martedì 4 ottobre 2016

Mi piace camminare sui tetti


nel primo capitolo di Mi piace camminare sui tetti, il nuovo romanzo di Marco Franzoso (autore di Il bambino indaco e Gli invincibili) pubblicato da Rizzoli, un uomo molto malato telefona alla ex moglie per rivedere un’ultima volta lei e i figli. Il ritratto di una famiglia disfunzionale come poche emerge dal racconto di Bruno, l’io narrante, primo figlio della coppia. Il dramma che ha minato le loro esistenze si è compiuto nel corso di una vacanza al mare nel 1980: il padre sempre più nervoso che picchia la madre, la madre che s’imbottisce di tranquillanti, il figlio più piccolo che affoga. Dopo ci sono la sparizione del padre e i due bambini, Bruno e Emma, che crescono con la nonna (la madre si cura i nervi, lontano). Il problema di questo libro è che non conosce scarti, sorprese, non ci dice nulla di diverso dall’infelicità dei suoi personaggi. Bruno ha un periodo di sbandamento, poi lavora con lo zio in cantiere e si salva; Emma non combina molto, diventa buddhista, ha un figlio. C’è un momento in cui Bruno ragazzo si mette a pedinare il padre che si è rifatto una famiglia, ne ascolta i discorsi al bar: questo poteva essere un buono spunto, ma si chiude presto, il padre si accorge dei suoi appostamenti, gli scrive di lasciarlo in pace, lui lo fa. Il lettore spera in un finale che riscatti la storia e invece no. Un libro che fa l’effetto di un vino annacquato. O sono io che riverso il mio scontento su quello che leggo?

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