martedì 25 ottobre 2016

American Pastoral

del grande romanzo di Philip Roth, Pastorale americana, Ewan McGregor (che deve averlo amato molto, perché oltre a interpretare il ruolo del protagonista si è lanciato nella sua prima regia) ha preso soprattutto il tema del legame tra un padre e una figlia che, pur essendo saldo, non riesce ad impedire a questa di  avviarsi verso l’autodistruzione. Il libro di Roth è complesso, sfaccettato, potente; il film di McGregor semplice, univoco, efficace. Lo Svedese (in realtà un ebreo di Newark) sin da ragazzo è un mito per i coetanei: campione sportivo, bello, di buon carattere. S’innamora di Dawn, Miss New Jersey, la sposa; nasce una bambina Merry, bionda con gli occhi azzurri, ed è la gioia dei suoi genitori. Ha un solo difetto Merry, balbetta. A sedici anni l’idillio s’infrange: Merry è sempre arrabbiata, riempie la stanza di opuscoli contro il governo, il potere; contesta soprattutto la madre; nei week end sparisce a New York. Siamo negli anni sessanta, in molti si sentono in guerra in America e poi anche nel resto del mondo. Il padre prova a parlarle, la esorta a combattere la sua battaglia restando dov’è. Una bomba nell’ufficio postale uccide un uomo; Merry si dà alla clandestinità. Comincia per lo Svedese un incubo che non finirà più; mentre la moglie crolla e poi si riprende, lui avrà un solo scopo nel resto della sua vita, ritrovare sua figlia, e quando finalmente la rivede lo shock  è devastante. Riprendendo in mano il romanzo nell’edizione Einaudi del 1998 ho trovato interi dialoghi riportati fedelmente nel film: McGregor non aggiunge nulla a Roth ma ne propone un'onesta e intensa lettura.

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