mercoledì 12 ottobre 2016

dove la storia finisce

 Alessandro Piperno sa scrivere: il suo modo di raccontare la borghesia ebrea romana, i suoi mille vizi e le sue scarse virtù, è sempre efficace, anche se nei romanzi precedenti si faceva  prendere dalla vena grottesca e infieriva troppo sui suoi personaggi. Dove la storia finisce, pubblicato ora da Mondadori, mi pare espressione di un raggiunto equilibrio. Il ritratto delle famiglie Zevi e  Mogherini resta, come deve, impietoso, ma la rappresentazione assume un valore più universale: l’infelicità, l’incapacità di godere della buona sorte è qualcosa che riguarda il nostro mondo occidentale e solo la catastrofe può aprirci gli occhi, restituire alle nostre azioni il senso che avevamo perduto, occupati com’eravamo a farci la guerra tra noi. Al centro della vicenda c’è un padre che torna a Roma dopo sedici anni di esilio americano: Matteo Zevi è un uomo di mezza età che non ha mai combinato niente di buono ma che continua a esercitare un fascino irresistibile su chiunque gli venga a tiro. I suoi due infelicissimi figli, Giorgio di primo letto e Martina di secondo, lo odiano a fasi alterne; l’unica a gioire del suo ritorno è Federica, la moglie che non ha mai chiesto il divorzio e che ancora lo vuole, nonostante l’abbandono, i debiti, i tradimenti. L’azione si svolge tra una celebrazione a Sabaudia di venticinque anni di matrimonio  e una festa natalizia in un locale alla moda. In mezzo c’è un controllo ginecologico, un attimo di perdizione in un autogrill, la visita di un Nas che minaccia di chiudere un ristorante: brandelli di vita quotidiana conditi da conflitti e disperazioni la cui futilità sfugge agli occhi degli interessati. Ognuno si aspetta dagli altri quello che non può ricevere; c’è in atto una sorta di gara ad alimentare le proprie frustrazioni. E poi c’è Federica, tutta consapevolezza e niente rancore. Le prime righe del romanzo ne delineano un magnifico ritratto e anche in seguito Federica non delude, per lei Piperno ha detto addio alla misoginia.      


(a questo punto ci sarebbe da aprire il capitolo identificazione. Come faccio a non sentirmi lei? Ha il mio nome;  è una divoratrice di narrativa ottocentesca; ha un padre che la critica; non arriva mai in ritardo al lavoro e non fa un giorno di malattia; è sempre reperibile perché teme per i suoi cari; è fedele ai suoi amori: che suo marito sia l’esatto opposto del mio me la fa sentire ancora più vicina. Come mi piacerebbe intervistare Piperno.) 

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