venerdì 2 settembre 2016

La guardia, il poeta e l'investigatore

per raccontare la storia vera di Yung Dong-Yu, giovane poeta coreano, morto nel 1944 nel carcere giapponese in cui era stato recluso perché apparteneva al movimento per l’indipendenza del suo paese, lo scrittore Jung-myung Lee sceglie la finzione narrativa, nella convinzione che questa possa dire “molto di più di una certa realtà che i fatti nudi e crudi”. Immagina Jung-myung Lee che una guardia addetta alla censura, Sugiyan, si lasci conquistare dalla magia dei versi del poeta  e cominci a proteggerlo, in particolare dalla terribile pratica di usare i prigionieri come cavie umane di nuovi farmaci. Il romanzo La guardia, il poeta e l’investigatore (tradotto da Benedetta Merlini per Sellerio)  è costruito come un giallo: Sugiyan viene ucciso all’interno del carcere e Watanabe Yuichi, una giovane recluta giapponese cresciuta a Kyoto nella libreria dell’usato di sua madre, viene incaricato di scoprire l’omicida. Nel corso delle sue indagini Yuichi scopre altre verità sorprendenti (oltre all’amicizia segreta che legava la guardia dalla fama di aguzzino al poeta): una biblioteca segreta  con classici della letteratura mondiale e lo stratagemma di far uscire dal carcere le poesie attraverso aquiloni. Un’infermiera pianista organizza con l’incoraggiamento del poeta un grande concerto in cui i detenuti cantano Va’ pensiero. Intanto i giapponesi stanno perdendo la guerra e la prigione, come tutto il Giappone, subisce pesanti bombardamenti; ai coreani non è concesso scendere nei rifugi antiaerei che hanno dovuto costruire (come dice il medico che conduce sui loro corpi i suoi terribili esperimenti  “non c’è alcuna differenza tra un morto e un condannato a morte”). Che la fiamma della poesia possa brillare in un contesto così degradato è la scommessa che anima il libro di Jung-myung Lee: un milione di copie vendute in patria e traduzioni in molti paesi. 

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ho pianto- grazie