venerdì 9 settembre 2016

fuori campo

Wlodek Goldkorn mi ha confessato che detesta parlare in pubblico (cosa che io ho trovato di grande conforto); Roger Rosenblatt sudava così copiosamente durante l'intervista che ho temuto per la sua salute; il marito di Jane Urquhart trafficava con il telefono e lei, all'apparenza molto dolce, l'ha rimesso in riga; Frances Greendslade si è dichiarata catastrofista come la protagonista del suo libro in cui mi ero molto identificata; Jonathan Coe, che temevo molto, ha concordato con la mia lettura di Numero 11 e mi ha detto che al di là degli intenti polemici gli piace raccontare la vita quotidiana delle persone, le loro passioni più autentiche; Jeanette Winterson è una forza della natura, non riusciva a stare seduta neppure per i cinque minuti dell'intervista (scrive in piedi, ha detto) e io sarei stata tutto il giorno a sentirla parlare di Shakespeare; Anne Enright, capelli cortissimi, si è rivelata una tipa tosta come immaginavo; gran simpatia mi hanno fatto le inglesi Louise Doughthy e Sarah Waters, la prima tutta tesa a indagare la crudeltà nascosta della gente, la seconda i comportamenti e le sensibilità in altri periodi storici; a Giorgio Fontana non sono riuscita a chiedere, neppure a microfono spento, se si è innamorato così tragicamente come il suo Alessio. Ora sono le tre e mezza, per chiudere la giornata mi mancano un coreano, uno svedese e un'americana. Domani il mio festival personale si arricchisce di una piccola appendice con le tre scrittrici che oggi non potevano essere qui (che privilegio avere tutti per me gli autori di libri che ho amato). Poi comincia la parte difficile.  Com'è comodo essere fuori campo.

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