sabato 29 ottobre 2016

La ragazza senza nome


Jenny (Adele Haenel) fa la dottoressa: è giovane, scrupolosa e molto disponibile. Dopo una giornata di duro lavoro, culminata con una discussione con lo stagista che si è paralizzato di fronte alla crisi epilettica di un bambino, non apre la porta dell’ambulatorio già chiuso da un’ora. Il giorno dopo la cerca la polizia; lì vicino è stato trovato il cadavere di una ragazza nera e dalle telecamere all’ingresso risulta che prima di essere uccisa aveva bussato da lei. Da quel momento in poi Jenny non si dà pace: mentre i poliziotti sono poco interessati alla morte di una prostituta, lei deve trovare il nome della vittima e ricostruire la dinamica dei fatti. Come il precedente Due giorni, una notte, La ragazza senza nome di Jean-Pierre e Luc Dardenne è costruito intorno a una donna che si muove in un ambiente ostile con uno scopo ben chiaro in testa. In una Liegi grigia e periferica Jenny, che si è addirittura trasferita in ambulatorio per le sue ricerche, riesce a trovare il bandolo della matassa e il film si chiude con un abbraccio liberatorio. Mi ha fatto venire in mente il libro di Ciampa Caramore La vita non è il male: la storia di Jenny e della sua caparbia ricerca della verità non stonerebbe tra quelle da loro raccolte come esempi di resistenza alla crudeltà e all’indifferenza.

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