sintesi del suo libro ho fatto fatica a credere ai miei occhi. Quasi quasi ci sono rimasta male.

La vita non è il male

all’origine del libro La vita non è il male di Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa c’è il desiderio di evidenziare le tracce del bene nel mondo contemporaneo, nelle testimonianze storiche, nella letteratura, nel cinema. La loro è quasi un'indagine poliziesca, fatta mettendo insieme indizi perché il male “ha più risonanza del bene, o così pare, ed è comunque più facile da raccontare”.  Dal discorso di Jens Stoltenberg, il capo del governo norvegese, dopo la strage di ragazzi nell’isola di Utoya (dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro), alle pagine di Hetty Hillesum (anche se i singoli scompariranno, bisogna trasmettere il senso della forza dell’umanità), dal coraggio di Sophie Scholl che si oppone insieme ai suoi amici al nazismo (da lei pubblicamente definito la più abominevole tirannia che il nostro popolo abbia mai sopportato) al “sogno ragionevole” di Giulio Regeni di conoscere il mondo che ama, dal romanzo Vita e destino di Vasilij Grossman al film Uomini di Dio di Xavier Beauvois ai molti altri esempi di resistenza alla crudeltà e all’oppressione dell’uomo sull’uomo: ad essere tracciato in questo libro è un percorso di speranza nel futuro dell’umanità. Per sterminare il nemico bisogna deumanizzarlo: il Novecento ci ha dato innumerevoli esempi di questo fenomeno (ebrei come topi, tutsi come scarafaggi, uomini ridotti ad animali da trasporto nei gulag). Il terrorismo dell’Isis ha fatto un salto ulteriore: siamo tutti suoi nemici, si colpisce nel mucchio. È di Franco Marcoaldi l’immagine di granelli di sabbia che librandosi nel vento inceppano il meccanismo feroce e onnipresente del maligno: in La vita non è il male Caramore e Ciampa raccolgono questi granelli; per andare avanti è da qui che bisogna ripartire. 

mercoledì 28 settembre 2016

l'intervistatrice negata

arrivo  alla casa di Goethe a via del Corso, dove ho appuntamento per un'intervista con Mario Fortunato, con i miei soliti venti minuti di anticipo. L'idea era quella di sistemare cavalletto e cinepresa prima del suo arrivo, ma mi lasciano in piedi all'ingresso. Lui è puntualissimo e la direttrice ci accompagna al piano di sopra in biblioteca. E' luminosa e silenziosa: perfetta. Accendo la telecamera e vedo con orrore che ho scordato la tesserina su cui registrare. Basterebbe cambiare l'impostazione del menù, ma non so come si fa. Chiamo il marito, come sempre quando ho un'emergenza tecnologica, e lui ci prova a darmi indicazioni, solo che io non riesco a seguirle. E' la seconda volta che mi capita di intervistare Fortunato e la seconda volta che la telecamera s'imbizzarrisce. Sono sfatta e alle quattro e mezza ho l'appuntamento con Gazzaniga. Farfuglio le mie scuse a Fortunato, riprendo la via di casa. Mio figlio ci mette un secondo a ripristinare la telecamera. Ora dovrei essere pronta per le due interviste, una qui e una di nuovo alla casa di Goethe, ma mi sa che svengo prima.

lunedì 26 settembre 2016

Non devi dirlo a nessuno

genovese, poliziotto-scrittore, nato nel 1976, Riccardo Gazzaniga nel suo blog omonimo accanto alla sezione Ne parlano bene, ospita anche quella Ne parlano male e già per questo mi sta simpatico: quando vuoi saperne di più su un libro non ti interessano solo gli elogi.  Non devi dirlo a nessuno, il suo secondo romanzo pubblicato da Einaudi, ha molti pregi, e qualche difetto di trama e di scrittura. Proverò a elencare gli uni e gli altri. Come ogni romanzo di formazione che si rispetti, Non devi dirlo a nessuno racconta l’uscita di un tredicenne dal mondo dell’infanzia. Nello spazio di un’estate Luca scopre il sesso (anche se solo in forma di autoerotismo ispirandosi a fanciulle di carne con i vestiti addosso e a fanciulle discinte sulle riviste), vede collassare la sua famiglia (le lezioni di cucina frequentate dalla madre si rivelano solo una copertura) e assiste a un efferato omicidio (e questa è la parte che mi ha convinto meno). In vacanza come tutti gli anni nel piccolo paese di Lamòn, Luca gioca a calcio, va in bicicletta con il fratello minore, muore di invidia per il prestante Samuele e la sua moto, prova l’emozione delle prime uscite serali, ruba un giornaletto porno e ne fa un uso intensivo, s’innamora della bella Chiara e si lascia baciare dalla bruttarella Marica. Gazzaniga restituisce le sensazioni di un ragazzino nell’era pre internet e l’esperienza delle estati al paese  dove ci si sente “foresti” e un po’ si prova orgoglio per questo e un po’ si vorrebbe invece essere come chi vive lì tutto l’anno è descritta in modo vivace e realistico (bella la digressione sulla varietà delle bestemmie inventate dai lamonesi). Anche la storia del matto del paese (l’ex muratore che, accusato di aver fatto sparire un bambino, si nasconde nel bosco) funziona, così come il conflitto strisciante tra il padre, tutto preso dal suo lavoro di magistrato, e la madre che non lo sopporta più. A un certo punto del romanzo Luca si convince di aver individuato l’evaso che vuole vendicarsi di suo padre e mobilita i suoi coetanei in una caccia all’uomo che si rivelerà un buco nell’acqua. Andava bene così: a formarci non sono solo i Grandi Accadimenti, bastano anche le false piste, il lavoro della nostra immaginazione. Invece Gazzaniga fa vivere in extremis al suo protagonista una spaventosa aggressione poco in linea con il tono della narrazione. Anche la scrittura ogni tanto deborda: il Gazzaniga di oggi che rievoca la fine degli anni ottanta si sovrappone al Luca che quegli anni li sta vivendo, infarcendo il libro di informazioni non sempre finalizzate al racconto. Quello che conta al di là di qualche difetto, è la capacità di aderire al mondo di un adolescente e su questo a Gazzaniga non c’è nulla di dire.

Per Elisa

uscito nel 2010 per le edizione Anfora, il primo (e ultimo, perché la scrittrice non ebbe il tempo di completare la progettata trilogia) volume dell’autobiografia di Magda Szabò  Per Elisa, viene ora da loro ristampato sempre nella traduzione  di Vera Gheno. Per gli appassionati della scrittrice ungherese è un libro imperdibile e anche chi non conosce i suoi splendidi romanzi (da La porta a L’altra Eszter a La ballata di Iza) non può che restare affascinato dal racconto di un’infanzia così particolare (si fa solo fatica con la lingua, che appare un po’ opaca, invecchiata come la Szabò  che quando lo scrisse aveva ottantacinque anni). Magdolna, la protagonista, impara a scrivere a tre anni e parla in latino con il padre, un colto consigliere comunale che avrebbe voluto dedicarsi agli studi classici invece che giuridici. A sua volta la madre è una pianista frustrata che ha ripiegato sull’insegnamento; i genitori si danno il turno al capezzale della bambina per raccontarle storie. Lei va pazza per l’omerico Achille ed è più a suo agio tra gli eroi dell’epica che tra i suoi coetanei. L’evento centrale del romanzo è l’arrivo in casa di Celi, “un’orfana del Trianon”, cioè una bambina a cui sono stati uccisi i genitori in seguito alla perdita di ampi territori da parte dell’Ungheria. Il padre di Magdolna decide di adottare l’orfana e la prima reazione della figlia di cinque anni alla vista dell’estranea che usurpa i suoi privilegi è molto violenta: urla fino a terrorizzarla e solo quando Cili si spoglie dei nuovi vestiti e tenta una fuga la pietà ha il sopravvento. A scuola Magda sarà sempre la guastatrice, quella che sfida i professori con la sua cultura e il suo spirito critico e Cili, la creatura vezzeggiata e coccolata nonostante risultati mediocri, ma questo non incrinerà il rapporto molto saldo che si instaura tra le due sorelle (che leggendo Via col vento s’identificano una nel ruolo di Rossella e l’altra in quello di Melania). Szabò racconta la scuola e le sue turpitudini (il nonnismo delle ragazze grandi che costringono le piccole a definirsi “trippa di capretta” per non essere picchiate; le insegnanti ostili alla libertà di pensiero) e poi racconta i primi amori suoi e della sorella. Mentre Magdolna spasima per un fascinoso insegnante che si dà molto da fare fuori dal suo matrimonio, Celi s’innamora riamata di Textor, un ventunenne aspirante medico, anche lui orfano. Textor ha sottoscritto un patto con il ricco macellaio che lo mantiene agli studi: deve sposarne la figlia. Celi con il cuore spezzato, a soli diciotto anni, accetta la proposta di matrimonio di Gianni Tonelli, un cinquantenne direttore d’orchestra italiano. È un libro che lascia in sospeso il lettore Per Elisa: Magda, dopo la maturità, è in partenza per Vienna ed è infatuata del suo commissario d’esame; di Cili sappiamo che morirà giovane e che prima conquisterà l’affetto della difficile suocera italiana. Venerdì il libro viene presentato insieme a Il momento (anche questo una riedizione) all’Accademia Ungherese di Roma. Ci sarà anche il figlio di Magda Szabò.

Frantz

Anna (Paula Beer, bella e bravissima: parla con lo sguardo) va ogni giorno sulla tomba di Frantz, l’uomo che doveva sposare e che è morto in guerra. Siamo in un piccolo paese tedesco nel 1919. Orfana e senza soldi, Anna vive con quelli che dovevano diventare i suoi suoceri, un vecchio dottore con il cuore spezzato per la perdita dell’unico figlio e la moglie, che con la sua dolcezze ne mitiga il brutto carattere. Sulla tomba compare un giovane francese con i baffetti: è Adrien, e anche lui piange Frantz. La famiglia del defunto lo accoglie commossa: lui racconta particolari della loro amicizia e loro lo riempiono di attenzioni. Anna sente sciogliersi il grumo di dolore che le cresceva dentro, Adrien è così simile a Frantz nei gusti e nella sensibilità… La pace tra tedeschi e francesi è troppo recente e Adrien si accorge di non essere benvoluto in Germania, ma non è questo a turbarlo, prima di partire decide di rivelare ad Anna il suo segreto. Frantz, il film di François Ozon parla dell’uccidere in guerra, del fatto che spari a un coetaneo che non ti ha fatto niente e che in un altro contesto poteva essere il tuo migliore amico; parla di paesi distrutti e di uomini mutilati senza un perché; parla dell’ambiguità del perdono che cancella i peccati (una volta ottenuto che ne è della colpa?); parla di amore e di convenzioni, di donne compassionevoli e di donne spietate (gli uomini più rozzi, si lasciano pilotare sul piano sentimentale). Emozionante, travolgente Ozon.

domenica 25 settembre 2016

le domande di Ada

al mare con clima ancora estivo insieme a Elena e Michele, e a Eleonora e Giorgio con la loro bambina, Ada. Nove anni, una voce acuta, un'energia travolgente e soprattutto una grandissima curiosità nei confronti degli adulti. Ai miei figli da piccoli le dinamiche dei grandi non interessavano per nulla e anche io, da bambina, mi sentivo su un altro pianeta, e non li scrutavo se non nel tentativo di sottrarmi alla loro attenzione. Ada no, Ada, figlia unica con genitori non molto giovani, con i grandi ci sguazza e non ha nessun timore reverenziale. Per prima cosa le piace avere il quadro delle relazioni amorose, lui è tuo marito, ha chiesto a Elena (e quando lei ha risposto magari, e chiedi la stessa cosa a Michele, Ada si è inorgoglita di aver toccato un punto sensibile). A mio marito ha chiesto se avesse cinquantotto anni (aveva capito in un istante la sua delicata relazione con gli anni che passano?). A me, che sono poco amante del contatto fisico, mi si è spalmata addosso con la scusa della paura dei pesci. Più che una bambina Ada sembra un folletto: compare dove non te l'aspetti, ti trascina a suo piacimento e ti legge dentro come se fossi un libro aperto.

venerdì 23 settembre 2016

se anche Viviana perde l'entusiasmo

ogni cinque-sei mesi ci vediamo a cena con Marina e Viviana. Marina, che è ancora giovane, ieri sera sprizzava gioia da tutti i pori: il programma in cui lavora ha ora un'edizione mattutina in cui viene coinvolta tutta la redazione, lei è molto disinvolta davanti alle telecamere e molto apprezzata dalla conduttrice. Viviana torna a lavorare tra una settimana perché ha il part time verticale; il pensiero di tornare alla sua scrivania raddoppiando gli sforzi, senza nessun avanzamento di carriera, né di soldi la getta nello sconforto. Sentire da Viviana le stesse lamentele che ascolto ogni giorno in Dear dai miei amici mi ha sconcertato; fino a qualche anno fa il suo atteggiamento era quello di Marina. Per fare contenta Viviana ci vorrebbe pochissimo, il giusto, il riconoscimento dei suoi sforzi. Ieri diceva, se andassi a fare la segretaria dalla dottoressa dei miei figli, guadagnerei come in rai e avrei più tempo libero. Che posto è quello che alla lunga mina ogni entusiasmo?

Noi tre

una sera dei primi anni ottanta nel giardino di una villa romana in cui si svolge una festa Mario Fortunato incontra Pier Vittorio Tondelli. Si ritrovano seduti su due sedie a sdraio nella semioscurità. Fortunato nota che Tondelli è più alto di lui di almeno venti centimetri e lo invidia per l’altezza che lo rende visibile senza fare alcuno sforzo (scoprirà poi che l’altro invidia lui per il fatto di essere piccolo di statura e di non attirare l’attenzione). Il libro di Mario Fortunato, Noi tre (Bompiani) è un ode alla diversità e all’amicizia (il terzo evocato nel titolo è Filippo Betto), è il romanzo della giovinezza, è l’epitaffio per chi è scomparso anzi tempo, è l’espressione del rimorso per i gesti mancati, è il ricordo di momenti felici vissuti nell’inconsapevolezza di ciò che sarebbe venuto, è la riproposizione in chiave italiana della triade Isherwood, Spender, Auden.  Fortunato rievoca le serate e le vacanze passate con Pier e con Filippo o con tutti e due, le chiacchiere alcoliche, le confessioni reciproche, le omissioni, le iniziative letterarie portate avanti insieme o separatamente, gli sgarbi involontari (tutti e tre legati dall’amore per i libri, evitano di far leggere in anteprima i loro scritti agli amici, non si recensiscono, si offendono e poi fanno pace).  Mai nominato direttamente, aleggia nel libro lo spettro del famoso acronimo “che andava pazzo per i giovani di talento”: Fortunato racconta con intatto dolore la propria cecità di fronte alla malattia contratta da Pier a New York. Sincero fino alla spudoratezza, per nulla consolatorio, Noi tre ribadisce il perdurare degli affetti e l’intensità del lutto.

giovedì 22 settembre 2016

Le ragazze

tradotto in trentacinque paesi, in vetta alle classifiche in America, Le ragazze, opera prima di Emma Cline, ora ventisettenne, arriva in Italia da Einaudi nell’ottima traduzione di Marina Testa. Al centro del libro c’è un massacro in una villa californiana alla fine degli anni sessanta (ispirato alla strage compiuta da Charles Manson), ma ciò che sembra stare veramente a cuore all’autrice è la condizione femminile e in particolare la condizione delle adolescenti nel passato recente e anche oggi. Evie, la sua protagonista, si mantiene facendo la badante e in un momento di disoccupazione si riposa nella casa al mare di un amico. L’arrivo improvviso di Julian, il figlio dell’amico, con la sua ragazza Sasha, turba la pace di Evie. Quando capisce chi è Evie, Julian è molto eccitato. La narrazione continua su due piani: Evie ci racconta il fatto che l’ha resa tristemente famosa nel 1969, quando aveva quattordici anni, e insieme descrive la sua breve convivenza con la giovane coppia. La scrittura di Cline ha un assoluto nitore: i suoi aggettivi accendono i sensi del lettore. Qualche esempio: “gli hamburger sulla griglia producevano uno sfrigolio annoiato e umido” “i capelli croccanti di tinta comprata al supermercato” (viene in mente David Lynch e comunque, lo ripeto, Martina Testa è bravissima). Ma veniamo a Evie e all’estate che le cambia la vita. La nonna è stata un’attrice famosa e la famiglia campa con i soldi da lei accumulati; il padre se n'è andato via con la segretaria, la madre porta a casa fidanzati improbabili; entrambi i genitori sono insoddisfatti della figlia perché la ritengono “una ragazza qualunque”. Evie dovrà continuare gli studi in un collegio, per ora si annoia insieme a Connie l’amica grassottella che non sa vestirsi (in realtà a Evie di Connie non importa niente, è suo fratello Peter a cui punta, piacergli è la sua massima aspirazione). Poi Evie vede tre ragazze che si aggirano “fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua”. È  colpita soprattutto da quella alta con i capelli neri: scopre che si chiama Suzanne, ha diciannove anni, vive con altre in una squallida comune dominata da un certo Russell, musicista fallito. Evie molla Connie e si appiccica a Suzanne. Per amor suo subisce qualsiasi cosa: i palpeggiamenti di Russell, i vestiti sporchi da condividere, il cibo orribile, lo stordimento da droga, le bugie, i furti, persino una tristissima orgia a casa di Mitch, il musicista a cui il guru offre le sue ragazze sperando in un contratto discografico.  Quando Mitch non mantiene le promesse, Russell pianifica una vendetta e la cosa assume proporzioni inaudite. Il punto, come accennavo all’inizio, non è la strage, è lo stato d’animo di Eve quell’estate, la sua spaventosa disponibilità a fare qualunque cosa per sentirsi accettata. Cline, che quando ha scritto, era ancora una ragazza, denuncia cosa voglia dire avere quattordici anni e zero fiducia in sé perché si è femmina e si dipende dal giudizio degli altri. Questo nei celebrati anni sessanta. E oggi? Non è un caso che la Evie matura veda in Sasha, la fidanzata di  Julian, un personaggio ferito e umiliato. Non so se Le ragazze sarà, come urla la fascetta, “il più grande caso letterario degli ultimi anni”; è un libro che mi ha scosso molto per quello che dice e per come lo dice. Incontro Cline lunedì. Che emozione.   

mercoledì 21 settembre 2016

il vestito d'argento

si sveglia la mattina presto, mi chiede in prestito una maglietta nera, si fa la coda di cavallo e va all’università. Alle undici, al telefono, la figlia è un’esplosione di gioia: ha preso un sudato trenta all’esame di diritto privato. La sera dopo cena scompare nella sua stanza e ne esce irriconoscibile, ha indosso un miniabito d’argento che si è comprata a Londra, calze nere e stivali, trucco: una vamp. Va a festeggiare il compleanno di un’amica in discoteca. Deve rimettersi subito sui libri, vuole anticiparsi l’esame di ragioneria ma per una sera ha la testa libera da preoccupazioni. E Paolo, le chiedo? Paolo un altro giorno. Che bello quando i figli non ci somigliano.

martedì 20 settembre 2016

complimenti per la rettitudine

la visita ginecologica annuale è un bello strazio: pap test (tortura cinese) più ecografia all'utero e ecografia al seno. Praticamente un'ora passata a chiacchierare con il dottore per dissimulare la preoccupazione che ci sia qualcosa che non va. Il ginecologo, che ha la moglie che lavora in Svizzera, si era trovato a cena a Zurigo con mia sorella, quindi avevamo anche questo argomento da sviscerare. Abbiamo parlato di figli, e alla fine anche di mio marito, della sua inquietudine, dell'indistinto desiderio di cambiamento che lo anima. A me sembrava di essermi lamentata di lui; quando a fine visita il dottore mi ha detto, complimenti per la rettitudine, suo marito è un uomo fortunato, sono rimasta abbastanza perplessa. Che strani complimenti s'incassano.

lunedì 19 settembre 2016

Difficoltà per le ragazze

“una specie di storia del mondo visto dalla parte delle donne”: è questa la visione che ha la quarantatrenne Emma mentre scappa dall’appuntamento che un fantomatico Leone le ha dato nell’Hotel Sanremo. Emma, che non ha mai messo le corna al marito e che con Leone chatta da un mese, ci ha provato a seguire le indicazioni che il tipo le ha lasciato nella stanza: mettiti il body nero di lattice, infilati dentro il giochino, bendati gli occhi, aspettami a pecorina. Poi però ha capito che il tutto non aveva senso e se n’è andata. Mentre scappa pensa a quello che fanno le donne per gli uomini “per essere scelte, amate, desiderate” ed è felice di aver mandato all’aria il piano di Leone, di avergli rovinato tutto. “Questa si chiama sottomissione” è uno dei quattordici racconti di Rosanna Campo, raccolti sotto il titolo Difficoltà per le ragazze (Giulio Perrone editore). Le protagoniste di Campo sono bambine al mare con la mamma, adolescenti alla caccia del primo reggipetto, donne che chiacchierano con le amiche, amanti abbandonate: in ognuna di loro alberga la ragazza piena di sogni che sarà o quella che è stata. Vitalità e ironia non mancano in questi racconti anche desolati in cui Campo torna ai toni del suo romanzo d’esordio In principio erano le mutande.  

domenica 18 settembre 2016

Effetto acquatico


Samir fa il gruista a Montreuil. Una sera in un bar assiste alla scena in cui una ragazza respinge con veemenza le viscide avances del tizio che è con lei e ne è subito attratto. Per avvicinarla, finge di non saper nuotare (lei insegna in una piscina) e le scene in cui Agathe lo sostiene a galla per la pancia sono piene di una sorridente sensualità. Ma Agathe non è una a cui si possa mentire impunemente e, quando per caso scopre che quella delle lezioni era una scusa, sparisce (anche perché deve andare in Islanda a un convegno di istruttori). Il goffo e irresistibile Samir (che è l’attore Samir Guesmi, una specie di Turturro più carino) compra un biglietto e la segue, presentandosi come delegato israeliano. L'effetto acquatico di Sólveig Anspach è romantico, divertente, originale. Trasporta lo spettatore dal chiuso della piscina francese alle meravigliose vasche termali islandesi, dagli stralunati adetti all’impianto sportive agli sciroccati organizzatori del convegno, ma la ribalta è tutta per i due  protagonisti, per il loro amore tenero e inaspettato. Terribile che la regista sia morta di cancro a cinquantaquattro anni poco dopo aver finito di girare questo film.

venerdì 16 settembre 2016

la solitudine delle madri

l'altro giorno a Mantova, in coda all'incontro su madri e letteratura, una signora ha chiesto alle scrittrici perché si danno tante istruzioni alla neomamma sul parto e nessuna sul post partum, perché dopo che hanno avuto i figli le donne vengono lasciate sole. La domanda mi è tornata in mente leggendo su whatsapp il messaggio della nostra maestra di ginnastica che ha avuto il primo figlio ad agosto. Ci chiedeva in tono semiserio se l'avevamo dimenticata, com'era l'insegnante che l'aveva sostituita ed esprimeva il desiderio di tornare a lavorare ad ottobre (prestissimo!). Insomma s'intuiva da parte sua una certa stanchezza e un senso di solitudine. Se succede a lei che ha un compagno presentissimo, due genitori molto attivi, una sorella, un sacco di amici, una gran forma fisica, si può immaginare come si sentono donne meno fortunate. Altro che fertility day, bisognerebbe dare una mano a chi sola con il bambino fa fatica a stare.

Un padre una figlia

caratterizzato da un tono sommesso e da una fotografia incolore, Un padre una figlia è soprattutto un ritratto della Romania di oggi, un paese stremato in cui si sopravvive facendosi piaceri a vicenda, utilizzando la proprie conoscenze per rendersi meno difficile andare avanti (ritratto che potrebbe tranquillamente corrispondere all’Italia di oggi, il che rende per lo spettatore italiano un po’ spuntata la denuncia contenuta nel film di Cristian Mungiu). Eliza sta per affrontare l’esame di maturità: ha tutti voti alti e i genitori ci tengono molto che faccia l’università a Cambridge. Anche loro sono stati all’estero e rimpiangono la decisione di tornare a vivere nel loro paese con l’illusione di cambiarlo dal di dentro. La ragazza subisce un’aggressione: un uomo cerca di violentarla vicino a un cantiere. Se la cava con un polso slogato, ma come farà  a passare gli esami con il massimo dei voti? Il padre, che fa il chirurgo, cerca di arrivare al preside della scuola attraverso un amico poliziotto che lo rimanda a un mafioso in attesa di trapianto. Intanto Eliza è sempre meno convinta di voler andare in Inghilterra perché ha un fidanzato carino (che non piace al padre perché poco impegnato). Desolante anche il ritratto della famiglia di Eliza: la mamma spenta che sa di essere tradita dal marito e lo lascia dormire in salotto; l’amante di lui che fa l’insegnante, si preoccupa del figlio, e mangia l’ananas che gli porta il dottore. Dura due ore, ma sembrano molte di più: è tutto così poco drammatico, così vicino alla cupa realtà.

giovedì 15 settembre 2016

rose rosse

i regali di compleanno da parte del marito li avevo ricevuti la mattina appena sveglia: un paio di stivaletti di cui avevamo visto insieme la pubblicità su una rivista e un impermeabile leggero arrivato dall’Olanda in uno dei pacchi che ogni giorno si materializzano al nostro ingresso. Quando la figlia mi ha mandato la foto di un fascio di rose rosse per me non avrei mai detto che sul biglietto potesse comparire di nuovo lui. Lei era entusiasta. Sta per compiere ventun anni, l’anno prossimo andrà a studiare fuori casa, ma suo padre e sua madre li vuole insieme. Piccola.  

martedì 13 settembre 2016

la cura mantova

lo so, non ne potete più dei post su Mantova, ma una cosa la devo proprio scrivere e poi la faccio finita. E' stato davvero bello essere lì; a differenza delle giornate torinesi, in cui dopo le interviste mi piombava addosso una gran solitudine, a Mantova mi sono sentita sempre ben circondata. Ed essere stata capace di resistere di fronte al pubblico senza impappinarmi troppo, senza risultare troppo rigida, mi ha dato una gran sicurezza (la prendo e la metto da parte per i tempi grami). Simonetta mi ha scritto che sono stata all'altezza delle sue aspettative (tranne che per i capelli, mi voleva riccia e bionda; cavoli, lo ero fino al martedì, prima di andare dal parrucchiere a farmeli scurire, tagliare, allisciare) e Simonetta dice quello che pensa. Ci voleva proprio la cura mantova.

lunedì 12 settembre 2016

tutti scontenti

torno in Dear carica di interviste: se potessi le metterei tutte subito on line, ma prima devo riascoltare tradurre e sottotitolare quelle in inglese che sono la maggioranza. Il mio entusiasmo post mantovano si scontra subito con l'aria depressa che tira intorno a me. Chi è tornato da una settimana di ferie ha l'aria del condannato al patibolo, chi è rimasto qui non sta molto meglio. Mi concentro sul mio lavoro, mantengo la tabella di marcia. Squilla il telefono, è un'ex collega di Milano, mi cerca per lamentarsi di tutto e di tutti. Quasi quasi mollo tutto e vado a fare l'assistente di Simonetta nei suoi gruppi di lettura in biblioteca. Non ho mai visto facce così felici come quelle delle ragazzine a cui lei trasmette la sua passione per i libri.

domenica 11 settembre 2016

L'uomo del futuro

ripercorrere i luoghi di Lorenzo Milani per dar conto dei passaggi fondamentali della vita di questo: L'uomo del futuro di Eraldo Affinati (Mondadori) si presenta sin dall'inizio come un libro on the road. E il viaggio di Affinati non si limita alle tappe fondamentali del priore (Firenze dov'era nato da una famiglia della buona borghesia, la villa in campagna a Montespertoli, la casa al mare a Castiglioncello, e infine Barbiana, luogo della celebre scuola), ma si allarga a comprendere destinazioni disparate, dal Gambia a Pechino, da Benares a Hiroshima, ovunque ci sia chi si prodiga per i deboli. Al centro dell'Uomo del futuro più che don Milani c'è il tema dell'insegnamento e della scelta di campo: non si cercano scoop su una figura molto amata ma anche molto discussa, ci s'interroga sulla sua eredità spirituale, sul suo esempio. La scuola non ha mai abbracciato il modello don Milani, volto a incoraggiare gli ultimi piuttosto che a premiare i primi; eppure Affinati continua a provarci e a crederci. Mentre leggi ti sembra di vederlo, l'uomo vestito di nero con la testa grossa che nei suoi peregrinaggi milaniani si ferma a chiacchierare con i neri che vendono calzini o distribuiscono volantini e racconta loro cosa sta facendo e se sono interessati a imparare l'italiano. L'anno scorso volevo fare la volontaria alla Penny Wirton di Affinati; quest'anno magari ci riesco.

solo e per sempre madre

mancano tre quarti d'ora all'incontro e un drappello di nove signore si è già accomodato in prima fila. Ieri ero sicura che questa sarebbe stata la presentazione più facile, ma avendo alle spalle le altre due, ora sono di nuovo assalita da preoccupazioni varie. Non avevo riflettuto sul fatto che sarebbero venute solo donne. Magari in apertura provo a dire qualcosa in proposito.  L'enigma maggiore mi pare Piepont; la scrittrice americana, che ho intervistato e con cui io e Gaia abbiamo pranzato ieri, dietro l'aria da ragazzina ha una corazza che risulta impenetrabile ai suoi interlocutori. Chissà se sul palco si scioglierà (tra l'altro da bambina parlava italiano ma ora non dice neppure ciao). Dopo volevo fare una corsa a Palazzo Te che è a un passo dalla Casa del Mantegna, ma non credo di fare in tempo perché all'una ho il treno. Segno che a Mantova ci devo tornare? Al momento ho una gran voglia di casa.

sabato 10 settembre 2016

sul palco

alla fine della presentazione Malati di letteratura con Marcello Fois e Fabio Stassi mi si è avvicinato un signore e mi ha detto, brava, questo sì che è stato un bell'incontro, a fare quell'altro l'hanno costretta? Si riferiva al dialogo con Antonio Pennacchi nella Chiesa di Santa Paola; io in realtà mi sono divertita anche lì facendo da spalla comica all'irrefrenabile scrittore che voleva parlare della moglie di Renzi, di Renzi e della Boschi, invece che delle figure di Mussolini e Claretta Petacci nei suoi romanzi. Io ero la maestrina che lo riportava sul sentiero della scrittura, lui l'allievo indisciplinato che divagava, attirandosi le ire di ambientalisti, antifascisti duri e puri e cultori del linguaggio "pulito". Certo trovarmi poi seduta tra Fois e Stassi, maestri della citazione letteraria, dell'aneddoto brillante, del racconto autobiografico ad effetto, è stato più semplice: bastava che lanciassi un tema e i due ci si lanciavano come due squali con grande sollazzo del pubblico. Professoresse con gli occhi umidi dalla commozione. Io mi promuovo da me. (E l'amico di Francesco, Stefano, che ha preso il treno da Milano per venire a sentire me e Pennacchi e che, a commento, mi ha scritto su Facebook: garbo, stile, dolcezza e fermezza?)

venerdì 9 settembre 2016

fuori campo

Wlodek Goldkorn mi ha confessato che detesta parlare in pubblico (cosa che io ho trovato di grande conforto); Roger Rosenblatt sudava così copiosamente durante l'intervista che ho temuto per la sua salute; il marito di Jane Urquhart trafficava con il telefono e lei, all'apparenza molto dolce, l'ha rimesso in riga; Frances Greendslade si è dichiarata catastrofista come la protagonista del suo libro in cui mi ero molto identificata; Jonathan Coe, che temevo molto, ha concordato con la mia lettura di Numero 11 e mi ha detto che al di là degli intenti polemici gli piace raccontare la vita quotidiana delle persone, le loro passioni più autentiche; Jeanette Winterson è una forza della natura, non riusciva a stare seduta neppure per i cinque minuti dell'intervista (scrive in piedi, ha detto) e io sarei stata tutto il giorno a sentirla parlare di Shakespeare; Anne Enright, capelli cortissimi, si è rivelata una tipa tosta come immaginavo; gran simpatia mi hanno fatto le inglesi Louise Doughthy e Sarah Waters, la prima tutta tesa a indagare la crudeltà nascosta della gente, la seconda i comportamenti e le sensibilità in altri periodi storici; a Giorgio Fontana non sono riuscita a chiedere, neppure a microfono spento, se si è innamorato così tragicamente come il suo Alessio. Ora sono le tre e mezza, per chiudere la giornata mi mancano un coreano, uno svedese e un'americana. Domani il mio festival personale si arricchisce di una piccola appendice con le tre scrittrici che oggi non potevano essere qui (che privilegio avere tutti per me gli autori di libri che ho amato). Poi comincia la parte difficile.  Com'è comodo essere fuori campo.

giovedì 8 settembre 2016

a Palazzo Castiglioni

la fotografa magrolina con cui mi incrocio spesso a Roma quando vengono scrittori stranieri non ci ci poteva credere quando mi ha visto con operatore e fonico dentro Palazzo Castiglioni, il più antico edificio di Mantova, almeno secondo la sua proprietaria (di solito vede me e la mia telecamerina mentre mi arrabatto per trovare un angolo silenzioso e non troppo spoglio nella hall di un hotel). Mantova è anche una meravigliosa ospitalità, la possibilità di lavorare in tutta calma in un contesto bellissimo. Ieri sera sono rimasta molto colpita dai racconti che mi ha fatto Simonetta. Lei il festival lo conosce come le sue tasche, c'è dentro dalla prima stagione, e mi ha assicurato che chi partecipa agli incontri prima legge i libri. Il festival è solo una  delle  attività di Simonetta, tutte legate alla lettura: lettura con bambini, lettura con ragazzi, lettura con adulti, quasi sempre in biblioteca, con un alto tasso di partecipazione. Quando siamo uscite dal ristorante e ci siamo dirette verso il centro, Simonetta era continuamente fermata da giovani volontari che le descrivevano le loro attività del giorno: volontari lettori. Venendo dall'apatia romana tutto questo fervore culturale mi confonde.

mercoledì 7 settembre 2016

con gli occhi del figlio

considerato che l'ho svegliato a mezzogiorno, mentre in questo scorcio di vacanze il figlio non alza le serrande prima delle due, oggi lui era abbastanza disponibile e di buon umore. Ha acconsentito ad accompagnarmi alla stazione e persino a dare un'occhiata alle mie domande per verificare la plausibilità dell'inglese. Si è messo a leggere il primo foglio, il secondo, il terzo... Arrivato al sesto non ne poteva più, tutti quei libri, tutti quei temi, tutte quelle elucubrazioni...Vedermi attraverso i suoi occhi non mi ha fatto granché bene: mamma bulimica approfitta di un festival per fare un'orrenda scorpacciata di libri. Fine della consultazione. Meglio un inglese poco fluido che mettere in dubbio l'intera missione mantovana.

martedì 6 settembre 2016

prima di Mantova

come sto prima di affrontare due giorni di interviste una dopo l'altra, quasi tutte in inglese, più un week end con tre presentazioni in pubblico? Sto che vorrei che fosse già lunedì. Sensazione di totale inadeguatezza. Voglia di fuga. Gambe molli. Voce stridula al solo pensiero. Però anche voglia di farcela, curiosità per il festival, desiderio di incontrare gli scrittori, di intrufolarmi nella folla dei lettori. Conoscerò la mitica Simonetta che si fida di me (ma perché?). Ho i miei foglietti, uno per ogni intervista, uno per ogni presentazione. Ho la testa piena di letture e a proposito di testa, ho anche il tempo, domani prima del treno, di andare dal parrucchiere. Per farmi coraggio, ripasso, in ordine sparso, le cose più ardue che ho fatto nella mia vita: un collegamento in diretta su un telegiornale nazionale parlando di traffico, il viaggio in Nicaragua con due adolescenti, la pista nera sugli sci per scendere a casa di mia sorella, la discesa in rafting in Spagna (ma questa non vale molto, su quel fiume c'erano bambini di quattro anni), due parti cesarei e l'estrazione dei denti del giudizio (ma lì dovevo solo star ferma). Basta con i tentennamenti, potevo dire di no mesi fa, ora non posso che fare la valigia.

quando il pubblico funziona

al ritorno dalle vacanze ho trovato nella casetta della posta un invito a presentarmi il 6 settembre alle 9,30 all'ospedale Santo Spirito per una mammografia: un servizio offerto dalla Regione Lazio a tutte le donne sopra i cinquant'anni. Stamattina sono andata  all'appuntamento molto prevenuta. Con tutto quello che ho da fare prima di partire per Mantova, pensavo, chissà che attese ci saranno. Sono arrivata alle 9,20 e alle 9,32 ero fuori di lì (senza aver avuto neppure il tempo di tirare fuori dalla borsa il mio libro). Un tecnico esperto ha reso l'esame meno fastidioso possibile. Sono uscita dall'ospedale tramortita. Non potevo credere di essere a Roma (ma mi trovavo proprio tra il Vaticano e Castel Sant'Angelo).

lunedì 5 settembre 2016

l'acquerello di Veronika

volevoesserejomarch cambia immagine grazie all'acquerello che mi ha fatto Veronika. A me piace molto, mi pare che esprima la felicità della lettura. Ha un gusto un po' rétro, come si addice a una nostalgica delle Piccole donne, ma è anche un modo per dire che chi legge non ha età, perché la capacità di essere rapiti dalla scrittura è sempre la stessa. Grazie Veronika.     

venerdì 2 settembre 2016

La guardia, il poeta e l'investigatore

per raccontare la storia vera di Yung Dong-Yu, giovane poeta coreano, morto nel 1944 nel carcere giapponese in cui era stato recluso perché apparteneva al movimento per l’indipendenza del suo paese, lo scrittore Jung-myung Lee sceglie la finzione narrativa, nella convinzione che questa possa dire “molto di più di una certa realtà che i fatti nudi e crudi”. Immagina Jung-myung Lee che una guardia addetta alla censura, Sugiyan, si lasci conquistare dalla magia dei versi del poeta  e cominci a proteggerlo, in particolare dalla terribile pratica di usare i prigionieri come cavie umane di nuovi farmaci. Il romanzo La guardia, il poeta e l’investigatore (tradotto da Benedetta Merlini per Sellerio)  è costruito come un giallo: Sugiyan viene ucciso all’interno del carcere e Watanabe Yuichi, una giovane recluta giapponese cresciuta a Kyoto nella libreria dell’usato di sua madre, viene incaricato di scoprire l’omicida. Nel corso delle sue indagini Yuichi scopre altre verità sorprendenti (oltre all’amicizia segreta che legava la guardia dalla fama di aguzzino al poeta): una biblioteca segreta  con classici della letteratura mondiale e lo stratagemma di far uscire dal carcere le poesie attraverso aquiloni. Un’infermiera pianista organizza con l’incoraggiamento del poeta un grande concerto in cui i detenuti cantano Va’ pensiero. Intanto i giapponesi stanno perdendo la guerra e la prigione, come tutto il Giappone, subisce pesanti bombardamenti; ai coreani non è concesso scendere nei rifugi antiaerei che hanno dovuto costruire (come dice il medico che conduce sui loro corpi i suoi terribili esperimenti  “non c’è alcuna differenza tra un morto e un condannato a morte”). Che la fiamma della poesia possa brillare in un contesto così degradato è la scommessa che anima il libro di Jung-myung Lee: un milione di copie vendute in patria e traduzioni in molti paesi.