martedì 25 ottobre 2016

Mela zeta

scrive Ginevra Bompiani a proposito degli incontri raccolti nel suo libro Mela zeta (edizioni Nottetempo): “sono incontri che non ho tanto l’impressione di aver vissuto, quanto di aver mancato”. Lo stesso titolo evoca la combinazione di tasti del computer che cancella l’azione fatta; applicandolo alla propria vita quand’è che ci si fermerebbe? Cos’è che non si vorrebbe rifare un po’ meglio, un po’ diversamente? Al fondo di  Mela zeta c’è un sentimento di irrequietezza, una vigile insoddisfazione che non sfocia in aperto rimpianto, appare più un modo per tenere alla larga l’autocompiacimento. Giorgio Manganelli e la bravura con cui insultava, l’esoticità di Elsa Morante, la bizzosa Anna Maria Ortese, i ritardi di Ingeborg Bachmann, ma anche l’uomo incrociato in barella che si dichiara sereno e tranquillo e la donna che in una lingua incomprensibile enumera le sue disgrazie in Bosnia animano i capitoli di questo singolare memoir, volto a individuare le proprie falle (“andavo da profana, dilettante come ovunque nella mia vita”, “la mia ignoranza mi annoia”, “Mi rendo conto di aver parlato incidentalmente di due cose: la mia incapacità di affrontare la morte e la mia dipendenza dalla bellezza”) e a incasellare i ricordi sotto categorie generali  passando dal massimo dell’astrattezza (L’emozione) al massimo della concretezza (Il paesaggio). Su tutto incombe l’ombra del più delicato dei passaggi, quello dalla maturità alla vecchiaia, con il suo crudele senso di sottrazione: la scrittura come argine alla perdita.  

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