sabato 22 ottobre 2016

L'edicolante di Charlie


raccontando nei dettagli la cronaca del 7 gennaio 2015 a Parigi, il giorno della strage di Charlie Hebdo, Anaïs Ginori, corrispondente di Repubblica, sceglie di concentrare l’attenzione su Patrick, l’edicolante che quella mattina vendette i quotidiani a Wolinski e Cabu, ci parlò come sempre, e più tardi incrociò i loro due assassini che gli rubarono la vecchia Clio per poter continuare la fuga. C’è in questo libro da un lato il desiderio di restituire lo sconvolgimento per il feroce attentato, il primo di questo genere in Europa, dall’altra una riflessione sui limiti del proprio mestiere di giornalista della carta stampata. Anaïs il 7 gennaio accorre davanti alla redazione di Charlie Hebdo, ci passa il pomeriggio, vede il sangue per terra, le ambulanze, i politici che arrivano, i familiari delle vittime, ma l’aggiornamento sui fatti lo riceve da internet e fatica a focalizzare l’accaduto. A posteriori sente il bisogno di mettere in fila i fatti, di evidenziare le molte contraddizioni di quell’evento a partire da quella che il giornale preso di mira dai terroristi era una pubblicazione di nicchia, sempre sull’orlo della chiusura, e che solo la morte dei suoi giornalisti ne fa schizzare per poco le vendite. Patrick il giorno dopo la strage torna a lavorare, i superstiti della redazione trovano ospitalità presso Liberation, i bambini a scuola ascoltano le parole tranquillizzanti del direttore, i giornali si attrezzano e predispongono un “modulo attentati” con istruzioni per la copertura di emergenze di questo tipo. Poi c’è l’11 novembre e l’eccidio del Bataclan fa fare al terrorismo un salto ulteriore: ad essere minacciata non è più solo la libertà di espressione ma la libertà di esistere. Il pregio dell’Edicolante di Charlie (appena uscito da Bompiani) è quello di limitare al massimo i giudizi e d’immergere il lettore dentro una sequenza di eventi che fatichiamo a metabolizzare ma che ha cambiato per sempre il mondo in cui viviamo.

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