giovedì 22 settembre 2016

Le ragazze

tradotto in trentacinque paesi, in vetta alle classifiche in America, Le ragazze, opera prima di Emma Cline, ora ventisettenne, arriva in Italia da Einaudi nell’ottima traduzione di Marina Testa. Al centro del libro c’è un massacro in una villa californiana alla fine degli anni sessanta (ispirato alla strage compiuta da Charles Manson), ma ciò che sembra stare veramente a cuore all’autrice è la condizione femminile e in particolare la condizione delle adolescenti nel passato recente e anche oggi. Evie, la sua protagonista, si mantiene facendo la badante e in un momento di disoccupazione si riposa nella casa al mare di un amico. L’arrivo improvviso di Julian, il figlio dell’amico, con la sua ragazza Sasha, turba la pace di Evie. Quando capisce chi è Evie, Julian è molto eccitato. La narrazione continua su due piani: Evie ci racconta il fatto che l’ha resa tristemente famosa nel 1969, quando aveva quattordici anni, e insieme descrive la sua breve convivenza con la giovane coppia. La scrittura di Cline ha un assoluto nitore: i suoi aggettivi accendono i sensi del lettore. Qualche esempio: “gli hamburger sulla griglia producevano uno sfrigolio annoiato e umido” “i capelli croccanti di tinta comprata al supermercato” (viene in mente David Lynch e comunque, lo ripeto, Martina Testa è bravissima). Ma veniamo a Evie e all’estate che le cambia la vita. La nonna è stata un’attrice famosa e la famiglia campa con i soldi da lei accumulati; il padre se n'è andato via con la segretaria, la madre porta a casa fidanzati improbabili; entrambi i genitori sono insoddisfatti della figlia perché la ritengono “una ragazza qualunque”. Evie dovrà continuare gli studi in un collegio, per ora si annoia insieme a Connie l’amica grassottella che non sa vestirsi (in realtà a Evie di Connie non importa niente, è suo fratello Peter a cui punta, piacergli è la sua massima aspirazione). Poi Evie vede tre ragazze che si aggirano “fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua”. È  colpita soprattutto da quella alta con i capelli neri: scopre che si chiama Suzanne, ha diciannove anni, vive con altre in una squallida comune dominata da un certo Russell, musicista fallito. Evie molla Connie e si appiccica a Suzanne. Per amor suo subisce qualsiasi cosa: i palpeggiamenti di Russell, i vestiti sporchi da condividere, il cibo orribile, lo stordimento da droga, le bugie, i furti, persino una tristissima orgia a casa di Mitch, il musicista a cui il guru offre le sue ragazze sperando in un contratto discografico.  Quando Mitch non mantiene le promesse, Russell pianifica una vendetta e la cosa assume proporzioni inaudite. Il punto, come accennavo all’inizio, non è la strage, è lo stato d’animo di Eve quell’estate, la sua spaventosa disponibilità a fare qualunque cosa per sentirsi accettata. Cline, che quando ha scritto, era ancora una ragazza, denuncia cosa voglia dire avere quattordici anni e zero fiducia in sé perché si è femmina e si dipende dal giudizio degli altri. Questo nei celebrati anni sessanta. E oggi? Non è un caso che la Evie matura veda in Sasha, la fidanzata di  Julian, un personaggio ferito e umiliato. Non so se Le ragazze sarà, come urla la fascetta, “il più grande caso letterario degli ultimi anni”; è un libro che mi ha scosso molto per quello che dice e per come lo dice. Incontro Cline lunedì. Che emozione.   

2 commenti:

volevoesserejomarch ha detto...

non la incontro più, si è stufata di dare interviste, e come darle torto? L'hanno intervistata tutti, proprio tutti.

Anonimo ha detto...

Non ti preoccupare, magari in settimana ci scappa un'altra intervista, così bella che ti dimentichi che questa è saltata