domenica 30 ottobre 2016

I, Daniel Blake


una burocrazia ottusa è l’ostacolo contro cui sbatte il sessantenne Daniel Blake, operaio reduce da un infarto, che non si vede convalidare il sussidio di malattia, per lui indispensabile per andare avanti. Il film di Ken Loach, scritto dal suo sceneggiatore di fiducia Paul Laverty, è ambientato per lo più nei locali di un simil Inps di Newcastle dove inflessibili impiegate vorrebbero imporre all’uomo di compilare moduli on line e di fotografare con il cellullare le sue richieste di ricollocazione, nonostante lui non abbia idea di come usare un mouse e il suo telefonino sia vecchissimo (nel fervore con cui mio padre mi ha raccomandato di vederlo c’era tutta la sua identificazione con il vecchio antitecnologico). Animato da ottimi intenti, Io sono Daniel Blake scivola in più punti nella retorica: l’amicizia tra Daniel e la diseredata Daisy che si toglie letteralmente i bocconi da bocca per nutrire i suoi due figli non riserva grandi sorprese, lui l’aiuta con i bambini, le fa lavoretti in casa, la incoraggia a riprendere gli studi, lei vorrebbe dargli una mano con l’odiato computer. Però in alcune scene c’è la zampata del grande regista: ho pianto come un vitello quando Daniel parla della moglie morta, del suo brutto carattere e delle risate che si facevano insieme, e sono rimasta agghiacciata quando Daisy, morta di fame, s’infila in bocca del pomodoro aprendo in corsa la lattina che le danno al banco alimentare. Asciutto e straziante il finale.

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