lunedì 31 ottobre 2016

a Opi

le scarpe nuove si sono comportate benissimo e gli amici pure. Abbiamo camminato e chiacchierato dalle dieci di mattina alle cinque di pomeriggio. Ci siamo fermati solo per un picnic. Mi ero scordata quanto fosse bello mangiare un panino e un mandarino in un prato assolato e Stefano, che ha tirato fuori dal suo zainone la merenda per tutti, aveva fatto come al solito le cose in grande. Non abbiamo visto l'orso, solo tante mucche che brucavano l'erba e dei cavalli tarchiati. Opi è minuscola, arrampicata su uno stretto crinale. Non si sente un rumore, non ci sono neppure i tristi bambini travestiti da morti che infestavano Pescasseroli. Valerio che deve crescere mangia quantità spaventose di cibo e Paolo che non deve crescere fa a gara con lui. Scacciato ogni malumore, anche se la stanza singola mi fa un po' impressione. Chissà che stanotte non riesca persino a dormire.

domenica 30 ottobre 2016

Magnifica


ci sono tre buoni motivi per leggere Magnifica, il romanzo di Maria Rosaria Valentini pubblicato da Sellerio: una splendida lingua, ricca e concreta, la creazione di una minuscola comunità legata da un affetto profondo, la capacità di dar vita al paesaggio montano con piante, animali, odori, sapori. Siamo in paese sperduto nell’Abruzzo del dopoguerra: Eufrasia prova ribrezzo per il marito Aniceto, ma deve sopportarne gli attacchi sessuali fino a quando non riesce a dargli Pietrino, che segue la figlia Ada Maria. Aniceto rivolge allora le sue attenzioni all’amante Teresina e alla caccia; Eufrasia gode di una breve tregua, poi muore nel sonno. Ada Maria si cura del fratello e di tutto; un giorno alla Faggeta incontra un soldato tedesco che, traumatizzato dalla guerra, è diventato un uomo del bosco. Tra i due sboccia l’amore, Ada Maria resta incinta e pian piano convince il suo Benedikt a tornare tra gli uomini. La tragedia è in agguato e Ada Maria trova conforto nella sua bambina (la Magnifica del titolo), in Teresina, che non la lascia un istante, nel fratello Pietrino e in Rosetta la pecoraia. Un po’ brusco nel romanzo il passaggio dal passato evocato con tanta precisione a un presente sfocato in cui il figlio di Magnifica se ne va di casa, senza che ci venga detto perché. Di Maria Rosaria Valentini avevo letto Mimose a dicembre, rimanendo colpita anche lì dalla lingua ma meno dalla trama: questo libro è molto più bello.

I, Daniel Blake


una burocrazia ottusa è l’ostacolo contro cui sbatte il sessantenne Daniel Blake, operaio reduce da un infarto, che non si vede convalidare il sussidio di malattia, per lui indispensabile per andare avanti. Il film di Ken Loach, scritto dal suo sceneggiatore di fiducia Paul Laverty, è ambientato per lo più nei locali di un simil Inps di Newcastle dove inflessibili impiegate vorrebbero imporre all’uomo di compilare moduli on line e di fotografare con il cellullare le sue richieste di ricollocazione, nonostante lui non abbia idea di come usare un mouse e il suo telefonino sia vecchissimo (nel fervore con cui mio padre mi ha raccomandato di vederlo c’era tutta la sua identificazione con il vecchio antitecnologico). Animato da ottimi intenti, Io sono Daniel Blake scivola in più punti nella retorica: l’amicizia tra Daniel e la diseredata Daisy che si toglie letteralmente i bocconi da bocca per nutrire i suoi due figli non riserva grandi sorprese, lui l’aiuta con i bambini, le fa lavoretti in casa, la incoraggia a riprendere gli studi, lei vorrebbe dargli una mano con l’odiato computer. Però in alcune scene c’è la zampata del grande regista: ho pianto come un vitello quando Daniel parla della moglie morta, del suo brutto carattere e delle risate che si facevano insieme, e sono rimasta agghiacciata quando Daisy, morta di fame, s’infila in bocca del pomodoro aprendo in corsa la lattina che le danno al banco alimentare. Asciutto e straziante il finale.

terremotate dentro

al sole su una panchina del campo da calcio aspetto che si facciano le undici meno un quarto per la lezione di ginnastica. Arriva una signora e mi si siede accanto. Dice, ha sentito la scossa di terremoto stamattina? Anche lei è qui per la paura? Ah, va in palestra, ci andavo anch'io poi ho preso un virus in piscina e mi sono anche fatta male al ginocchio, sono ingrassata di dieci chili. Dopo una decina di minuti, si è alzata, mi ha augurato una buona giornata e se n'è andata. Non le ho detto che ero sulla panchina perché non ce la facevo più a stare a casa. Stamattina mi pareva il momento giusto per discutere con il marito di quello che ci sta capitando. Eravamo soli, c'era tutto il tempo. Gli ho chiesto, ti sembra che possiamo andare avanti così, ha detto no. Vuoi che sia io ad andarmene, ha detto no. Teso, distante. Io a quel punto sono diventata patetica e gli ho chiesto una cosa tipo, dimmi solo se vuoi invecchiare con me, e il verbo invecchiare lo ha fatto irrigidire ancor più. Sono scoppiata a piangere, ho preso lo zaino e sono uscita. Il sole della panchina e la palestra mi hanno aiutata a rimettere insieme i cocci di me. Lui aveva il taxi per l'aeroporto all'una, io ho fatto con calma la spesa, non ci siamo incrociati. Ho continuato a sperare, ad aggrapparmi ai timidi ripensamenti che aveva dopo ognuna delle ultime crisi, ma mi sa che stavolta è davvero finita.

sabato 29 ottobre 2016

La ragazza senza nome


Jenny (Adele Haenel) fa la dottoressa: è giovane, scrupolosa e molto disponibile. Dopo una giornata di duro lavoro, culminata con una discussione con lo stagista che si è paralizzato di fronte alla crisi epilettica di un bambino, non apre la porta dell’ambulatorio già chiuso da un’ora. Il giorno dopo la cerca la polizia; lì vicino è stato trovato il cadavere di una ragazza nera e dalle telecamere all’ingresso risulta che prima di essere uccisa aveva bussato da lei. Da quel momento in poi Jenny non si dà pace: mentre i poliziotti sono poco interessati alla morte di una prostituta, lei deve trovare il nome della vittima e ricostruire la dinamica dei fatti. Come il precedente Due giorni, una notte, La ragazza senza nome di Jean-Pierre e Luc Dardenne è costruito intorno a una donna che si muove in un ambiente ostile con uno scopo ben chiaro in testa. In una Liegi grigia e periferica Jenny, che si è addirittura trasferita in ambulatorio per le sue ricerche, riesce a trovare il bandolo della matassa e il film si chiude con un abbraccio liberatorio. Mi ha fatto venire in mente il libro di Ciampa Caramore La vita non è il male: la storia di Jenny e della sua caparbia ricerca della verità non stonerebbe tra quelle da loro raccolte come esempi di resistenza alla crudeltà e all’indifferenza.

venerdì 28 ottobre 2016

le scarpe da montagna

non ho mai avuto un paio di scarpa da montagna, perché non ho mai fatto passeggiate in montagna. Da ragazza la montagna non mi attirava, ora sì. Lunedì con Stefano, Paolo e Veronika vado in gita al parco nazionale d'Abruzzo; ho cercato un negozio di roba outdoor e me le sono comprate. Solo guardarle mi mette allegria. La montagna è la terza novità dell'anno, dopo il viaggio in Nicaragua e le presentazioni di Mantova. Non mi riconosco più.

Prima di perderti

Roma 2016: Giuseppe si è buttato giù dalla palazzina a Monte Mario in cui si è trasferito dopo che la moglie Benedetta è andata a vivere in una comunità femminile in campagna. Fausto, il figlio trentenne, decide di disperderne le ceneri al Pratone; mentre è all’opera il padre gli riappare davanti per ingaggiare con lui un duello alla presenza di vari testimoni. Prima di perderti, opera seconda di Tommaso Giagni (classe 1985), rientra nella categoria dei libri onirici, la più lontana dai miei gusti. Detto questo lo stile dello scrittore, infarcito di richiami letterari impliciti ed espliciti, ha una sua forza: il protagonista e il fantasma del padre sono due veri antagonisti e gli scenari evocati (lo squallido Pratone con le sue buche, le discariche, le grotte e poi via via appartamenti, strade notturne, una clinica, le dune) entrano nella narrazione, ne condizionano il tono. Il padre ha creduto nell’utopia, nell’amore, nell’amicizia; ha subito senza reagire delusioni e tradimenti; si è mantenuto scrivendo biografie di personaggi famosi, mentre diceva di essere all’opera su una sua grande opera. Il primo libro del figlio, dedicato a un poveraccio e pubblicato a vent’anni, gli ha aperto la via del successo. Il figlio accusa il padre di aver agito da vigliacco e di essere stato sempre nello stesso recinto; il  padre rimprovera al figlio il narcisismo e l'adesione superficiale ad un mondo diverso. Intorno a loro prima le donne dell’uno e dell’altro, la troppo amata Benedetta e la troppo poco amata Katia; poi gli amici, infine i soggetti dei libri del figlio.  Due generazioni a confronto e non si sa chi sta peggio. 141 pagine che si percorrono tutte in salita e che lasciano l'amaro in bocca.     

l'inutilità della fatica

alla fine di una giornata in cui ho attraversato Roma in lungo e in largo con la telecamera a tracolla, il cavalletto, la borsa piena di libri e di carte il mio bottino è scadente e il mio umore sotto i piedi. Prima ho raggiunto Anaïs Ginori in un albergo vicino Porta Portese: il bar che doveva essere deserto aveva un pessimo rumore di sottofondo, lei era di corsa, ho tenuto la telecamera in mano: il video ondeggia e l'audio è così cosi. Ma peggio mi è andata all'Hotel Locarno, luogo di gloriose interviste. Prima di me c'era il tg2 e la giornalista si è soffermata in conversazione con la coreana Han Kang per una buona mezz'ora: con lei c'erano tre persone e si è fatta riprendere davanti, di dietro, di lato. A me sono rimasti pochi minuti, il traffico fuori dall'hotel impazzava, si sentono più clacson e macchine che la voce della cortese interprete. Con questi filmati di orrida qualità e le più dignitose interviste a Taylor e Tóibín sono andata al montaggio, per scoprire che la montatrice aveva un'idiosincrasia per i sottotitoli. Mi sa che devo cambiare mestiere.   

giovedì 27 ottobre 2016

la caduta del muro

era da un po' di giorni che il figlio si era stufato del suo sciopero del silenzio, ma non sapeva come uscirne. E' bastato che andassi in camera sua, gli chiedessi della sua partenza (già, domani prende l'aereo: il suo amico Tommaso compie diciotto anni, che fa non lo festeggia con gli altri a Praga?), che accennassi a possibili rivendicazioni economiche rimaste in sospeso e finalmente ha aperto bocca. Ora a parte le scarpe, il barbiere e il biglietto aereo che si è comprato con i suoi soldi, e la paghetta che pretendeva fosse adeguata a quella della sorella, è chiaro che chiudere il dialogo con noi non gli è dispiaciuto. Però che sollievo scoprire che non si droga, non beve, non gioca, non sta scivolando nella follia, è solo un ragazzino viziato e (da me) maleducato.

mercoledì 26 ottobre 2016

malinconie

il tema della telefonata odierna con mio padre erano i suoi recenti insuccessi. Si chiedeva se valesse la pena di continuare a insistere con le lezioni di tango e di tedesco dopo che nella giornata di ieri aveva collezionato l'invito della maestra di ballo a frequentare il corso per principianti (e ci mancherebbe che a ottantasette anni facesse l'intermedio) e i rimproveri per la sua mancanza di progressi da parte dell'insegnante di lingua (una stronza, come mi è stato chiaro dal primo momento in cui l'ho vista). Io che sono sempre stato il numero uno, perché mi metto nelle condizioni di subire questo tipo di umiliazioni, e se facessi come il mio amico Pietro, mi mettessi in poltrona, uscissi solo per andare al ristorante? Domande retoriche, naturalmente. L'umore di papà era nero anche in vista della burrascosa riunione di condominio di oggi. Proposito per la mia vecchiaia che immagino, chissà perché solitaria: una bella casa assistita dove non debba preoccuparmi di nessun tipo di beghe (e magari dedicarmi da eterna dilettante all'esercizio fisico e allo studio).

martedì 25 ottobre 2016

senza pubblico

l'appuntamento era alla Confraternita dei bergamaschi a Roma. A presentare il libro di Stefano doveva essere Francesco, legato a lui da una lunga amicizia e dalla comune passione per l'Atalanta (da giorni Francesco preparava il suo discorso introduttivo, lo aveva imparato a memoria perché diceva che sbirciare un foglio non sarebbe stato elegante.) Io mi ero offerta di vendere le copie mandate dalla casa editrice. Alle sei nella bella sala affrescata c'eravamo io, Stefano, Francesco, Charis, la moglie di Francesco, e una coppia di amici di Stefano. L'autore si guardava intorno depresso, noi tutti a parlare del traffico romano, dell'abitudine dei romani al ritardo. Davvero non mi sarei immaginata che non sarebbe venuto nessuno. Alle sei e mezza, Charis ha detto, cominciamo, io il discorso di Francesco non me lo perdo. Ci siamo seduti in prima fila e Francesco ha attaccato a parlare. Gli avevo raccomandato di essere sobrio, ma la voglia di elogiare l'amico ha prevalso. L'ha presa alla lontana, soffermandosi sulla letteratura alla moda e i suoi vezzi per poi esaltare di converso lo stile atemporale di Stefano. Strana sensazione sentire una persona che si rivolge a un pubblico inesistente, si presenta, gli rivolge battute e aneddoti vari. Abbiamo tutti recitato la nostra parte: Stefano ha letto i due brani scelti da Francesco; Charis, da buona insegnante, ha fatto un paio di domande; anche io e gli amici siamo intervenuti. Alle sette puntuali abbiamo lasciato la sala. Un po' surreale ma interessante l'esperimento di presentazione senza pubblico.

chi parla così

-         -  Alessandro, tu sei un uomo ignobile, tu sei l’ultimo degli uomini, ancora non capisco com’è possibile che un giorno ti abbia sposato col vestito bianco, i confetti e tutto il resto.
-          - Non gridare ti prego.
-          - Io grido quanto voglio, io sono la madre, tu non sei niente, sei meno di zero, sei un maledetto, mi fai paura per quanto sei malato nella testa, fammi subito parlare con Damiano.
-         - Sta dormendo non lo voglio svegliare.
-          -Fammi parlare con mio figlio, mostro, te lo ordino.
-          -Adesso devo obbedire ad altri ordini. 
d da Marco Lodoli, Il fiume, Einaudi

Mela zeta

scrive Ginevra Bompiani a proposito degli incontri raccolti nel suo libro Mela zeta (edizioni Nottetempo): “sono incontri che non ho tanto l’impressione di aver vissuto, quanto di aver mancato”. Lo stesso titolo evoca la combinazione di tasti del computer che cancella l’azione fatta; applicandolo alla propria vita quand’è che ci si fermerebbe? Cos’è che non si vorrebbe rifare un po’ meglio, un po’ diversamente? Al fondo di  Mela zeta c’è un sentimento di irrequietezza, una vigile insoddisfazione che non sfocia in aperto rimpianto, appare più un modo per tenere alla larga l’autocompiacimento. Giorgio Manganelli e la bravura con cui insultava, l’esoticità di Elsa Morante, la bizzosa Anna Maria Ortese, i ritardi di Ingeborg Bachmann, ma anche l’uomo incrociato in barella che si dichiara sereno e tranquillo e la donna che in una lingua incomprensibile enumera le sue disgrazie in Bosnia animano i capitoli di questo singolare memoir, volto a individuare le proprie falle (“andavo da profana, dilettante come ovunque nella mia vita”, “la mia ignoranza mi annoia”, “Mi rendo conto di aver parlato incidentalmente di due cose: la mia incapacità di affrontare la morte e la mia dipendenza dalla bellezza”) e a incasellare i ricordi sotto categorie generali  passando dal massimo dell’astrattezza (L’emozione) al massimo della concretezza (Il paesaggio). Su tutto incombe l’ombra del più delicato dei passaggi, quello dalla maturità alla vecchiaia, con il suo crudele senso di sottrazione: la scrittura come argine alla perdita.  

American Pastoral

del grande romanzo di Philip Roth, Pastorale americana, Ewan McGregor (che deve averlo amato molto, perché oltre a interpretare il ruolo del protagonista si è lanciato nella sua prima regia) ha preso soprattutto il tema del legame tra un padre e una figlia che, pur essendo saldo, non riesce ad impedire a questa di  avviarsi verso l’autodistruzione. Il libro di Roth è complesso, sfaccettato, potente; il film di McGregor semplice, univoco, efficace. Lo Svedese (in realtà un ebreo di Newark) sin da ragazzo è un mito per i coetanei: campione sportivo, bello, di buon carattere. S’innamora di Dawn, Miss New Jersey, la sposa; nasce una bambina Merry, bionda con gli occhi azzurri, ed è la gioia dei suoi genitori. Ha un solo difetto Merry, balbetta. A sedici anni l’idillio s’infrange: Merry è sempre arrabbiata, riempie la stanza di opuscoli contro il governo, il potere; contesta soprattutto la madre; nei week end sparisce a New York. Siamo negli anni sessanta, in molti si sentono in guerra in America e poi anche nel resto del mondo. Il padre prova a parlarle, la esorta a combattere la sua battaglia restando dov’è. Una bomba nell’ufficio postale uccide un uomo; Merry si dà alla clandestinità. Comincia per lo Svedese un incubo che non finirà più; mentre la moglie crolla e poi si riprende, lui avrà un solo scopo nel resto della sua vita, ritrovare sua figlia, e quando finalmente la rivede lo shock  è devastante. Riprendendo in mano il romanzo nell’edizione Einaudi del 1998 ho trovato interi dialoghi riportati fedelmente nel film: McGregor non aggiunge nulla a Roth ma ne propone un'onesta e intensa lettura.

lunedì 24 ottobre 2016

punti di vista

il nuovo atteggiamento sfuggente di mio marito per lo più mi angustia. Penso che si sia stufato di me, penso a tutto quello che abbiamo vissuto insieme, a come ho sempre contato su di lui e mi dispero. A volte però tra i pensieri neri si insinuano stralci di pensiero positivo. Penso che non potendo più darlo per scontato, ho scoperto quanto tengo a lui, penso che la sua crisi sia anche voglia di rimettersi in gioco e questa è una bella cosa che prescinde da me. Non so davvero come andrà a finire, ma certo piangermi addosso non aiuta nessuno.

domenica 23 ottobre 2016

La vegetariana


diviso in tre capitoli, La vegetariana, il romanzo della scrittrice coreana Han Kang, ora pubblicato da Adelphi nella traduzione di Milena Zemira Cuccimarra, presenta il graduale scivolamento nella follia di una giovane donna. In ognuna delle tre parti di cui si compone il libro emerge una figura diversa: il marito di Yeong-hye, suo cognato, sua sorella. La protagonista la conosciamo solo attraverso il modo in cui ognuno di loro si rapporta a lei, e più la narrazione procede più la sua figura si fa evanescente. Il marito l’ha scelta per la sua personalità passiva, perché la considerava insignificante e quindi più facilmente dominabile. È contento della sua scelta fino al giorno in cui lei svuota il frigorifero di tutto il cibo di provenienza animale, parla di un brutto sogno e smette di mangiare la carne. Da quel momento Yeong-hye si libera da tutti i condizionamenti sociali, facendo inferocire il marito, che si rivolge alla famiglia di lei. Scopriamo così che il padre di Yeong-hye, un veterano del Vietnam, ha sempre picchiato la figlia e non esita a farlo ancora per costringerla a smettere di essere vegetariana. Il primo atto di questa tragedia si chiude con la protagonista che, dopo aver tentato di tagliarsi le vene, esce dall’ospedale con il camice, se lo toglie e resta nuda su una panchina. Nel secondo atto, Yeong-hye, lasciata dal marito, diventa oggetto dell’ossessione erotica-artistica del cognato; nel terzo la sorella fa un estremo tentativo di convincerla a non rinunciare all’alimentazione. La scrittura di Han Kang è così potente che getta il lettore all’interno di questa spirale negativa: non riusciamo a cogliere tutte le implicazioni della follia della protagonista, ma precipitiamo insieme a lei e tutto ci sembra più che plausibile vero. La piena consapevolezza di quello che siamo non può che farci impazzire; per vivere abbiamo bisogno di essere distratti dalle nostre incombenze. Che libro vertiginoso e terribile.

sabato 22 ottobre 2016

il ritorno del lunatico

alle otto mentre sto facendo colazione in cucina torna il marito dalla trasferta in Brasile. Ha la borsa piena di frutta esotica e appena finisco il mio cappuccino mi ritrovo a gustare sapori strani. E' molto allegro e impaziente di mostrarmi i regali: i soliti costumi succinti perfetti per la figlia che io potrei mettermi solo su un'isola totalmente deserta, delle creme profumate. Mi abbraccia, non mi si stacca di  dosso. Proporrei il Brasile una settimana sì e una no per tutto l'anno.

L'edicolante di Charlie


raccontando nei dettagli la cronaca del 7 gennaio 2015 a Parigi, il giorno della strage di Charlie Hebdo, Anaïs Ginori, corrispondente di Repubblica, sceglie di concentrare l’attenzione su Patrick, l’edicolante che quella mattina vendette i quotidiani a Wolinski e Cabu, ci parlò come sempre, e più tardi incrociò i loro due assassini che gli rubarono la vecchia Clio per poter continuare la fuga. C’è in questo libro da un lato il desiderio di restituire lo sconvolgimento per il feroce attentato, il primo di questo genere in Europa, dall’altra una riflessione sui limiti del proprio mestiere di giornalista della carta stampata. Anaïs il 7 gennaio accorre davanti alla redazione di Charlie Hebdo, ci passa il pomeriggio, vede il sangue per terra, le ambulanze, i politici che arrivano, i familiari delle vittime, ma l’aggiornamento sui fatti lo riceve da internet e fatica a focalizzare l’accaduto. A posteriori sente il bisogno di mettere in fila i fatti, di evidenziare le molte contraddizioni di quell’evento a partire da quella che il giornale preso di mira dai terroristi era una pubblicazione di nicchia, sempre sull’orlo della chiusura, e che solo la morte dei suoi giornalisti ne fa schizzare per poco le vendite. Patrick il giorno dopo la strage torna a lavorare, i superstiti della redazione trovano ospitalità presso Liberation, i bambini a scuola ascoltano le parole tranquillizzanti del direttore, i giornali si attrezzano e predispongono un “modulo attentati” con istruzioni per la copertura di emergenze di questo tipo. Poi c’è l’11 novembre e l’eccidio del Bataclan fa fare al terrorismo un salto ulteriore: ad essere minacciata non è più solo la libertà di espressione ma la libertà di esistere. Il pregio dell’Edicolante di Charlie (appena uscito da Bompiani) è quello di limitare al massimo i giudizi e d’immergere il lettore dentro una sequenza di eventi che fatichiamo a metabolizzare ma che ha cambiato per sempre il mondo in cui viviamo.